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Dieci anni di "Venti Minuti" degli Offlaga Disco Pax

Sono passati dieci anni da quando gli Offlaga scrissero uno dei racconti di morte più dolci e laceranti della storia recente della musica italiana.

di Elia Alovisi
09 febbraio 2018, 9:09am

Mio padre è morto dopo 54 anni complicati, e un nome difficile da portare come un sorriso mai segnato da dubbi. Non andavamo d'accordo.

Comincia così "Venti minuti", il pezzo con cui si chiude Bachelite degli Offlaga Disco Pax. Fu il loro secondo album: dopo ce ne sarebbe stato un terzo e poi basta, perché quando il caso volle che il loro bassista e tastierista Enrico Fontanelli dovesse lasciare questo pianeta decretò anche la fine della musica e delle parole che avevano portato anche il suo nome. L'8 febbraio, l'altro ieri, sono passati dieci anni da quando la ascoltai per la prima volta. Rimasi affascinato dalla sua qualità sintetica, una sorta di caverna digitale in cui penetravano lame di melodia e brulicavano viscide creature di rumore.

Suoni a parte, credo che Bachelite sia il lavoro migliore degli Offlaga per il senso di quieta rassegnazione che lo pervade. È un album lacerante, Bachelite, nel modo in cui narra l'epica di un furto da pezzenti ("Dove ho messo la Golf?"), la beffa del perché-quel-babbo-sì-e-io-no ("Lungimiranza"), la futilità di una vittoria ("Ventrale"), la sopravvivenza ostinata del fascismo ("Sensibile") e di una triste specie di gambero ("Fermo!"), la delusione di un potenziale gettato nella merda ("Cioccolato I.A.C.P.") e l'anonimato dell'enumerazione ("Onomastica"). Ma soprattutto, la morte.

Dieci anni, che sono poco più di un quinto della vita del protagonista di "Venti minuti", il padre del cantante Max Collini. "Non andavamo d'accordo", dice sul suo conto, e poco altro. Perché delle cose spiacevoli non è bello parlare, soprattutto se sono di quelle da cui non puoi veramente fuggire. Anzi, così vicine da essere dentro di te:

Invecchiando trovo in me particolari di lui, alla mia età di adesso: Qualche segno delle mani, un'espressione allo specchio, un tono di voce. Questa cosa non mi piace per niente.

Ma non parliamone, allora. Parliamo invece di quella che Max chiama "un'eredità natalizia". Da quando suo padre è morto, dice, riceve una volta all'anno una chiamata da una persona. Un uomo che aveva fatto la naja con suo padre e che, quando il suo amico se n'è andato, ha rifiutato categoricamente di accettarlo. E allora si è come toccato il cervello, e ha deciso che il figlio del suo amico era il suo amico - che qualcosa di uguale, dentro, ce lo dovevano avere per forza.

Ogni anno, la vigilia di Natale, chiama. Parla con me, venti minuti, di cose che non so e di un periodo in cui non ero ancora nato. Ha il tono cameratesco che usava con lui e si sbaglia perfino a chiamarmi per nome. Mi dice "ti ricordi quello li? Quella là?" Esattamente come fossi lui.

Come i nonni che non riconoscono i nipoti ma provano nei loro confronti un amore genuino, attaccati a qualsiasi forma di affetto come a scacciare il pensiero della fine, quest'uomo chiama Max e gli parla di suo padre come di una persona fantastica. Lui che di suo padre, dice, "non ha mai condiviso le scelte". Lui che ha sempre "odiato cordialmente" la persona che l'ha generato. La chiamata arriva, puntuale. "Venti minuti, non uno di più". Ma quest'anno, il giocattolo si rompe.

Anche stamattina parla. Racconta. Quasi piange. Si congeda e mi chiama col suo nome. Poi si corregge. Mette giù. Non era con me che voleva parlare. Non era di me che aveva bisogno.

È questo il punto in cui "Venti minuti" esprime tutto il gioco di pieni e vuoti che anima il suo interno. Racconta l'onorevole stoicismo dell'idiota che si rifiuta di accettare la fine, che magari da bambino sognava che qualcuno avrebbe inventato un modo per rendere gli uomini immortali prima del termine naturale della sua esistenza, e poi finiva a battere i pugni contro al muro quando il pensiero del nulla gli si palesava in testa, la notte, nel letto. Ma anche il dolce abbandonarsi alla verità, la presa di coscienza della solitudine assurda e inconcepibile che sperimentiamo ogni volta che un nostro simile smette di esistere.

E poi, un aneddoto.

Mio padre, per tanto tempo, mi ha telefonato solo una volta all'anno: la vigilia di Natale. Era l'unico gesto che si sentiva di fare nei miei riguardi, vista l'evidente ostilità che gli riservavo. Quella telefonata, fatta da nove chilometri freddi e distanti quanto lo stretto di Bering, gli costava molto. Ma non se la negava mai. Un punto d'onore.

Una sola similitudine: "quanto lo stretto di Bering". Una, in tutta la canzone, e agghiacciante. Come le parole del padre, figlie infami dell'orgoglio e dell'incapacità di amare: ""Ciao figlio, tuo padre sta bene". Neanche il nome. "Fatti sentire ogni tanto", come se davvero importasse. "Come sta tua madre? Valla a trovare, almeno lei". Una piccola rivelazione, una parvenza di ragione dietro a questo assurdo fallimento sentimentale. E un misero congedo: "Ciao figlio, buon Natale". Il congedo di Max, invece, è qualcosa di completamente diverso:

Per uno come Metuccio, doveva essere uno sforzo grandissimo. Ultraterreno. Talmente grande che ancora non si è esaurito del tutto.

È il fiammifero che resta acceso contro il vento, il fragile fuscello che non si spezza sotto alla suola dello scarpone. Il riverbero dell'esistenza nei brividi che corrono lungo la schiena, il suggerimento di un essere umano che ficca le dita nei lobi del cervello di chi lo ha conosciuto per evitare di cadere nel vuoto. Il nome resta: Metuccio. E un pensiero buono, anche uno solo, continua a rimbalzare per le superfici del mondo, impazzito e bizzarro, mentre aspetta di esaurire ogni forza.

Elia è su Instagram: @lvslei.

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