Che cosa cazzo è l'indietronica?
Da sinistra: Kevin Parker dei Tame Impala, Andrew VanWyngarden degli MGMT, Grimes, James Murphy degli LCD Soundsystem, Thomas Mars dei Phoenix, Victoria Legrand dei Beach House.

Che cosa cazzo è l'indietronica?

Spotify mi ha detto che era il mio non-genere preferito, quindi mi sono messo d'impegno per capire che cosa fosse.
GC
London, GB
12.3.18

Avete presente quella fanatica moda scoppiata di recente che ha visto comparire sul web una dozzina di veri e propri motori di ricerca per generi musicali? Una fucina continua di Wikipedia per nerdoni d’alto livello, con l’obiettivo di dare un nome ed una faccia ad un genere. Ma ci riescono sul serio?

Uno dei più longevi e attendibili, ad oggi, pare essere Every Noise At Once: configurazione minimal, quasi come navigare su un Game Boy, ma una miniera di dati e di file catalogati in maniera minuziosa. Il gioco può facilmente diventare una droga in meno di quanto ci si aspetti, perché una volta cliccato su un genere ci si presenta una clip dimostrativa, scelta casualmente tra le centinaia del database, che contraddistingue la nostra selezione. Tra le infinite scelte che è possibile selezionare, possiamo imbatterci in funkabbestia, bubblegum pop e bulgarian rock, roba che nemmeno sapevo esistesse, e che—sono abbastanza sicuro—neanche la maggior parte degli artisti presenti in quelle clip sappia possano essere riferite alle loro caratteristiche musicali.

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C’è da dire che, nonostante tutto questo possa facilmente suscitare una reazione a metà esatta tra un onesto stupore e una sonora risata, in effetti il metodo con cui gli algoritmi dei servizi streaming più gettonati vengono orchestrati passa in larga parte da questo continuo processo di contaminazione ed etichettatura. Spesso, infatti, abbiamo difficoltà a catalogare un artista o una band perché abbraccia più tipi di composizione o di scrittura, facendo diminuire il confine tra il nostro gusto e quello di una selezione robotica. D’altronde, nei posti dove ascoltiamo la musica in questo preciso momento storico, la percezione reale di genere è veramente labile, quasi ininfluente, ed è spesso il motivo per cui tutti ci sentiamo esperti di post-rock o di industrial. Ma siamo sicuri che è davvero quello che abbiamo ascoltato giusto perché quel file è stato catalogato sotto quel termine?

Alla fine del 2017, ho fatto come tutti gli ascoltatori di musica di questo pianeta il mio “recap d’ascolto” su Spotify, una funzione che cerca di massimizzare una statistica degli ascolti del singolo utente in base a ciò che ha selezionato durante l’arco del precedente anno. Da lì, potevo farmi una vaga idea di che tipo di artisti ho scelto più spesso, su quali brani ho cliccato a ripetizione, che genere e stile ho preferito durante i miei shuffle, senza che me ne rendessi conto. Ebbene, ho scoperto quindi di essere un accanito appassionato di Indietronica. Davvero? “E che diavolo di roba è?”, mi sono chiesto.


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Ho provato a informarmi cercando su Google, ma stavolta nemmeno mamma Wikipedia riesce a convincermi facendo un sunto di uno stile formato in parti uguali da rock, pop, indie ed elettronica. Cioè, tutto? Non capisco, mi crolla ogni certezza. Allora ho proseguito le mie ricerche, scoprendo che il genere viene fatto risalire alla seconda metà degli anni Novanta, con Stereolab e Broadcast come band pionieristiche della faccenda. La questione sul nome, manco a dirlo, rimane un mistero, ma pare si possa riferire all’utilizzo del sintetizzatore in un’impostazione pop e cantautoriale di tipo indipendente. Accanto, una tendina mi fa scoprire che appartengono alla suddetta “categoria” i Notwist, gli LCD Soundsystem e gli MGMT.

Se torniamo per un attimo alla mappa di Every Noise At Once, noteremo che l’Indietronica è rappresentata da una immensa fucina di artisti, pressapoco tutti contemporanei, che a primo acchito hanno tutti un’impronta electro-pop, d’ascolto, tendente ad avere quell’alone sognante, con la giusta miscela di impatto alternativo ma mai troppo sperimentale, perfetto per vendere biglietti ai grandi eventi. Mi sa che sto unendo i punti giusti, allora.

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Tutta roba che suonerebbe facilmente al Primavera, per intenderci, o al Field Day. Dunque sì: è quella roba post-2008 che ha spopolato sulle timeline dei social network, e che con ogni probabilità era qualcosa più aderente ad una branchia molto di nicchia che faceva il verso al rock elettronico, ma oggi è fiera di aver sbarcato il lunario.

Phoenix, Two Door Cinema Club, Grimes, Vampire Weekend, passando per roba più pettinata e orientata al club come Ben Khan e Jai Paul, continuo il mio viaggio per capire cos’è l’Indietronica, dato che io ci tengo a sapere perché l’ho ascoltata così tanto lo scorso anno. Certo, ci sono delle dovute eccezioni (gli LCD Soundsystem non sono un nome proprio nuovo), ma in larga parte sembra che questo sommario dimostri come questa parola così obsoleta sia in fondo il sunto delle più probabili combinazioni di genere che si possano ottenere in rete, in epoca moderna.

E questo succede sia perché chi ascolta—e per mestiere giudica—non le riesce a inquadrare in uno specifico settore (al punto da doversi inventare un vocabolo che non sembra avere granché senso), sia perché si adotta globalmente, inconsciamente, un termine che renda accattivante la combinazione di tutti quegli ossimori musicali attraverso cui molte band cercando una strada, durante la loro evoluzione. Prima, a conti fatti, si può dire si trattasse di uno stile che viaggiava nel sottobosco perenne delle uscite indipendenti, tra UK e Stati Uniti, poi ha trovato sulle pagine glitterate di MySpace la sua larga diffusione. Lo streaming ha fatto il resto (ma prima, ricordo bene, giravano le mega-playlist shuffle di YouTube, che avevano nomi anche ben peggiori).

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Cos’è allora l'indietronica se non lo specchio della musica dei nostri tempi? Ok, forse non proprio tutta, ma a giudicare dalla sintesi tra quello che mi dice il mio riassuntone e da quanto recita la mappa degli artisti, sì. Beach House e Tame Impala, devo ammettere, li ho ascoltati tanto, Future Islands e Soulwax li avrò sicuramente beccati decine di volte nelle mie rotazioni, eppure non sapevo facessero indietronica. Me lo dovrò ricordare da ora in poi. Mi servirà da ispirazione per creare un genere tutto nuovo quando ascolterò roba che non riesco a capire come si possa definire, mentre chiacchiero con un birrozzo nel bicchiere di plastica ad un concerto dei Radiohead, ad un festival. Saranno mica indietronica anche loro?

Ascolta su Spotify una playlist con tutto quello che secondo gli algoritmi è indietronica:

Giovanni scrive le cose difficili su Noisey. Seguilo su Twitter: @storiesonvenus.

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