I dieci album più bizzarri pubblicati dalla Apple Records dei Beatles

I dieci album più bizzarri pubblicati dalla Apple Records dei Beatles

A volte quando pensiamo ai Beatles come alla band più famosa e influente della storia ci dimentichiamo che era formata da scoppiati totali. Il catalogo dell'etichetta da loro fondata e gestita è qui per ricordarcelo.
Demented Burrocacao
Rome, Italy
29.3.18

Nel lontano 1968 le cose erano ben diverse da oggi. Non esistevano netlabel, non c’era Spotify, e le etichette indipendenti dovevano faticare non poco per raggiungere il pubblico, nonostante a volte fossero una tale fucina di talenti che era inevitabile che sfociassero nel mainstream. Una di queste fu la Apple Records, i cui padri e padrini furono nientepopodimeno che i Beatles.

Episodio all’interno di un progetto ben più ambizioso pensato per concentrare tutte le energie creative dei Beatles in una corporazione sulla carta imbattibile, la Apple Corps, che comprendeva diverse divisioni come la Apple Electronics, la Apple Publishing la Apple Films e la Apple Retail (e di conseguenza la Apple Boutique, dove i fan dei Beatles e della filosofia freak potevano trovare abbigliamento e gingilli che più gli si addicevano), è uno dei primi casi di etichette indipendenti fondate da artisti major, le cui fortune, paradossalmente proprio per questo, erano altalenanti e destinate a essere inglobate dalle major a causa dello scarso senso pratico/commerciale dei fondatori (basti pensare che l’Apple Boutique fallì perché la gente rubava indisturbata e la Apple Electronics venne messa in mano ad un vero e proprio “cialtrone” ovvero Magic Alex, che, riuscito ad abbindolare Lennon e soci grazie a una specie di mini-dream machine da lui ideata, da solo affossò di parecchi soldoni la compagnia).

Ciononostante i Beatles, oltre a lanciare i propri lavori ed esperimenti controllando personalmente (per quanto in maniera surreale) ogni passaggio della produzione, pubblicarono della roba gajarda di altri. Altri che spesso erano perfetti sconosciuti, incuranti delle classifiche pop e impegnati con il soul, il jazz e l’avanguardia più inascoltabile, dimostrando una capacità di mutare fra un genere e lì’altro sorprendente, soprattutto perché il tutto sembra frutto di assenza di calcoli e di una scelta “a pelle” praticamente random e affidata al solo e unico istinto.

Quest’anno cade il sessantennale di questa gloriosa e scoppiata etichetta, e ci rendiamo conto di quanto sia importante la sua esperienza per tutte quelle label visionarie che in qualche modo, anche oggi, vogliono azzerare la realtà nelle loro produzioni e fare spazio alla fantasia volando nello stesso tempo dentro e fuori dalla storia.

Nonostante la Apple Corps sia stata ideata nel 1967, la Apple records di base nasce nel 1968 con la pubblicazione del suo primo disco ufficiale, il famigerato White Album dei Beatles che già al suo interno porta il seme della frantumazione dei generi e lo sprezzo delle regole come forma d’arte che è alla base della concezione del pop beatlesiano. Ritroveremo questa attitudine nelle produzioni Apple. Per non parlare di quell’inquietudine esistenziale salita alla superficie dopo la morte del manager storico Brian Epstein, per cui la Apple sarà da quel momento il cuore di una rivoluzione per la creazione fine a se stessa, fuori dalle logiche comuni del gusto e della forma, a costo di fallire. Un investimento coraggioso, a perdere, a volte mettendo sotto contratto gente nuova per puro caso, a volte rimettendo in gioco vecchie glorie (come Ronnie Spector, ex Ronettes, che inciderà un singolo micidiale scritto da Harrison).

Sì, certo, la Apple avrà nella sua scuderia artisti di successo come James Taylor, i Badfingers, Billy Preston, Mary Hopkin e Jackie Lomax: ma a noi interessano più che altro quei musicisti nella cui poetica il rischio è alto e la proposta spiazzante. Ecco quindi una classifica dei miei personali dieci album Apple del cuore, bizzarri esempi di come la musica può diventare talmente fisica da scappare via con le proprie sue gambe e darci la forza per osare, per fare casino, per lanciare il cuore (o la mela, mitico logo dell’etichetta) oltre l’ostacolo.

1. John Lennon, Yoko Ono - Unfinished Music No.1: Two Virgins (1968)

Per essere precisi la Apple records prevedeva anche una sottoetichetta chiamata Zapple, nata per occuparsi di spoken word e musica sperimentale, ma ebbe vita breve. Solo nove mesi di gloria, dopodiché il malvagio Allen Klein (subentrato alla guida della Apple e dei Beatles dopo il bancarottaro Paul McCartney e, per giunta, ex-manager degli Stones) la chiuse a causa delle vendite ovviamente non eccelse. Quando negli anni Novanta misi le mani sulla ristampa in CD non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie, figuriamoci chi si ritrovò ad ascoltare questa roba nel 1968. La storica coppia Ono/Lennon posa nuda in copertina, fatto che attirerà subito la censura e lo scandalo generale, ma il contenuto è ancora peggio (o meglio, secondo i punti di vista). Una impro devastante registrata dai due in un contesto domestico, casa di Lennon, proprio in quella notte in cui faranno per la prima volta l’amore (da qui il simbolico titolo) dando la parola “fine” alla storia con Cynthia Lennon e l’inizio di quella che sarà l’unione più mitizzata dell’intera storia del rock. Ebbene il disco è un vero e proprio casino proto weird noise, a base di vocalizzi informi, tape loops, fischietti, distorsioni a palla, atonalità a pacchi e spirito harsh, in cui la tensione erotica tra i due si percepisce palpabilmente, in un’urgenza espressiva che è palesemente un prodromo al consumo dell’amplesso. Insomma una roba lontana centomila anni dalla forma canzone dei Beatles e l’anticamera per un cambiamento epocale quali la suite "Revolution #9" nel White Album, ovvero la musica concreta e aleatoria trasformata in pop music. Strano ma vero, nonostante lo shock, negli Stati Uniti il disco arriverà al 124° posto in classifica USA: seguiranno altri due LP sempre più estremi come Life with the lions a base di urla, feedback di chitarra e battiti del cuore di feti, e il Wedding Album che addirittura presentava una facciata in cui i due chiamano i loro nomi a vicenda fino allo spasimo, diciamo una versione in “musica leggera” degli esperimenti di Ulay e Marina Abramovich.

2. George Harrison – Electronic Sound (1969)

Un disco in un certo senso, anzi sicuramente, antesignano dell’harsh noise più feroce e delle spappolate elettroniche di casa Mego e derivati, il secondo album di Harrison (il primo è la colonna sonora del film Wonderwall, molto più rassicurante) è una mappazza di sbuffi elettronici, di devastanti sequenze random e di casino vorticoso, una smanopolata senza freni su un sintetizzatore Moog nuovo di pacca. Il lato A è tutta farina del sacco di Harrison, o per meglio dire è farina del caso che in quel momento si posava su Harrison: il lato B invece sembra sia stata una registrazione pirata dello stesso Harrison ai danni del compositore Bernie Krause che stava dimostrando le potenzialità dell’apparecchio al Beatle, in quella che a tutti gli effetti è una geniale truffa concettuale in cui l’aleatorietà supera ogni aspettativa (e il buon Bernie si ritroverà giustamente solo accreditato come assistente). La paternità della noise music è in qualche modo confermata da una frase in copertina: “Ci sono molte persone che si muovono facendo molto rumore, eccone dell’altro”. Il disco nonostante l’ostilità dei suoni arriverà al numero 191 di Billboard, ma non basterà a salvare l’etichetta Zapple che sarà chiusa poco dopo la pubblicazione dell’album. Per il sottoscritto rimane un must imprescindibile d’insuperabile caos.

3. Modern Jazz Quartet – Space (1969)

L’ensemble nato dall’orchestra di Dizzy Gillespie e già noto ai più all’epoca, registrerà due album per la Apple: il primo è Under a Jasmine Tree, interessante scorribanda jazz all’interno del buco di Alice nel Paese delle Meraviglie. Il sottoscritto preferisce, però, il successivo Space, in cui la band riesce a rendere perfettamente l’idea di fluttuare nello spazio attraverso l’uso incrociato di effetti elettronici, campanelli, vibrafoni volanti e piani sognanti che riescono a essere pop nonostante l’uso di dissonanze di seconda e roba del genere, unendo con brio la tradizione jazz con la sperimentazione. Sicuramente influenti a livello sonoro sui Beatles del White Album, ma anche su Sgt. Pepper: basti sentire alcune progressioni stile "A Day in the Life" (il primo album dei Modern Jazz Quartet è del 1967), soprattutto per la capacità di rendere accessibile qualcosa di potenzialmente ostico senza perdere personalità. Nonostante le accuse di “sbiancare” la loro musica, si trattava esclusivamente di un tentativo di anticipare quello che poi farà Miles Davis nel periodo primi Ottanta, abbattendo le frontiere razziali. Space rimane uno dei miei dischi preferiti soprattutto se si vuole “sviaggiare” senza il timore di rimetterci il cervello; d’altronde i nostri sono dei pionieri della third stream music, nella quale la classica si unisce al jazz, come le zollette di zucchero (imbevute o meno di LSD) nel caffè. Pare che già Yoko Ono li bazzicasse prima del contratto alla mela, e non ci stupiamo affatto di questo.

4. John Tavener – The Whale (1970)

Prima di essere sdoganato da La Grande Bellezza, Tavener nei tempi moderni è stato poco frequentato dai più. Eppure nel 1968 il grande compositore britannico sfoderò questa poderosa opera classica/sperimentale ispirata al passo biblico di Giona e la balena, ovviamente trasferito nel mondo moderno a livello di metafora esistenziale. Il nostro eroe arriverà a registrare per la Apple perché il fratello, costruttore, lavorava a casa di Ringo Starr. Il batterista diventerà il fan numero uno del compositore, per una volta surclassando i colleghi a livello di interazioni con la musica contemporanea (parteciperà di persona alla registrazione dell’opera prestando la sua voce). Tanto che nel singolo "Yellow Submarine" è evidente l’influenza del Maestro: stesse voci ovattate come attraverso megafoni di navi alla deriva, uno spazio siderale fatto di effetti, rumori, riverberi e quel misto fra Messiaen, Penderecki, Stravinsky e compagnia cantante che ne fanno un autore assolutamente originale ed eclettico. Nel disco ci sono tutte quelle sensazioni anni Settanta di mistero, di liquido amniotico spaziale e fiabesco che anche oggi rimane intatto e ispira meraviglie. Un disco di culto senza alcun dubbio, da avere.

5. Yoko Ono – Fly (1971)

Ristampato di recente, il secondo album di Yoko Ono dopo l’esordio di Yoko Ono and Plastic Ono Band rappresenta un passo avanti rispetto al seminale disco di cui sopra, che di fatto inventa il kraut rock e la no wave. Fly infatti è composto di quattro facciate una peggio dell’altra in cui si passa dal rock'n'roll sfatto di "Midsummer New York" al disastro no-blues di "Mind Train", tutti gridi belluni al limite del noise e svisate di chitarra pre-Arab on Radar, fino a registrazioni di scarichi di cessi, al noise automatico di “Airmale” e l’imitazione di una mosca della title track, degna colonna sonora di un delirante corto della stessa Ono. Insomma una pietra miliare di roba al limite dell’ascoltabile o meglio del vivibile, per cui la precedente prova sembra bubblegum music. Con il solito apporto di Lennon alla chitarra, Ringo Starr alla batteria e Klaus Voormann al basso (ovvero l’autore della copertina di Revolver), la nostra “strega” nipponica getta i semi della musica alternativa del millennio a venire. Un must, soprattutto quando si ascolta “You”, una musica meccanica in cui il sequencer è fatto di legno e sangue, in un vaso orientale fatto di mosse di go e giardini di pietra.

6. Rahda Krsna Temple – S/T (1971)

Probabilmente il primo allucinante esempio di Krishna-music che entra nel pop (Boy George ci riproverà anni dopo con i Jesus Loves You ma con risultati minori), geniale intuizione di George Harrison che produce il disco della branca inglese del movimento Hare Krishna e ne ottiene due incredibili hit single che a tutti gli effetti faranno pubblicità al movimento religioso in occidente. Prodotto da un jazzista devoto a Krishna e poi capoccia dell’ISKCON (International Society for Krishna Consciuosness), ma principalmente pianista di Pharoah Sanders, il disco nacque da un formale incontro fra uno dei leader del movimento e Harrison, che già in qualche modo aveva sdoganato le idee Hindu con i suoi ibridi fra musica indiana e occidentale in molti brani dei Beatles. L’incontro andò benissimo, quindi non solo Harrison diede il nullaosta per l’incisione dei mantra, ma lui stesso si trovò spesso nel quartier generale dei nostri a suonare l’harmonium e addirittura a inserire, ovviamente a cazzo, parti di sintetizzatore suonate da Billy Preston. Risultato, un successo commerciale inaspettato che, in effetti, rappresenta un dirompente buco nero nel music business d’epoca, raggiungendo con “Hare Krishna Mantra” il dodicesimo posto nella classifica inglese e, di fatto, diventando un’ispirazione chiara per "Give Peace a Chance" di John Lennon, visto lo spirito iterativo del pezzo. Di base è un disco in cui i mantra diventano per la prima volta rock, anzi in alcuni casi post punk per il suono che prevede dei bassi quasi da chitarra baritono chorusata, in un certo senso riscontrabile anche nel Paolo Tofani degli Ottanta, nei Siouxie and the Banshees di "Rawhead and Bloodybones", e per finire nei Ganesh (progetto di due loschi personaggi dei Metro Crowd).

7. Ravi Shankar - Raga (Original Soundtrack) (1971)

Nel 1967 Ravi Shankar, da grande musicista di musica classica indiana, si tramutò inaspettatamente in una specie di rock star, grazie all’utilizzo del sitar in praticamente gran parte degli act psichedelici dell’epoca e soprattutto dai gruppi mainstream come i Rolling Stones e gli stessi Beatles. In particolare Harrison, in qualche modo, trovò il perfetto ibrido fra la musica pop inglese e quella indiana, ribaltando in qualche modo le forze fra colonialisti e colonie e andando a lezione di sitar proprio da Shankar. Nel 1971 quindi, uscì un documentario prodotto dalla Apple Films, Raga, a proposito di questo folle periodo di Shankar, proiettato in una situazione decontestualizzata, un po’ come Omar Souleyman oggi che si ritrova a suonare la sua musica per matrimoni nelle feste hipster. La colonna sonora, prodotta da Harrison, esprime in pieno questa collisione fra musica indiana e occidente drogato, grazie a una serie di musiche incidentali, quindi improvvisate, del nostro e di un brano allucinante come “Frenzy and Distortion”, in cui viene descritto magistralmente questo capogiro culturale, un brano in cui alle svisate di Shankar si affiancano effetti elettronici spiazzanti, voragini psichedeliche e assurdità soniche stile tapestry; insomma, la versione indiana di "Revolution #9".

8. Alejandro Jodorowsky - El Topo (Original Soundtrack) (1971)

Il cult movie del geniale “tuttofare” Jodorowsky, western colmo di simbolismi panteisti, surrealismo e cultura freak, uscì nel 1970 e con la sua potenza immaginifica colpì subito John Lennon che lo definì il suo film preferito e ne volle pubblicare su Apple la colonna sonora, opera dello stesso Jodorowsky e di Nacho Mendez. Per l’occasione chiamerà a curarla John Barham, meglio conosciuto come l’arrangiatore di George Harrison. Idea giusta, poiché la colonna sonora così assemblata è una cornucopia di suoni latini, musiche blaxpolitation ispirate a Morricone, fiati a pioggia psichedelici, il caos organizzato per cercare se stessi. Un capolavoro.

9. Elephant's Memory - S/T (1972)

Gli Elephant's Memory si formano a fine Sessanta e sono di base una band politicamente attiva, diciamo “street”, dedita a un rock'n'roll sanguigno, duro e privo di fronzoli. A volte, però, quando vanno oltre, si annusano odori proto grunge o proto metal, se proprio vogliamo forzare la mano. A ogni modo salgono agli onori di cronaca per la famosa colonna sonora di Un uomo da marciapiede, alla quale contribuiscono con due brani, e ottenendo una hit minore con il brano "Mongoose". Poi ecco l’incontro con John e Yoko che li sostituirono alla Plastic Ono Band come backing band (tra l’altro la Plastic neanche esisteva veramente, essendo un gruppo virtuale a seconda dei membri reclutati per l’occasione). Da quel momento saranno inseparabili e questa relazione musicale darà alle stampe l’album Elephant's Memory del 1972 (da non confondersi con l’album omonimo del 1969), in cui al roccioso rock'n’roll caratteristico della band si contrappongono momenti psichedelici coadiuvati dagli stessi Lennon e Ono alla chitarra e alla voce (tra l’altro produttori del disco). Buffa la traccia “Local Plastic Ono Band”, tipico divertissement in stile finto messicano che ricorda gli episodi malato/ludici della coppia. Un disco potente quindi, che si fa voler bene proprio per la sua grezzezza: non passerà alla storia, ma di sicuro la storia è passata dentro di lui.

10. David Peel – The Pope Smokes Dope (1972)

Fra i tanti artisti, Lennon ci vide lungo nel mettere David Peel sotto contratto per la Apple: stiamo parlando di uno dei padri del punk rock. Se ne andava in giro per strada a cantare le sue canzoni contro la polizia e a favore dello sballo, canzoni apparentemente folk ma solo per il fatto di essere suonate con la chitarra acustica. In effetti si tratta di pezzi zozzi, crudi, con la stessa urgenza vocale e sonora del punk, solo che il disco qua sopra esce nel 1972. Il titolo esplicito e i testi senza compromessi gli assicureranno la censura in un sacco di paesi facendolo diventare un caso. Ad ogni modo poi, con l’arrivo del punk, rivendicherà la paternità del genere autoproclamandosi King of Punk. E a ragione, poiché uno dei suoi grandi fan era il prode GG Allin, col quale collaborerà negli Ottanta sempre all’insegna di un’espressione estrema, priva di filtri e fuori dai canoni prestabiliti. Sicuramente uno dei dischi più “avanti” del catalogo Apple.

Fuori classifica: The Beatles - Yellow Submarine (1969)

L’unico disco dei Beatles che citiamo: non perché vogliamo dimenticarci i grandi numeri dei Fab Four su Apple, ma perché in questo caso il disco è praticamente uno split fra i Beatles e il loro mitico produttore George Martin, che nel lato B spadroneggia con i suoi strumentali scritti appositamente per la colonna sonora del celebre film animato omonimo (prodotto ovviamente dalla Apple Films). E che strumentali! Sir Martin si scatena unendo la sua tensione al barocco, alla musica da camera, alle orchestrazioni ariose e sognanti, e soprattutto le contamina con la psichedelia facendo per una volta il contrario del suo mestiere: cioè portare i Beatles in territori classici. Per una volta è lui a contaminarsi. Molti considerano questo episodio come uno dei più bassi dell’intera discografia dei quattro, quasi un riempitivo, ma, beh, si sbagliano: trattasi infatti di un disco solista di George Martin in cui i Beatles fanno capolino astutamente solo per confondere le acque… e farlo acquistare.

Fuori classifica: Paul McCartney – McCartney (1970)

Impossibile non citare il primo disco di McCartney: apparentemente nato dalla pacata voglia di ritrovare se stesso nelle campagne britanniche, lontano dai riflettori, in realtà McCartney è una specie di furioso rifiuto verso tutto quello che riguardava la fama, i Beatles, l’hi-fi, gli arrangiamenti laccati, la forma canzone. Pezzi che possono essere considerati fra i primi esempi di lo-fi, a volte totalmente incompiuti, in cui Paul suona tutto da solo, stufo di una qualsivoglia band. Un disco fondamentalmente depresso e per questo sperimentale e importantissimo per il movimento DIY che verrà. Il dito medio musicale di Paul andrà a segno, giacché i critici per la maggior parte considereranno l’album un abominio, tra i quali gli stessi Beatles con i quali incomincerà una lunga serie di cause legali che avveleneranno ancora di più l’atmosfera. Il pubblico invece accoglierà come aria fresca questo tentativo di fare tabula rasa degli orpelli del passato. Poi, ci saranno i Wings.

La nostra carrellata è finita, ma la Apple no. Continua a sfornare pubblicazioni concentrandosi principalmente sui quattro baronetti: sarebbe bello però vederla su Bandcamp, per poter magari assaggiare tutte quelle mele musicali prelibate dimenticate dai più, magari accanto alla Orange Milk Records o alla Skin Graft, d’altronde tutti devono qualcosa a questa mela avvelenata.

Demented tiene per Noisey la rubrica più bella del mondo, Italian Folgorati. Seguilo su Twitter: @DementedThement.

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