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Un consigliere M5S ha segnato il nuovo punto più basso nel dibattito sui vaccini

In uno status pubblicato ieri, il pentastellato Davide Barillari dice che "la politica viene prima della scienza."

di Laura Antonella Carli
07 agosto 2018, 11:26am

Foto via Facebook.

“La politica vale più della scienza”: così è stato riassunto dalle principali testate il post di Davide Barillari, consigliere alla regione Lazio per il M5S, sul tema vaccini che sta facendo tanto discutere in queste ore. In realtà, il suo lungo intervento su Facebook affastella uno dopo l’altro talmente tanti equivoci che è impossibile riassumerli in una singola sparata.

Ma facciamo un passo indietro e proviamo a ricapitolare brevemente le puntate precedenti. Barillari è primo firmatario della proposta di legge per la revisione del sistema vaccinale della Regione Lazio insieme a Roberta Lombardi, che sull’argomento ha sempre fatto un po’ di confusione, tanto da non sapere se i suoi stessi figli siano vaccinati o meno. Stop obbligo, vaccinazioni personalizzate, vaccini monocomponenti, una non ben precisata “nutrizione preventiva” e periodi di quarantena fino a sei settimane per i bambini vaccinati: l’impronta antivaccinista della proposta è lampante, e infatti è stata scritta in collaborazione con le associazioni "free-vax" e quelle (come Riprendiamoci il Pianeta) che si battono contro le scie chimiche.

Mentre la comunità scientifica insorge, i pediatri dichiarano guerra alla proposta—Antonio Palma, segretario del Cipe, dice che “metteremo in campo tutte le nostre energie e le competenze per contrastarla”—e persino Piero Angela sente la necessità di ricordare che “prima dei vaccini c’erano i morti," il 3 agosto viene approvato l’emendamento al decreto Milleproroghe che rinvia al 2019 l’obbligo di vaccinazione per le scuole d’infanzia.

Davanti a questa "vittoria" gialloverde, il M5S si mostra comunque ancora una volta confuso. Da un lato il ministro della salute Giulia Grillo ci tiene a ribadire che “i bambini dovranno continuare a essere vaccinati e i genitori dovranno ancora presentare le certificazioni"; dall'altro c'è il trionfale intervento dalla vicepresidente del Senato Paola Taverna, per la quale—cito testualmente—“i centri vaccinali sono similabili a quelli che vengono paragonati i marchi per le bestie.”

In tutto ciò si inserisce appunto il post di Barillari, introdotto dall’annosa questione: “Quando si è deciso che la scienza fosse più importante della politica? Chi l'ha deciso e perché?”Al motto di “La scienza è democratica,” nel suo lungo intervento il consigliere si scaglia contro la dittatura dei professoroni saccenti e della scienza che pretende di dire alla politica cosa fare, paragona le scoperte a dogmi religiosi in cui “BISOGNA CREDERE” (ignorando del tutto i concetti di metodo scientifico e peer review), ma soprattutto si scaglia con ironia sagace contro “gli esperti” di settore: “quelli che producono, (testano?), e vendono i farmaci 'per il nostro bene'. E intanto si mettono un sacco di soldi in tasca."

Per Barillari, inoltre, “valori soglia, immunità di gregge, obbligo, ricerche post-marketing, analisi prevaccinali, emergenze infettive, dosi e monodosi vaccinali, tempi di produzione e somministrazione, calendario vaccinale” sono tutte “scelte politiche e non metodo scientifico.” E da qui la sua tesi: “La politica viene prima della scienza,” perché il suo dovere di politico è difenderci dalla brutta e cattiva "scienza mainstream" che vuole toglierci l’autodeterminazione.

Qualcuno direbbe che 2+2 fa sempre 4, che Barillari o qualsiasi altro politico sia d’accordo o meno. O anche che, in caso di malattia, lo stesso consigliere si farebbe curare da un medico e non da Di Maio, ma la facile ironia ci allontana dal vero (e gravissimo) focus del problema: l’abissale sfiducia che molti cittadini nutrono nei confronti degli specialisti accreditati, per cui, in questioni di salute, preferiscono fidarsi di un impiegato metalmeccanico prestato alla politica che di un medico ricercatore troppo saccente. Una sfiducia che affonda in un complottismo che sfiora la paranoia e che antepone un’illusione di autodeterminazione al bene collettivo, con argomentazioni del tipo: "Scelgo io per mio figlio e me ne sbatto dell’immunità di gregge!"

Questo apre a un altro aspetto importante della querelle vaccini: il rapporto tra scienza e opinione pubblica, in particolare in che modo dovrebbe essere portata avanti la comunicazione scientifica.

Il nemico numero uno di Barillari—nonché di tutti i no-vax—è naturalmente il dottor Roberto Burioni, con il quale ha avuto un delicato scambio di opinioni proprio in seguito all’approvazione dell’emendamento. E Burioni, a cui dobbiamo molta informazione corretta sul tema e il debunking di tante bufale—come quella, odiosa, della meningite portata dai migranti—non è noto per la sua umiltà e i toni pacati.

La domanda che emerge anche da status imbarazzanti come quello di Barillari è quindi la seguente: esiste un modo corretto di fare divulgazione scientifica? Un modo, cioè, più produttivo dell’atteggiamento: “io sono l'esperto, voi il pubblico. Io studio queste cose, voi no, perciò non è possibile alcuna discussione alla pari con me”?

Tempo fa Valigia Blu si è interessata all’argomento e ne ha tirato fuori una lunga riflessione, che sottolinea alcuni limiti dell’approccio “dall'alto verso il basso” in favore di un modello di comunicazione che ponga l’accento sul coinvolgimento del pubblico, non più visto come recipiente passivo di nozioni ma come soggetto attivo nel processo di trasferimento della conoscenza.

Nell’attesa che un metodo divulgativo di questo tipo possa trovare riscontro nei fatti, Barillari ha esortato i suoi follower a non perdere mai la speranza, perché "ogni azione che facciamo è come una goccia nell'oceano...ma se non lo facessimo l'oceano avrebbe una goccia in meno." Ok.

Nel frattempo, sul Blog delle Stelle è stata pubblicata una netta presa di distanze dalla posizione di Barillari.