Fotografia

Una settimana nelle catacombe di Palermo a fotografare i cadaveri

"Quando sono arrivato sul posto, ho pianto. Perché ho capito che quelle persone erano terrorizzate dalla morte tanto quanto lo siamo noi oggi."

di Miss Rosen
01 agosto 2018, 4:00am

Foto della serie Vanitas di Matthew Rolston. Per gentile concessione di MRPI.

Nel 1597, i frati Cappuccini di Palermo hanno dovuto affrontare un grosso problema: le cripte che fino ad allora avevano usato per conservare i corpi dei defunti erano colme da scoppiare. Per guadagnare spazio, i frati scavarono un cimitero sotterraneo. Quando venne il momento di spostare i cadaveri—miracolo!—45 di questi si erano naturalmente mummificati. I volti di alcuni erano ancora riconoscibili. I monaci proclamarono così le catacombe di Palermo luogo sacro, e da allora hanno cominciato a esservi seppelliti cadaveri in abiti eleganti: circa 8000 cittadini siciliani—alcuni frati, ma molti ricchi cittadini laici—morti tra il Cinquecento e i primi del Novecento.

Per secoli, poeti e artisti come Lord Byron, Otto Dick, Francis Bacon, Peter Hujar e Richard Avedon hanno visitato le catacombe e ne hanno tratto ispirazione per la propria arte. Più recentemente, il fotografo e regista americano Matthew Rolston—noto per i suoi scatti glam alle celebrities e i videoclip di Beyoncé, Janet Jackson, Mary J. Blige e le TLC—ha deciso di venire a conoscere da vicino gli abitanti della catacombe dei Cappuccini. La serie di scatti che ha realizzato si intitola Vanitas: The Palermo Portraits.

L'abbiamo incontrato per scoprire cosa significa passare una settimana nelle catacombe a fotografare cadaveri ogni notte, e qual è il rapporto tra queste mummie e l'evoluzione dell'uomo—e forse chissà, anche l'intelligenza artificiale.

"Untitled, #Pa1061-1554", Palermo, Italia, 2013, dalla serie Vanitas di Matthew Rolston. Per gentile concessione di MRPI.

VICE: Come ti sei avvicinato alla teoria di Masachiro Mori della uncanny valley, e quanto ha influito sul tuo lavoro?
Matthew Rolston: Mi sono imbattuto per caso in questa teoria. Da sempre mi interesso alla rappresentazione degli uomini—ovviamente, perché i ritratti sono sempre stati il mio mestiere.

Il mio primo progetto personale, Talking Heads, era una serie di ritratti delle marionette di un ventriloquo, ed esplorava il modo in cui ognuno di noi proietta la propria forza vitale su una rappresentazione fittizia, la marionetta. Quando guardiamo una statua di Cristo o del Buddha (ma anche una foto di un personaggio famoso), istintivamente cerchiamo di infondergli qualcosa di umano. Ho fotografato questi cadaveri come fossero vivi. Ho voluto ritrarre lo stesso momento di connessione che avrei cercato con un soggetto vivente.

Con il progetto Vanitas volevo andare ancora oltre. Vanitas è una serie di ritratti delle mummie ospitate nelle celebri catacombe di un convento cappuccino di Palermo. Dopo l'esperienza Talking Heads, qui ho voluto aggiungere la consapevolezza della nostra stessa mortalità—come la chiamava Ernest Becker "l'ansia della morte"—e di come questa condizioni, spesso in modo tragico, la nostra esistenza.

"Untitled, #Pa748-105," Palermo, Italia, 2013, dalla serie Vanitas di Matthew Rolston. Per gentile concessione di MRPI.

Filosofia, miti e religioni sono nati con il genere umano per cercare di dare risposta al mistero della vita e della morte. Abbiamo costruito muri, ci uccidiamo a vicenda solo per proteggere quel qualcosa in cui crediamo e che, ci illudiamo, può proteggerci dalla paura della morte. Neghiamo la realtà—e cioè che nessuno sa veramente da dove veniamo e dove finiremo.

Essere consapevoli della caducità della nostra esistenza è un dolore che ci affligge, ma allo stesso tempo è un elemento affascinante della vita sulla Terra. Ho voluto trattare questo tema perché sembra che oggi l'evoluzione si stia lasciando alle spalle il corpo umano come lo conosciamo. In qualche modo, Vanitas è una sorta di elegia della fine della vita, almeno nella forma che conosciamo.

"Untitled, #Pa487-1318", Palermo, Italia, 2013, dalla serie Vanitas di Matthew Rolston. Per gentile concessione di MRPI.

In che modo le catacombe rappresentano una finestra sulle nostre ansie e sulla morte?
Circa 500 anni fa, i primi defunti dell'Ordine dei Cappuccini di Palermo furono sepolti nel seminterrato della chiesa. La pratica comune consisteva nel rimuovere gli organi interni, lasciare che il corpo essiccasse su una lastra di pietra per circa un anno, e poi imbottirlo di paglia e riporlo in una tomba. Dopo un anno, quando i frati si accorsero che i corpi dei loro defunti non si erano ancora decomposti, gridarono subito al miracolo.

Da allora credettero che essere sepolti in quel posto li avvicinasse alla vita eterna e alla salvezza. Il motivo per cui i corpi sono in posizione eretta, invece che sdraiata, è che erano già pronti alla resurrezione. Credevano che sarebbero stati i primi ad accedere al regno dei cieli. Nella mia mente, tutto questo è tragico e meraviglioso al tempo stesso—la presunzione di poter ingannare la morte, che si tratti di Hollywood, di fotografia o di una cripta dall'atmosfera mistica. Quando sono arrivato sul posto, ho pianto. Perché ho capito che quelle persone erano terrorizzate dalla morte, proprio come noi oggi.

Ci puoi parlare delle—immagino numerose—difficoltà logistiche che hai incontrato per scattare queste foto?
Il processo è stato molto lungo. Scattavamo la notte, dalle 18 fino alle tre di mattina. Ci sentivamo un po' dei vampiri, ma nel senso buono. Dormivo tutto il giorno in una stanza completamente buia, mi svegliavo al tramonto e scendevo nella cripta [ride]. Ho dovuto chiedere i permessi per stare lì, e ho trasportato io tutta l'attrezzatura e una crew di sei persone da Milano a Palermo—prima in auto fino a Genova, e poi in nave. Che viaggio!

Allo stesso tempo abbiamo girato un breve documentario per raccontare il progetto. Avevamo scelto di girare prima del Giorno dei Morti, e la nostra ultima notte di riprese è stata il 31 ottobre—un bel momento per pensare all'aldilà.

Volevo scattare 100 soggetti, ma date le difficoltà logistiche ne ho scattati solo 70, e di quelli solo 50 sono stati selezionati. Continuavamo a muoverci tra una mummia e l'altra, e alcune sono molto in alto, quindi abbiamo dovuto montare delle strutture enormi per luci e fotocamere. È stato un processo lungo e laborioso, mi sono sentito un esploratore che pianifica la scalata alla vetta.

"Untitled, #Pa458-1071", Palermo, Italia, 2013, dalla serie Vanitas di Matthew Rolston. Per gentile concessione di MRPI.

Ci puoi parlare dell'ispirazione dietro le luci?
Se visiti le catacombe, vedrai che gli spazzi sono molto bui, grigi e illuminati da una pallida luce—nulla a che vedere con i miei scatti. Nelle foto ho voluto utilizzare luci teatrali sui toni del blu e dell'oro. Ci sono note turchesi, blu, verdi, oro e rosse; sono i colori dei lividi, diciamo. Mi sono ispirato agli artisti della Repubblica di Weimar, come Otto Dix (che, nel 1924, aveva dipinto alcune delle mummie che io ho fotografato), Francis Bacon, Lucien Freud e Egon Schiele.


Ho scoperto questa particolare sfumatura di blu visitando una cappella in una grotta vicino Palermo, sulle colline del Monte Pellegrino. Nella grotta, dietro una statua della Vergine Maria, c'è un neon blu che probabilmente era lì dal 1950. Ho fatto ricerca e ho scoperto che nell'iconografia cattolica questa tonalità era associata alla figura di Maria e Gesù.

Mentre facevo i sopralluoghi nella cripta, poi, ho trovato un punto di sovrapposizione tra la luce naturale e la luce artificiale. Le catacombe sono appena sotto il livello della strada e in alcuni angoli ci sono delle fessure che si affacciano sui marciapiedi. La luce naturale che entrava da quelle finestrelle era blu, ma la luce all'interno era più calda. Anche questo incontro di colori ha influenzato la mia scelta.

"Untitled, #Pa314-583", Palermo, Italia, 2013, dalla serie Vanitas di Matthew Rolston. Per gentile concessione di MRPI.

Tu sei particolarmente interessato allo sviluppo della robotica, all'intelligenza artificiale e al transumanesimo come evoluzione naturale dell'umanità. Puoi raccontarci in che modo Vanitas c'entra con queste tematiche?
Il desiderio di ingannare la morte, o almeno di scoprire i suoi misteri, esiste da sempre. È una fonte di spiritualità e allo stesso tempo il flagello dell'umanità. Oggi la tecnologia può cambiare le cose.

Tutto nella nostra cultura sembra puntare nella direzione del transumanesimo, con il distaccamento graduale dal nostro corpo per avvicinarci sempre più a una dimensione diversa, attraverso le interazioni sociali. Molti film e miti avevano predetto questo fenomeno già tempo fa. Forse è il nostro destino.

C'è da considerare che la forma umana che conosciamo oggi è piuttosto recente. La specie umana non è poi così vecchia—l'homo sapiens ha solo 300mila anni. Quanto è diversa la nostra forma attuale rispetto ai protozoi? Perché quindi la nostra forma non potrebbe essere radicalmente diversa in futuro? È proprio questo che voglio esplorare nel mio lavoro. La domanda è: il corpo umano è davvero necessario? O possiamo liberarcene?

"Untitled, #Pa486-1305", Palermo, Italia, 2013, dalla serie Vanitas di Matthew Rolston. Per gentile concessione di MRPI.
"Untitled, #Pa834-460", Palermo, Italia, 2013, dalla serie Vanitas di Matthew Rolston. Per gentile concessione di MRPI.
"Untitled, #Pa492-1345", Palermo, Italia, 2013, dalla serie Vanitas di Matthew Rolston. Per gentile concessione di MRPI.

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