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Chi sono i migranti bambini che arrivano in Italia da soli — e perché molti di loro scompaiono

Nel 2015, secondo i dati di Save the Children, sono arrivati in Italia più di 12mila minori stranieri non accompagnati, dopo viaggi difficili e pericolosi. Abbiamo cercato di capire come vivono, e perché molti scompaiono dal sistema di accoglienza.

di Giulia Saudelli
15 marzo 2016, 9:10am

Foto di Mohamed Keita

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Mohamed Keita ha iniziato a scattare foto alla stazione di Roma Termini con una macchinetta usa e getta. Fotografava i suoi vicini, coloro che vivevano e dormivano accanto a lui durante i mesi trascorsi in strada.

Grazie a una foto dei suoi unici averi - una busta di plastica appoggiata sopra un mucchio di cartoni - intitolata "J'habite à Termini," ha avuto inizio la sua promettente carriera di fotografo — con mostre organizzate in diverse città italiane negli ultimi anni. Ma quello che ha portato questo ragazzo a scattare foto era il desiderio di ricordare la sua vita per strada, e quello che l'ha preceduta.

Mohamed ha 23 anni, e viene da lontano. A 14 anni, rimasto orfano durante la guerra civile che ha straziato la Costa d'Avorio, era completamente solo. Ha deciso che era giunto il momento di lasciare il suo paese: si è unito a un gruppo di ragazzi ed è partito per un viaggio lungo e pericoloso, già tentato da molti altri bambini prima di lui. È andato in Guinea Conakry, poi in Mali; ha attraversato il deserto del Sahara, ha raggiunto l'Algeria e poi la Libia, dove è stato sbattuto in prigione per cinque mesi.

"Abbandonare la propria casa non è facile, soprattutto quando non sai dove stai andando."

Quando è riuscito a evadere, è salito a bordo di una barca diretta in Italia, verso la salvezza. Ma lo scafista ha sbagliato rotta, e la barca è attraccata a Malta. Mohamed ha vissuto per circa un anno in un centro rifugiati sull'isola; poi, con un gruppo di altri migranti africani, è riuscito ad arrivare in Sicilia — a 17 anni, tre anni dopo la sua partenza dalla Costa d'Avorio.

"Non avrei mai pensato che sarei finito a vivere per strada," racconta a VICE News. "Quando ero un bambino, non pensavo nemmeno che avrei lasciato il mio paese. Ma mi sono trovato in una situazione che non mi aspettavo, che mi ha costretto a lasciare la mia casa."

Dice che ha dovuto farsi molto coraggio per andare avanti: "Abbandonare la propria casa non è facile, soprattutto quando non sai dove stai andando."

"Ho dovuto affrontare così tante sfide: quando ho perso i miei genitori mi sono ritrovato solo; ma anche durante i miei primi mesi in Italia," aggiunge. "Ultimamente ho incontrato delle brave persone, e questo mi fa amare [Roma] ancora di più."

* * *

Il 2016 non ha interrotto il flusso incessante di migranti e rifugiati che arrivano sulle coste meridionali dell'Europa: stando ai dati raccolti dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), finora quest'anno sono approdate in Grecia più di 120.000 persone, mentre oltre 9.000 hanno raggiunto le coste italiane. Un terzo dei migranti arrivati a gennaio è composto da minorenni.

Molti di questi bambini compiono il pericoloso viaggio attraverso terra e mare da soli. A volte sono orfani che decidono di aggregarsi ad altri gruppi per cercare di raggiungere le coste europee, più sicure dei paesi d'origine. Altre volte, le loro famiglie pagano i trafficanti migliaia di euro affinché li trasportino nel ricco Nord, sperando in una vita migliore.

Secondo un rapporto di Save the Children, nel 2015 in Italia sono arrivati via mare circa 16.000 bambini, che rappresentano più del 10 per cento degli ingressi totali. Di questi minori, oltre 12.000 erano non accompagnati — soprattutto eritrei, egiziani e somali.

La maggior parte dei minori non accompagnati che arriva in Italia ha tra i 15 e i 17 anni, ma ci sono anche casi di bambini di 11 o 12 anni che viaggiano da soli. Sono in maggioranza maschi, ma non mancano le ragazze che affrontano il viaggio in solitaria.

Foto di Mohamed Keita

Il problema dei minori stranieri non accompagnati è salito alla ribalta a gennaio quando Brian Donald, capo di gabinetto dell'Europol, ha dichiarato al quotidiano britannico The Observer che in Europa almeno 10.000 di questi bambini sono scomparsi. Si teme che alcuni possano essere finiti nelle mani dei trafficanti e caduti in un vortice di sfruttamento.

Circa la metà di questi bambini sarebbe sparita proprio in Italia. Stando ai dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in media nell'ultimo semestre ogni mese circa 5.000 minori non accompagnati erano segnalati come scomparsi dai centri d'accoglienza o dalle case famiglia — con un picco a dicembre, quando le segnalazioni riferivano di 6.000 minori. A gennaio il numero si è ridotto leggermente, scendendo a 4.700.

Secondo Leonardo Cavaliere, ricercatore indipendente che cura un blog incentrato sui minori stranieri non accompagnati, queste cifre sono addirittura al ribasso.

"I numeri sono dati caso, in quanto la cifra fornita da Europol non corrisponde ai dati ufficiali del Ministero del Lavoro, " dice Cavaliere a VICE News, spiegando che molti minori non vengono nemmeno registrati dal sistema. "Secondo le mie stime, nel paese è presente almeno il 30 per cento di minori non accompagnati in più rispetto a quelli dichiarati — molti vengono addirittura registrati come maggiorenni quando arrivano in Italia."

E proprio Brian Donald di Europol ha affermato che il numero di 10.000 minori scomparsi a livello continentale è probabilmente una stima al ribasso. Le registrazioni, infatti, non coprono tutte le casistiche. Tra i 4.700 minori scomparsi a gennaio in Italia ci sono solo quelli fuggiti da un centro d'accoglienza o da una casa famiglia: il numero non include quelli che sono solo stati registrati al porto d'ingresso, o quelli che non sono stati registrati affatto.

Ma la vicenda che sta dietro ai numeri è molto più complicata, e racconta storie di sofferenza e sfruttamento.

Chi sono i bambini migranti

Questi bambini hanno dovuto affrontare viaggi lunghi e pericolosi.

Alcuni partono dall'Afghanistan, attraversano l'Iran, la Turchia, la Grecia e infine i Balcani; altri, come Mohamed, lasciano i paesi dell'Africa occidentale o centrale e, passando per Guinea, Mali e Sahel, salgono a bordo di barche malridotte con la speranza di raggiungere le coste italiane.

Quando un migrante o un rifugiato decide di partire, il primo passo è quello di rivolgersi a un trafficante, che organizza il viaggio in cambio di ingenti somme di denaro. I migranti sono quindi spesso alla mercé di questi uomini, che controllano le vite delle loro vittime fino all'arrivo in Europa.

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Un pagamento iniziale viene effettuato prima della partenza, dal ragazzo stesso o dalla sua famiglia. Tutta la somma restante si trasforma in un debito. Se non si è in grado di ripagarlo, i trafficanti sono pronti a ferire e uccidere.

Luca Attanasio è un giornalista che ha recentemente pubblicato un libro, intitolato Il bagaglio, che racconta le storie di circa 30 minori stranieri non accompagnati e contiene dati e numerose interviste con forze di polizia e funzionari governativi. Attanasio ritiene che i migranti e i rifugiati non abbiano altra scelta se non quella di affidarsi ai trafficanti.

"Per queste persone non esiste un metodo legale per giungere in Europa," dice a VICE News. "Non è che un eritreo, un gambiano, o un afghano, un giorno si sveglia e dice 'Voglio andare in Europa,' va all'ambasciata, chiede un visto, un mese dopo compra il biglietto e si fa la sua trasvolata spendendo, compreso il visto, al massimo mille euro. Per il 99,9 per cento periodico di queste persone, l'unico metodo efficace sono questi mega 'tour operator' organizzati dalle mafie transnazionali."

Quando i minori arrivano in Italia devono passare attraverso un processo di pre-identificazione, in cui forniscono i loro dati alle forze di polizia. Dichiarano la loro nazionalità, il paese di partenza, il loro nome e cognome — e spesso vengono anche fotografati.

"Possiamo confermare che ormai la quasi totalità degli sbarchi è gestita dalle autorità, per cui come minimo la procedura di pre-identificazione viene sempre completata," spiega Michele Prosperi, portavoce di Save the Children in Italia. "Questo è il processo di identificazione che viene effettuato regolarmente in tutte le aree di sbarco — non soltanto a Lampedusa, ma anche negli altri porti di sbarco che non hanno un centro di prima accoglienza nelle immediate vicinanze come nel caso di Lampedusa e Pozzallo."

Foto di Mohamed Keita

A questo punto, i minori stranieri registrati dovrebbero essere trasferiti nei centri di accoglienza o nelle case famiglia in altre zone d'Italia. Ma è qui che iniziano i problemi.

Da un lato, gran parte dei minori stranieri non accompagnati non vuole rimanere in Italia, ma cerca di raggiungere i paesi del nord Europa, come la Svezia, la Germania o il Regno Unito. In alcuni casi, vogliono raggiungere i famigliari o gli amici che vivono già lì; in altri, si dirigono a nord per trovare un paese con un'economia più florida, dove hanno più possibilità di andare a scuola ed eventualmente di trovare un lavoro, dove l'integrazione è più facile e più probabile.

"Escludono assolutamente la permanenza in Italia, salvo in alcuni casi che rappresentano però un'eccezione," dice Prosperi a VICE News.

"Naturalmente, sono minori che hanno intenzione di rendersi invisibili, non vogliono essere identificati, non vogliono rilasciare le loro impronte, non vogliono entrare nel sistema di accoglienza; hanno il timore che una volta raggiunto il paese di destinazione possano essere rinviati nel paese d'origine," spiega.

Ma ci sono anche problemi per quel che riguarda il sistema italiano di accoglienza. Secondo quanto riferito da Attanasio, questi minori rimangono bloccati nei centri di prima accoglienza per molto tempo, e ci vogliono mesi perché siano trasferiti in sistemazioni più permanenti.

"In teoria questi ragazzi dovrebbero rimanere nel centro di primissima accoglienza solo alcune ore o alcuni giorni," dice. "Tuttavia in vari punti d'Italia, soprattutto in Sicilia e soprattutto nel 2014, c'è stata una congestione spaventosa, quindi i minori rimanevano bloccati."

Questo significa che i bambini non possono iniziare a costruirsi una vita, non possono andare a scuola o fare qualsiasi tipo di attività: non hanno nulla da fare, sono consumati dalla noia e si sentono inutili, quindi scappano. A questo punto cercano di diventare invisibili, e nel farlo rischiano di cadere tra le braccia spalancate dei trafficanti e delle mafie locali, come ha evidenziati anche Brian Donald dell'Europol.

* * *

Un caso specifico è quello dei bambini egiziani. Secondo Save the Children, questi minori provengono da famiglie molto povere, e generalmente vengono mandati in Italia proprio dai famigliari per guadagnare soldi da inviare a casa.

Abbiamo incontrato Momen in un piccolo parco, sporco e un po' squallido, nei dintorni della stazione Termini di Roma. Sedeva da solo, ascoltava musica egiziana dal cellulare mentre aspettava i suoi amici. Racconta a VICE News che ha deciso di lasciare Alessandria a 13 anni: aveva smesso di andare a scuola, aveva già lavorato come pescatore e come meccanico, e aiutava il padre nel suo lavoro di elettricista,

"Ho lasciato l'Egitto per cercare una vita migliore, e per aiutare la mia famiglia che è rimasta lì," dice.

I suoi genitori hanno appoggiato la sua decisione di attraversare il Mediterraneo con un viaggio molto rischioso.

"Sulla barca c'erano alcuni egiziani, ma gran parte dei passeggeri erano siriani," racconta. "La barca su cui eravamo non era buona. È così che fanno i trafficanti: sanno che tanto perderanno la barca, quindi non usano quelle buone. Gli italiani sono dovuti venire a soccorrerci in mare."

Suo padre ha pagato 3.000 euro per il viaggio, che è durato dieci giorni. Quando Momen è arrivato in Italia, è stato identificato e ha avuto la fortuna di finire in un collegio a Siracusa, dove ha preso la licenzia media. Si è poi spostato a Roma per cercare lavoro. Ora, a 16 anni, ha ottenuto un diploma da pizzaiolo ed è in prova in una pizzeria di Roma, dove lavora tre volte a settimana.

"Mi sono sentito molto solo, senza la mia famiglia e con pochi amici," dice a VICE News. "Parlo spesso al telefono con i miei genitori, ma quando compio 18 anni voglio fare subito un viaggio ad Alessandria per rivederli."

Foto di Mohamed Keita

Momen, come Mohamed, è uno dei più fortunati: nel loro caso il sistema di accoglienza sembra aver funzionato, e sembra avergli fornito un futuro su cui poter contare, seppur tra molte difficoltà. Tanti altri, tuttavia, non sono così fortunati o pazienti.

Molti ragazzi egiziani scappano dai centri di accoglienza appena approdati sulle coste italiane: vogliono raggiungere a tutti i costi Roma o Milano, due città dove la comunità di connazionali è particolarmente numerosa. Quando raggiungono la città, nel cercare un lavoro per sostenere economicamente la famiglia in Egitto e ripagare il debito con i trafficanti, finiscono spesso per essere sfruttati.

"Hanno fretta di guadagnare rapidamente per ripagare il debito di viaggio. Per questo motivo sono disposti a essere sfruttati lavorativamente, coinvolti in attività illegali o anche a essere sfruttati sessualmente — lo abbiamo riscontrato sul campo," spiega Prosperi. Questi minori sono solitamente sfruttati da altri egiziani o in alcuni casi dalle persone che li prendono in custodia.

La comunità egiziana è particolarmente attiva in alcuni settori dell'economia: autolavaggi, ristoranti, imprese edili e di impalcatura, mercati ortofrutticoli. Secondo Save the Children, i minori che lavorano ai Mercati Generali di Roma e Milano "entrano 'clandestinamente' alle 8 di mattina, cercando di ottenere un lavoro per la giornata. Il guadagno per caricare un camion da 12 pancali è di dieci euro, e si impiegano circa due ore. Talvolta il camion è anche da scaricare, quindi le ore di lavoro diventano anche cinque, ma la paga è sempre la stessa. Ogni cassetta riempita, invece, vale un guadagno di 50 centesimi."

I minori che lavorano negli autolavaggi "svolgono un'attività continuativa anche per 12 ore, a fronte di una paga di due-tre euro l'ora." La situazione è simile nei ristoranti o nelle frutterie, mentre i minori che lavorano nelle kebabberie guadagnano 50 centesimi all'ora. C'è anche un forte rischio che questi bambini possano venire coinvolti in attività illegali, come lo spaccio di droga.

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Mentre la stragrande maggioranza dei minori stranieri non accompagnati che arriva in Italia è composta da maschi, un'eccezione è rappresentata dalle bambine e dalle ragazze nigeriane, che sono l'obiettivo primario dei trafficanti dediti allo sfruttamento della prostituzione. Stando al rapporto di Save the Children, la Nigeria è l'unico paese da cui, nel 2015, sono arrivate più minori femmine che maschi.

Secondo Prosperi, bambine e ragazzine arrivano in Italia grazie a un "sistema organizzato" che ha le sue radici in Nigeria e che si allarga a macchia d'olio fino in Europa.

Solitamente hanno tra i 15 e i 17 anni, ma i trafficanti gli dicono di mentire sull'età e di dichiarare di essere maggiorenni, per evitare tutte quelle misure che vengono attuate dalle autorità per proteggere i minori — e che gli impedirebbe di mettersi in contatto con i loro sfruttatori. Spesso le ragazze scappano dai centri di accoglienza dopo un paio di mesi, e dato che rimangono in contatto con i trafficanti per tutto il tempo, vengono immediatamente assorbite dalla loro rete criminale.

Le ragazze nigeriane vengono solitamente portate a Napoli - che sembra essere un importante centro di smistamento - e poi nelle loro destinazioni finali in tutta Italia. Generalmente hanno contratto un debito con i trafficanti tra i 30.000 e i 60.000 euro, che devono ripagare con anni e anni di prostituzione.

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Il problema dei minori stranieri non accompagnati scomparsi non tocca solo l'Italia. A ottobre, la città svedese di Trelleborg ha denunciato la sparizione di 1.000 minori rifugiati.

Secondo una stima della British Asylum Seeking Unit, circa il 60 per cento dei minori stranieri non accompagnati ospitati nei centri d'accoglienza del Regno Unito scompare, mentre nel 2010 l'ONG Terres Des Hommes ha riscontrato che metà dei minori stranieri non accompagnati che arrivano in Belgio, Francia, Spagna e Svizzera spariscono dai centri d'accoglienza entro le prime 48 ore.

Brian Donald, il capo di gabinetto dell'Europol, afferma che "questi bambini sono nella comunità; se vengono sfruttati, questo avviene all'interno della comunità. Non vengono fatti sparire e imprigionati nelle foreste — anche se sospetto che alcuni lo siano. Sono nelle nostre comunità, sono visibili," dice Donald, che chiede una maggiore consapevolezza da parte dei governi e dei privati cittadini.

"Le storie dei ragazzi che ho incontrato in questi due anni di lavoro, mi hanno portato tanta tristezza e a volte anche angoscia, perché ho due figli esattamente della loro età," spiega Attanasio.

"Ma mi hanno dato anche tantissima speranza, perché sono ragazzi che hanno superato uno a uno tutti i gironi dell'inferno, soffrendo molto. E se seguiti bene, se inseriti bene nel circuito - e molti lo sono - se gli viene data l'occasione di portare avanti il proprio progetto... sono una potenza non solo umana, ma anche economica, per il nostro paese."

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Tutte le foto sono di Mohamed Keita