È arrivato il momento di parlare seriamente dei proto-meme

Forse il "primo meme della storia" non era propriamente un meme. Ma ne abbiamo scoperti di molto più antichi.
26.4.18

Nelle ultime settimane, in seguito alle condivisioni di una particolare vignetta degli anni Venti su Tumbrl e Twitter, è scoppiata la discussione sul "primo meme della storia", ripresa anche da VICE UK.

La vignetta, uscita nel 1921 su The Judge, rivista satirica dell’Università dell’Iowa, ricorda da vicino l’umorismo di alcuni meme contemporanei, quelli che chiudono la battuta con "how you really look/come sei davvero" che, più che un template, sono una vera e propria famiglia, ramificata in format diversi: quelli che parlano di fotografie proprio come la vignetta in esame, quelli che si riferiscono alla stessa persona in diversi momenti della giornata, oppure la versione con sei o più immagini che dominava già nell’epoca dei demotivational — "come ti vedono i genitori, come ti vedono gli amici, come ti vede la società, come ti vedi da solo ecc".

Pubblicità

Definire questa vignetta primo meme della storia è una semplificazione giornalistica, visto che si trattava, appunto, di una vignetta: l’opera di un autore, pubblicata su un giornale, priva della catena di imitazioni e reinterpretazioni, precedenti e successive, che fanno di un meme quello che è. Tuttavia, non è casuale che proprio un fumetto ci abbia ricordato un meme moderno.

La permeabilità tra i due medium è stata già dimostrata da Masha Zarova del collettivo The Philosopher Meme, attraverso l'analisi dell’evoluzione memetica di una famosissima vignetta del New Yorker. Inoltre, alcuni meme storici, come i Rage comics, si esprimevano come veri e propri fumetti, sebbene i personaggi fossero ridotti a mere funzioni narrative in accordo alla prassi ricombinatoria della memetica.

Il punto è che i meme non si segnalano per una forma materiale caratteristica, ma per una dinamica riproduttiva. Essendo la forma materiale della maggior parte dei meme una coniugazione di parole e immagini, essi sono parenti di ogni genere di comunicazione visiva, presente, passata e futura, tra cui mettiamo il fumetto, ma anche le strategie visuali della politica e del marketing — che infatti hanno inserito i meme nel loro arsenale.

Per questo motivo, negli ultimi giorni, la community dei memers ha scovato altri "proto meme" persi nella Storia, risalenti addirittura al basso medioevo e appartenenti ai più diversi ambiti comunicativi. Ne analizzeremo alcuni per capire dove si tratta di una proiezione dell’occhio contemporaneo, dove di uno scherzo del fato e dove, forse, qualcosa di simile alla memetica.

Pubblicità

THE MORNING CHAD

The Morning Leader era un giornale di lingua inglese, attivo nella prima metà del ventesimo secolo nello Sri Lanka occupato. Fallito nel 1932, è stato rifondato in tempi recenti. Questa pubblicità comparativa serviva a scoraggiare la lettura della cosiddetta “yellow press”, cioè i retocalchi scandalistici, montando un parallelismo circa l’aspetto del lettore tipo che ricorda da vicino, da troppo vicino, il meme Virgin Vs Chad uscito lo scorso anno dalla community degli incel (involuntary celibate: giovani e giovanissimi ragazzi che non hanno mai baciato una donna e, per giustificare il loro fallimento, hanno messo in piedi una dettagliata teoria lombrosiana sugli uomini alfa, soprannominati Chad, e quelli beta: i vergini).

Almeno due dettagli inquietano i contemporanei. Le virgolette asimmetriche sui due nomi: nella pubblicità compaiono perché “The Morning Leader” è un nome proprio, e yellow press un nome comune, ma le ritroviamo anche in molte versioni di Virgin Vs Chad, dal lato del vergine, utilizzate come segno ironico che scredita persino il suo diritto a un nome. E poi c’è l’aspetto delle due coppie di caricature che si somigliano davvero molto. Ad esempio, l’esagerazione, in positivo e in negativo, del mento, che gli incel celebrano come il tratto distintivo della virilità. È vero che la bellezza maschile canonica presenta spesso una mascella marcata, ma i controesempi sono innumerevoli, e solo la community incel ne è così ossessionata. Questo Morning Leader ci fa sospettare di aver semplicemente sognato uomini senza mascella fidanzati con ragazze bellissime, e che la incel theory regoli i destini dei maschi eterosessuali da tempi immemori.

Pubblicità

MISERIA AGLI UBRIACONI

"Woe To Drunkards" è un sermone pubblicato dal pastore puritano Samuel Ward nel 1621, un’invettiva contro la piaga dell’alcolismo e un più generale decadimento dei costumi. L’illustrazione dell’epoca intriga il memer odierno in più modi. Non è solo lo schema base a colpire, quello che contrappone i bei tempi andati a un presente di degrado, quanto una diffusa sciatteria nella rappresentazione che, all’occhio moderno, risulta comica. Il disegnatore pare ignaro delle più elementari regole per una buona composizione, quelle che già diversi secoli prima diventavano standard in autori come Piero Della Francesca, e procede per accumulo di oggetti, come raffigurano le cose i bambini.

La rappresentazione simbolica, figlia di una lunga tradizione di matrice religiosa, accorda la stessa importanza a ogni dettaglio, non importa quanto piccolo e fuori fuoco: per esempio, la pigrizia dei contemporanei è rimarcata anche da quel ginocchio piegato, appena percepibile come tale ai margini superiori della seconda vignetta, dal quale deduciamo che il personaggio è seduto. Stessa spiegazione siamo costretti a dare alla traduzione middle-english di o tempora o mores! (o maners, o tymes) che troviamo capovolta alla base della copertina, segno grafico che ribadisce un mondo sottosopra. Ma per noialtri che facciamo dank meme, ci sembra la prefigurazione del nostro modo avanguardistico, parodico e sgangherato di distribuire il testo su un’immagine.

Pubblicità

PLATONE BURATTINAIO

Il filosofo francese Jacques Derrida scopre questa miniatura del XIII secolo, opera del monaco benedettino Mathew Paris, e la accoglie con "un senso di allucinazione… e di rivelazione allo stesso tempo, una rivelazione apocalittica: è Socrate che scrive, scrive di fronte a Platone, l’ho sempre saputo”. È ben noto che Socrate non ha mai scritto una riga e che una delle principali fonti che abbiamo sul suo pensiero è proprio l’opera di Platone, suo allievo, che lo mette in scena come personaggio dei suoi dialoghi. L’illustrazione è quindi doppiamente strana: non solo vediamo Socrate scrivere, ma lo fa sotto dettatura di Platone, come fosse lui l’allievo.

Se escludiamo l’ipotesi dell’errore, cioè che Mathew Paris abbia semplicemente sbagliato a etichettare i personaggi, rimane quella della polemica revisionista: ciò che sapete è falso, Platone era il burattinaio, l’uomo dietro le quinte! In realtà è una lettura che, in una certa misura, concorda con la storia della filosofia antica. Sappiamo infatti che solo nei primi dialoghi ci viene raccontato un Socrate storicamente credibile mentre, in quelli più tardi, è pacifico considerarlo una semplice maschera autorevole che Platone usò per esprimere la sua filosofia.

Il memer del ventunesimo secolo vi troverà da un lato la goffa e esilarante rappresentazione degli esseri umani tipica delle miniature medievali, che già è stata base di tanti fotomontaggi memetici che ridoppiavano situazioni bizzarre (animali mitologici parlanti, barche sputafuoco, rapporti sessuali vari e così via); dall’altro, c’è la comparsa , intenzionale o meno, dello schema del burattinaio, meme che fa il verso alle teorie cospirazioniste e inventa manovratori occulti sempre meno plausibili.

Pubblicità

Ma quindi cosa sono queste forme che risuonano così nitidamente con l’odierno cazzeggio semiotico di internet? Abbiamo visto che buona parte del valore comico è frutto di una proiezione, giacché solo uno dei "protomeme" aveva un’intenzione comica alla base. E tuttavia non si può negare la persistenza nella storia umana di certi schemi narrativi che attraversano i secoli e arrivano intatti nelle nostre mani di memer ironici che non credono più a niente.

Gli schemi narrativi che si diffonono attraverso spazio e tempo sono una delle tante cose che la memetica propriamente detta — quella disciplina ipotizzata da Dawkins negli anni settanta che non ha mai preso piede davvero — chiama "meme".

La memetica propriamente detta si fonda su un’idea tanto giusta quanto vaga, cioè che tutta la produzione culturale umana sia un continuo ricombinarsi di forme che, proprio come fanno i geni nel mondo naturale, si riproducono “sempre uguali ma in composti sempre diversi”. Che la cultura sia ripetitiva e persino monotona non è una scoperta degli anni Settanta ma è nelle premesse metodologiche delle cosiddette scienze umane, come la sociologia, l’antropologia ma anche la storia dell’arte e l’estetica. Nessuno ci vieta di chiamare meme ciò che prima chiamavamo topos, e dire che il template “Annunciazione” o “Deposizione del Cristo morto” hanno avuto molta fortuna nei secoli scorsi, ma non aggiungiamo niente di nuovo.

Ciò che ha definito, e reso possibile, la memetica di internet sono state le innovazioni strutturali che hanno riconfigurato il semplice uso di topos in una prassi che aveva come primo scopo quello di evolversi e ricombinarsi attraverso l’intervento di una molteplicità di autori anonimi. Queste innovazioni strutturali sono, ovviamente, internet stesso (insieme ai programmi di grafica e agli editor online sempre più accessibili) e il risultato sono stati i meme.

Nella prassi memetica abbiamo un’intensificazione quantitativa che diventa salto qualitativo. Infatti, i topos, i template, o le cornici memetiche, che dir si voglia, da semplice schema che orienta le singole applicazioni si trasformano in oggetti da contestare, sovvertire, mischiare tra loro. E questo è accaduto perché i meme sono arte di massa, creata dalla massa e non semplicemente fruita da essa.

I veri pionieri delle operazioni memetiche nella storia dell’arte sono state le avanguardie (sia le prime, sia le seconde) che dispiegavano tutta una serie di tecniche di rimanipolazione della cultura come la decontestualizzazione, l’ironia o il collage che vediamo oggi applicate negli ironic memes. Ma anche quello rimaneva un gioco tra artisti, limitato nello spazio e nel tempo, appannaggio di un’elite che possedeva i mezzi di produzione dell’arte. I baffi sulla Gioconda sono ancora l’opera di un autore, gli infiniti e innumerevoli fotomontaggi su Mark Zuckerberg in tribunale, invece, sono l’azione di una collettività anonima e indefinibile.

In conclusione, tutte le rappresentazioni che abbiamo visto avevano il potenziale per diventare meme; semplicemente mancava il terreno socialmente adatto a farle fiorire. Possiamo vederli come dei meme in una capsula nel tempo: hanno atteso per secoli che arrivasse qualcuno a liberarli. E i loro salvatori, consapevoli o meno, sono stati dei teenager davanti al computer che venivano male in foto.