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Quello che la Lega poteva fare in Europa per l'immigrazione, e che non ha fatto

Ne abbiamo parlato con Elly Schlein, eurodeputata di Possibile che recentemente ha criticato Salvini e l'operato della Lega in Europa.

di Stefano Santangelo
19 giugno 2018, 8:06am

Foto per gentile concessione dell'intervistata. © European Union 2017 – Source: EP.

In questi giorni l'immigrazione sembra l'unico argomento di cui si parla in Italia, al bar come sui media e in Parlamento. E in particolare nell'ultima settimana—dopo il rifiuto da parte dell’Italia di accogliere la nave Aquarius—si è parlato molto anche del Regolamento di Dublino, il sistema normativo che regola le richieste di asilo in Europa.

L'attuale versione del regolamento, denominata Dublino III, non piace a molti in Italia, visto che prevede che i richiedenti debbano rimanere nel primo paese in cui arrivano. Nel nuovo governo, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (d’accordo con il Presidente francese Macron) ha già detto che il regolamento va cambiato, e lo stesso ha fatto anche il presidente della Camera Roberto Fico. Invece il ministro dell'Interno Matteo Salvini sembra inspiegabilmente contrario alla riforma del regolamento.

Proprio in proposito, di recente l'eurodeputata italiana Elly Schlein ha accusato Salvini di ipocrisia nel suo operato in Europa sull'immigrazione. "La battaglia per la solidarietà europea non si fa sulla pelle delle persone in mare ma qui, ai tavoli dove si cambiano le norme sbagliate come Dublino," ha dichiarato. "Dov’era la Lega, che non vi abbiamo mai visto nemmeno ad una delle 22 riunioni di negoziato?"

Le sue parole hanno avuto ampia circolazione, e io ho intervistato Schlein—eurodeputata di Possibile che nella sua attività politica si occupa da sempre del tema dell’immigrazione—per avere qualche spiegazione in più.

VICE: Ciao Elly. Può spiegare bene cos’è la Convenzione di Dublino e in particolare il Regolamento di Dublino III?
Elly Schlein: Il Regolamento Dublino è al cuore del sistema europeo comune d’asilo, ed è la normativa che stabilisce quale paese è competente per l’esame di ogni richiesta d’asilo presentata nell’Unione Europea—e non solo, perché vi aderiscono anche alcuni paesi extra-UE come la Svizzera.

Perché secondo molti va cambiato? Chi è a criticarlo e chi invece ne è soddisfatto?
Il Regolamento di Dublino si basa sin da principio su un criterio ipocrita, quello del “primo paese di accesso”—che nel corso degli anni ha scaricato le maggiori responsabilità sui paesi che si trovano ai confini caldi dell’Unione, come l’Italia. È proprio a causa di Dublino che, fatta eccezione per casi particolari come i ricongiungimenti familiari, le persone sono costrette a veder esaminata la propria richiesta d’asilo nel primo paese europeo in cui arrivano. Ed è sempre per lo stesso principio che gli altri paesi hanno potuto rimandare migliaia di persone in Italia per il solo fatto che sono entrate in Europa da qui.

È un sistema ingiusto sia verso i richiedenti asilo, che infatti spesso cercano di raggiungere autonomamente altri paesi europei pur esponendosi a rischi, sia verso i paesi di frontiera, perché viola quei principi di solidarietà ed equa condivisione delle responsabilità sull’asilo che si trovano nei trattati europei. Negli ultimi anni sei paesi su 28 hanno affrontato da soli quasi l'80 percento delle richieste d'asilo presentate in Unione Europea.

Tra i più critici verso Dublino ci sono ovviamente i paesi di frontiera come Italia, Grecia e Malta. A tutti gli altri paesi ha fatto molto comodo, con i paesi dell'est che guidano il fronte contrario a condividere le responsabilità sull’accoglienza. È poi duramente criticato dalle associazioni che si occupano di diritti dei migranti e dagli esperti, perché è un sistema estremamente coercitivo che non lascia alcuno spazio per valorizzare i legami significativi dei richiedenti con altri paesi europei.

Cosa si è fatto in questi anni per cambiare i termini di Dublino III?
Le storture create dal sistema Dublino si sono rese più evidenti nei momenti di grande afflusso, dopo la prima crisi libica e con la crisi siriana. La Commissione europea, che detiene l’iniziativa legislativa, ha proposto una timida riforma di Dublino già nel maggio 2016. Il Parlamento europeo ha lavorato per due anni sulla proposta di riforma e noi come relatori abbiamo svolto ben 22 riunioni di negoziato.

Quali sono le diverse correnti europee sulla questione?
[Abbiamo] due blocchi di Paesi: da un lato quelli mediterranei che chiedono solidarietà, dall’altro quelli del gruppo Visegrad, capeggiati da Orban, che non vogliono sentir parlare di ricollocamenti obbligatori e sono ossessionati dal bloccare i movimenti autonomi delle persone attraverso le frontiere. In ballo non c’è solo Dublino, ma la tenuta del sistema Schengen. I Capi di Stato e di Governo si troveranno il 28 giugno al Consiglio europeo e hanno una responsabilità storica di trovare un accordo, perché su questa questione ci giochiamo il futuro e la credibilità dell’Unione.

Parliamo un attimo delle varie proposte: cosa diceva quella della Commissione avanzata a maggio 2016, e cosa dice la bozza di riforma del Regolamento presentata dalla Bulgaria, di turno alla presidenza UE?
La proposta della Commissione europea presentata nel maggio 2016 era debole e insufficiente: prevedeva un meccanismo di ricollocamento che scattava solo a soglie molto alte di richieste e quindi troppo tardi, con possibilità di chiamarsi fuori pagando 250mila euro a richiedente asilo non accolto—monetizzando quindi un diritto fondamentale—e con sanzioni dure per i movimenti secondari.

La presidenza bulgara ha tentato di far trovare accordo al Consiglio proponendo un pessimo compromesso: in circostanze normali si terrebbe Dublino con sanzioni pesantissime sui movimenti secondari e una responsabilità permanente che rimane in capo al primo paese di accesso per otto anni, con flussi oltre soglia ci sarebbero solo ricollocamenti volontari (che non hanno mai funzionato), mentre in situazione di grave crisi, a una soglia elevatissima di richieste, ci potrebbe essere il ricollocamento obbligatorio, ma comunque sottoposto a un voto a maggioranza qualificata del Consiglio. Una non soluzione, senza vera solidarietà. Proposta rigettata sia dal gruppo di Visegrad, per cui era troppo, sia dai paesi mediterranei perché era troppo poco.

E la proposta del Parlamento europeo a cui accennava prima?
Il Parlamento europeo [che è co-legislatore con il Consiglio sulla materia] è l’unico che propone di cancellare l’ipocrisia di fondo—la regola del primo paese di accesso—e di sostituirla con procedure più efficaci, rapide e rispettose dei diritti: un richiedente fa domanda nel primo paese, si verifica se ha legami significativi con altri paesi in cui ricollocarlo immediatamente, in assenza di questi lo si ricolloca in un paese a scelta tra quelli più lontani dal raggiungimento della quota di richieste che devono affrontare, stabilita in base a Pil e popolazione.

Abbiamo rifiutato l’approccio sanzionatorio, inefficace, e anche la possibilità di chiamarsi fuori dall’accoglienza pagando: anzi, secondo la nostra proposta chi non rispettasse gli obblighi di ricollocamento vedrebbe conseguenze sui fondi strutturali. Il messaggio che abbiamo lanciato è chiaro: non si possono volere solo i benefici di far parte dell’Unione, senza condividere le responsabilità che ne derivano.

E in tutto ciò, per tornare alle sue parole nei confronti di Salvini, qual è stato il comportamento di Cinque Stelle e Lega?
La Lega non si è mai presentata nemmeno ad una delle 22 riunioni di negoziato e nel voto si è astenuta, mentre il M5S ha votato contro avanzando argomenti che non hanno alcun fondamento nel testo approvato. Ma curiosamente nel contratto di governo si chiede esattamente ciò che noi abbiamo fatto già approvare al Parlamento europeo con larga maggioranza.

Come fa Salvini, che è schierato con Orban e quindi con il gruppo di Visegrad, a strappare un regolamento che faccia gli interessi dell’Italia visto che questi paesi sono per il totale respingimento dei richiedenti asilo?
L’asse di Salvini con Órban è un paradosso, tutto a spese dell’Italia. Se al Consiglio Europeo del 28 non verrà trovato un accordo e il Regolamento di Dublino non sarà cambiato. Orban vince ma l’Italia perde.

Evidentemente Salvini è disposto a sacrificare gli interessi italiani sull’altare di un’alleanza tutta politica con Órban e gli altri sovranisti, che ha come unico scopo far saltare l’Unione. Il paradosso è che i nuovi sovranisti si rafforzano a vicenda con la stessa retorica di odio e di intolleranza che portata agli estremi li mette gli uni contro gli altri: Salvini presto sbatterà contro il muro di Órban.

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