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Ho fatto la spesa in un cinema, e c’è una buona ragione

Spesa etica a Milano? Siamo andati al cinema Beltrade punto di distribuzione della rete di L’Alveare che dice sì.

di Diletta Sereni
26 marzo 2018, 6:30am

Tutte le foto dell'autrice

Cammino verso il mio cinema preferito di Milano perché è lì che farò la spesa stasera. Il cinema si chiama Beltrade, è un cinema d’essai che è anche cinema di quartiere, che proietta solo bei film e solo in lingua originale. Poi però tutti i giovedì sera un gruppetto di produttori trasforma la terrazza sul retro della sala in un piccolo mercato.

In realtà non è proprio un mercato, è un punto di distribuzione della rete di L’Alveare che dice sì, una start up che è riuscita a semplificare e insieme rendere tecnologico il buon vecchio concetto del gruppo di acquisto solidale.

Di ogni acquisto: 10% va al gestore, 10% all’Alveare e 80% al produttore.

Ogni alveare è una specie di comunità che tiene insieme produttori locali e persone che vogliono comprare i loro prodotti, l’acquisto si fa online e la spesa si ritira invece di persona, in un unico momento settimanale che si trasforma appunto in una specie di mercato allegro, anche perché tutti hanno già comprato e venduto e non ci sono soldi che girano.

Al Beltrade stasera c’è un bel po’ di gente, sarà che uno dei banchi è dedicato a una degustazione di vini piemontesi, e che più tardi viene proiettato Food Coop, un film che racconta un’esperienza riuscita di negozio alimentare cooperativo a New York; fatto sta che per ritirare la spesa c’è persino un po’ di fila.

Mi guardo intorno e trovo una situazione che mi mette un poco di fiducia nel mondo: un cinema che diventa anche mercato per gli abitanti del quartiere, abitanti del quartiere che ogni settimana incontrano i produttori del territorio, produttori che si organizzano tra loro per alternarsi e assolvere tutte le consegne.

Ai miei occhi una scena quasi utopica, completata da file di bandierine colorate e un cartello “spazio riservato al gioco dei bambini” che in qualche modo mi ricorda: questa è solo la tua bolla.

“Stasera sembrate arrivati tutti insieme” mi dice Aurélie Martin, che è la responsabile dell’Alveare Beltrade e quella a cui i produttori si riferiscono come “il nostro capo”. Capo che è quello di una graziosa marsigliese, che lavora nella comunicazione ambientale e che sta cercando di portare la sua filosofia anche qui, ad esempio chiedendo a tutti di ridurre al massimo gli imballaggi.

Aurélie, come ogni gestore di alveare, ha incontrato uno per uno i produttori prima di sceglierli. E ha messo insieme un bel gruppo, con le verdure biologiche di Cascina Fraschina, il pane a pasta madre e lunghe lievitazioni di Tilde, i formaggi di capra Saanen di Laura Cremonesi, i vini naturali di Cascina Rivali, le varietà rare di cereali di Giovanni Fontana (ne sto citando solo alcuni, la lista completa è qui).

Az.agr. Il Castagno e Cascina Fraschina
Az.agr. Aldo Casarotti e Cascina Rivali

Quello di Aurélie è solo uno dei 16 alveari milanesi, ma la rete è presente in tutta Italia con 161 punti di distribuzione, particolarmente densi in Lombardia, Piemonte, Lazio, ma che si stanno diffondendo anche nelle altre regioni. L’idea e la piattaforma nascono in Francia nel 2010 col nome di La ruche qui dit oui e da allora la rete si è estesa a vari paesi d’Europa. La realtà italiana viene fondata a Torino nel dicembre 2015 da Eugenio Sapora e in poco più di due anni è cresciuta fino ad avere circa 62 mila iscritti e 1200 produttori che partecipano al progetto.

Nei mercati normali ormai vale tutto, anche nei cosiddetti mercati contadini trovi banchi con ananas, banane.

Giovanni Fontana

Funziona così: ogni alveare è aperto per iniziativa di una persona che diventa il gestore (nel mio caso: Aurélie), sceglie i produttori, trova il luogo disposto a ospitare la distribuzione e segue l’organizzazione e la comunicazione di ogni vendita settimanale. La piattaforma dell’Alveare allestisce una vetrina-community per ogni punto di distribuzione e ospita tutte le transazioni economiche. Di ogni acquisto: 10% va al gestore, 10% all’Alveare e 80% al produttore.

“L’idea è quella di tutelare i produttori locali e portare il loro cibo nei quartieri delle città – mi dice Simona Cannataro, responsabile comunicazione di Alveare –, in luoghi che le persone frequentano a prescindere, in modo da rendere più facile la spesa. Ma in alcuni casi è successo l’inverso, cioè con alveari aperti in posti periferici e dimenticati, che hanno ripreso a essere frequentati.”

Chiedo a Simona quali sono i criteri con cui vengono scelti i produttori e gestito lo sviluppo della rete: “il taglio del singolo alveare lo dà il gestore, ad esempio se vuole produttori biologici certificati. Noi esigiamo solo che siano i produttori veri, non dei rivenditori, e che rispettino i valori della nostra carta etica. Per la diffusione sul territorio, cerchiamo di tenere almeno 15-20 minuti a piedi tra gli alveari di città (o 15-20 in macchina, se fuori città) in modo da non farli entrare in conflitto tra loro.”

Durante una degustazione di .Cascina Roccabianca

Il punto infatti è anche assicurare ai produttori una quantità di ordini accettabile, che valga il viaggio insomma. Non sempre è così, mi dicono alcuni: “i guadagni sono ancora bassi, ma lo facciamo per farci conoscere, per noi è importante” è la frase che mi sento ripetere da vari produttori al Beltrade. E forse, penso io, scommettono anche un po’ sulla crescita del progetto, non a caso scopro che alcuni hanno a loro volta già aperto un alveare nelle città di origine o stanno per farlo. E per alcuni l’alveare sta sostituendo i mercati classici, che richiedono molte più ore di impegno, in un contesto con una qualità di prodotti più bassa: “nei mercati ormai vale tutto, anche nei cosiddetti mercati contadini trovi banchi con ananas, banane. L’alveare ci permette di gestire meglio il tempo: stiamo qui due ore, abbiamo la certezza della vendita e troviamo una clientela che sa apprezzare la stagionalità e l’artigianalità del cibo” mi dice Emanuele Allodi di Cascina Rivali.

In realtà il caso di alveare Beltrade è uno di quelli virtuosi, che funzionano bene, e che sta diventando interessante anche dal lato economico. Gli iscritti sono ormai quasi mille, grazie anche alla spinta del cinema Beltrade e del NoLo social district che sin da subito ha abbracciato l’iniziativa e aiutato a costruirci intorno una comunità di persone. E forse non è un caso che questo bel cinema-mercato sia spuntato in un quartiere come NoLo, che al netto della retorica sulla gentrification, si è allenato molto negli ultimi due anni a ripensare la sua dimensione sociale, di vicinato che scende in strada a conoscersi e riprendersi gli spazi pubblici.

Per cui raccolgo la mia spesa, dentro ci sono: verdure biologiche dal parco del Ticino, gallette di sorgo, gnocchi all’ortica, vino bianco dei colli Piacentini, pane di grani tradizionali piemontesi, un formaggio di mucca di Treviglio, confettura prugne e zenzero.

Tutto cibo prodotto con una ratio ambientale e territoriale, da persone che ho visto in faccia e so che a loro va l’80% di quello che ho speso.

Cibo che porta le persone fuori dai supermercati, in un luogo con profonde radici nel quartiere: un cinema che tra l’altro usa un paragonabile criterio di cura per comporre il suo cartellone di film. Quando si parla di spesa etica, ecco secondo me questo ci va molto vicino.


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