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Come il suicidio di un rapper ventenne ha cambiato Treviso

Alberto Dubito aveva vent'anni quando si è suicidato. Questa è la storia di come il rap dei suoi Disturbati dalla CUIete ha risvegliato l'arte e la politica della sua città, Treviso.

di Marco De Vidi; foto di Camilla Martini
11 dicembre 2018, 12:10pm

Da sinistra: Alberto Girotto, Mattia "Kollo", Davide Sospè.

Alberto Dubito muore nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 2012. Rapper e poeta trevigiano, fondatore dei Disturbati Dalla CUiete, si butta dal terzo piano di casa dei genitori. Alla famiglia lascia una lettera di commiato e qualche hard disk, a raccogliere i molti testi scritti nel tempo. Ha 20 anni quando decide di andarsene.

A questo punto ci sono un prima e un dopo da raccontare. Il prima è il fiume in piena che Alberto è stato. I suoi mille progetti, i molti legami costruiti, l’avventura di una band messa in piedi da due ragazzini che, con energia esplosiva e un’accelerazione folgorante, era pronta per diventare davvero grande. E che si è interrotta così, giusto un attimo prima.

Il dopo è il ruolo di simbolo di cui Alberto è stato investito, ispirando un movimento di giovanissimi alla ricerca di spazi e opportunità, in una Treviso impoverita e in forte crisi d’identità. Alberto ha dato il via a occupazioni e rivendicazioni, inedite da queste parti, che hanno in parte cambiato il volto della mia città.

Davide Sospè nel parco vicino alla casa di Alberto Dubito, dove sono stati girati alcuni video dei Disturbati
Davide Sospè nel parco vicino alla casa di Alberto Dubito, dove sono stati girati alcuni video dei Disturbati.

All’inizio, subito, c’è l’incontro con Davide Tantulli, Sospè, compagno di scuola di Alberto alle medie musicali. Alberto, precocissimo, è appassionato di writing e hip hop. Con Davide vanno a dipingere assieme, a fare le prime tag sui treni fermi della stazione dismessa di Santi Quaranta. "Ci hanno sgamati dopo sei mesi, ma non eravamo imputabili perché avevamo solo 13 anni", racconta Davide. "Io sono uno normale, cioè avevo la consapevolezza di un cazzo di ragazzino di 13 anni, lo facevo per l’adrenalina. Mentre Abe lo faceva per i messaggi, per la filosofia che c’era dietro al writing, aveva già tutte queste cose super sensate".

"E con la musica uguale: lui già scriveva, gli piaceva l’hip hop, mentre io ascoltavo un sacco di crossover, di metal". Un po’ per gioco, nasce l’idea di fare della musica assieme. "Io ho cominciato a fare musica elettronica perché mi piacevano le chitarrazze degli Iron Maiden e mi chiedevo: come minchia faccio a registrarmele in cameretta? Poi un giorno Abe arriva e mi fa: 'Ma perché non mi fai qualche beat?'. Dal nulla. Ha chiesto a me, perché secondo lui avevo il senso del ritmo, studiavo pianoforte ma facevo sempre le percussioni durante le orchestre. Ho accettato, per me era tutto un gioco e tanto valeva provare a fare musica elettronica. Quindi: FruityLoops scaricato, beat ignorantissimi. Da non ascoltatore di hip hop non sapevo che esistessero i campioni e non sapevo che fosse fondamentale avere la cassa e il rullante”.

“Se ti faccio sentire il nostro primo disco, che non è mai uscito, è una cosa sperimentalissima” racconta Davide. "Era l’estate tra la terza media e la prima superiore, è una cosa malatissima. Non è hip hop manco per il cazzo. Poi Abe si salvava per il fatto che scriveva già in endecasillabi, quindi sapeva che comunque una volta azzeccato il tempo la strofa ci stava”. I Disturbati Dalla CUiete hanno preso forma, danno una prima testimonianza della loro esistenza. Si scelgono dei nomi d’arte, Dubito e Sospè. "È venuta fuori questa cosa stranissima, che però ti fa capire quanto io fossi trascinato da questo ciclone, mentre lui aveva proprio il senso di quello che voleva fare”.

“Ci sono arrivato anch’io più tardi, con l’inizio delle superiori”, riflette Davide. “Cercavo di capire perché alcuni pezzi funzionavano. Al tempo a Treviso c’era Shocca e il giro del Marker, andavamo lì e cercavamo di assorbire più che potevamo”. Dj Shocca, producer trevigiano, fondatore del collettivo Unlimited Struggle, fin dalla metà degli anni Novanta ha incarnato l’altra faccia di una scena musicale che da queste parti ha spesso assunto le sembianze di chitarrone distorte e urla noise. I Disturbati divorano tutto con la foga onnivora dell’adolescenza e hanno fretta di riversare in musica quello che si vedono accadere attorno.

Davide Tantulli, Dj Sospè, fondatore dei Disturbati Dalla CUiete
Davide Tantulli, Dj Sospè, fondatore dei Disturbati Dalla CUiete.

“Il primo disco dei Disturbati, che è uscito nel 2007, inizia ad avere già un senso. Avevamo 16 anni”. Si chiama Shh!, è autoprodotto e contiene dieci pezzi. All'inizio la musica dei Disturbati Dalla CUiete mischia rap e punk, hip hop e metal, crossover abbastanza in voga in quel periodo ed elettronica cattivissima. Il suono si affina ovviamente negli anni ma, per quanto acerbo, il duo ha un’energia trascinante, data anche dall’efficacia del cantato di Dubito. Un rappato davvero peculiare, testi di poesia in musica pieni di citazioni letterarie, rimandi, immagini d’impatto. Nelle periferie arrugginite di cui spesso è alla ricerca, esprime tutta la vitalità e la rabbia di un’adolescenza fin troppo consapevole. Nei Disturbati colpisce l’aggressività del suono, domato forse solo nell’ultimo disco da un producer esperto come Bonnot. La loro musica si potrebbe definire in modo inequivocabile rap politico, influenzato enormemente da gruppi come gli Assalti Frontali, con cui hanno condiviso il palco oltre che il produttore.

"Alberto è sempre stato molto precoce. Già a 12 anni aveva cominciato ad interessarsi alle controculture, all’hip hop, ai graffiti”. A parlare è Lorenzo, fratello maggiore di Alberto. Con Lorenzo ci conosciamo dai tempi delle superiori, abbiamo frequentato la stessa scuola. Era quel periodo in cui la fame di cose nuove, diverse, che fossero sempre in qualche modo “contro”, rendeva inevitabile incrociarsi nelle diverse manifestazioni della vita alternativa, che in una piccola città si limita davvero a poche occasioni. Lorenzo oggi fa il ricercatore, lavora a Coventry e viaggia molto, quando ci sentiamo per questo articolo mi risponde dalla Tunisia.

"Andando avanti nel tempo aveva allargato molto il campo dei suoi interessi. Lo scrivere testi per le canzoni molto presto era diventato anche poesia, per cui scriveva cose che non andavano per forza a finire sopra un beat. Era portato per la fotografia, il disegno, faceva le grafiche per le locandine. Abe ha sempre avuto questa grande versatilità. Mentre io no, ero negato per tutto ciò che è manuale. Ma c’era già quest’idea di legare la controcultura, l’arte, a temi di attivismo”.

“Quando abbiamo fatto il primo disco vero", racconta Davide, "abbiamo iniziato a farci sentire un po’ a Treviso. Attorno a noi si era formata una piccola cerchia di amici, tra cui Alberto Girotto, che ha girato il nostro primo video”. Nel 2009 i Disturbati pubblicano infatti Le periferie arrugginite e ad accompagnare l’album c’è il videoclip di "Cara città", canzone che tornerà in questo lungo racconto. Si forma una piccola crew di amici e creativi, che si mette alla prova per curare i vari aspetti della promozione di un gruppetto di liceali. Più DIY di così non si può. Tra questi ci sono Alberto Girotto, appunto, che realizzerà la maggior parte dei videoclip, e Mattia “Kollo”, che si concentrerà su grafica e post-produzione.

Nel frattempo Dubito continua a fare writing. Conosce, tramite uno dei professori della sua scuola, il poeta Lello Voce, il mondo del poetry slam. Si attiva all’interno della rete di studenti Facciamoci spazio, con lo scopo di trovare spazi per i giovani in città, in un momento in cui molti luoghi chiudevano. "Non dormiva mai", ricorda Davide. "Aveva deciso di andarsene di casa a 18 anni, quindi è andato a vivere nel grattacielo di via Pisa, a Treviso. Oltre ad andare a scuola, cercava di lavorare, un casino. A qualsiasi ora entravi in casa e lui era lì davanti al computer a fare cose, dormiva tre ore, poi andava a scuola, collassava sul banco, usciva, faceva mille cose. Alla fine è uscito anche bene da scuola, nessuno ha mai avuto niente da ridire se dormiva sui banchi”.

La vista su Treviso dal grattacielo di via Pisa
La vista su Treviso dal grattacielo di via Pisa.

“C’era questo immaginario post-industriale che in qualche modo ci accomunava, avevamo questa passione”, ricorda Lorenzo. “Ogni volta che andavamo a fare un viaggio in qualche città a un certo punto dopo aver visto il centro, le chiese, i musei, ci piaceva prendere un autobus o un tram e andare fuori città in cerca di zone industriali dismesse. Questo discorso delle periferie ci sembrava in qualche modo riassumere anche i paradossi di Treviso, una città molto piccola, che però ha anche tutto un tessuto industriale in periferia piuttosto importante”. Uno dei risultati di questa passione comune è Londra zero zero, libro pubblicato da Agenzia X nel 2010, scritto da Lorenzo (che si firma Lorenzo Fe), incentrato sulle nuove tendenze musicali della capitale britannica. Tutte le foto del volume sono di Alberto, tornato a Londra in diverse occasioni per seguire il fratello.
Il mondo post-industriale, ricercato ovunque, è ad esempio quello della vicina Marghera, in cui è ambientato il video di "Non c'è più tempo" (diretto da Kollo).

“Dal 2009, anche grazie ai video, abbiamo iniziato a farci notare”, riflette Davide. “Nel 2010 esce Mille miglia, da lì abbiamo cominciato a suonare un po’ in giro. Tutto ciò accadeva anche perché Abe era uno che parlava, prendeva contatti, rompeva il cazzo. Qui in zona abbiamo fatto da apertura a Salmo, Mista e Noyz Narcos. Nell’ultimo anno abbiamo fatto dei live carini, mi ricordo qualche festa universitaria a Treviso. È nata una collaborazione con un’agenzia di management toscana, che poi è sfociata nel farci produrre da Bonnot il nostro ultimo disco”.

Mattia
Mattia "Kollo", Davide Tantulli, Alberto Girotto, la crew dei Disturbati Dalla CUiete.

Nel 2011 i Disturbati Dalla CUiete vengono contattati dalla direttrice artistica di un programma che sarebbe uscito su La7, Il contratto. Il programma, condotto da Sabrina Nobile, sembra un’assurdità anche solo dal promo: “tre candidati, un posto di lavoro, un contratto a tempo indeterminato che aspetta solo di essere firmato”. Un talent show basato sul mondo del lavoro, con tre concorrenti a sfidarsi per ottenere un vero posto in azienda, suonava quanto meno bizzarro nel 2011, giusto all’inizio di una crisi i cui effetti si protraggono ancora oggi.

“La direttrice artistica del programma si era presa bene con i Disturbati e con i videoclip che aveva visto”, spiega Alberto. Alla crew viene commissionato un ciclo di otto videoclip da trasmettere al termine di ogni puntata. La serie, girata interamente da Alberto Girotto con musica e testi dei Disturbati Dalla CUiete, si chiama Italia Precaria. Vengono prodotti tutti e otto i video, ma ne vengono trasmessi solo cinque.

Girotto in quel periodo viveva a Roma, dove studiava cinema. "L’ultimo anno che ho abitato a Roma Abe ha vissuto con me. Stavo girando un corto di un collega dell’università, e a metà lavoro sono andato via perché avevamo un incontro a La7 per questa proposta", racconta. “Ci hanno chiesto dei videoclip da mettere in chiusura, dicendo quello che pensavamo, fare quello che i Disturbati hanno sempre fatto. Per noi era perfetto, perché avremmo avuto carta bianca. Gli ultimi tre episodi hanno però deciso di non trasmetterli. Forse perché, soprattutto per quanto riguarda il testo, erano abbastanza pesanti”. Davide ricorda: “Io avevo 19 anni, ero stato segato e cazzo, ero ancora in quinta. E una volta dovevo saltare tipo un botto di verifiche e compiti in classe perché dovevo venire a Roma, e faccio alla prof: Eh, ma io lavoro!"

A chiarire qualche curiosità sul dietro le quinte ci pensa Kollo, anche lui in quel momento di base a Roma: “Io e Abe all’epoca lavoravamo per una testata online, si chiamava X Città, ma è morta, scomparsa. Tramite questo lavoro avevamo incontrato questo psicologo, che voleva assolutamente andare in tv, aveva questa fissazione. Tramite lui mi contatta questa direttrice artistica di La7. E per sottolineare l’età che avevamo, questa mi scrive un papiro su Facebook, senza presentarsi, dicendomi: “Sto entrando in riunione di sceneggiatura, cerco un attore per una serie tv su Canale 5. Sarai un ragazzo appassionato di hip hop, ti chiamerai Timer. Per caso sai fare break dance? Se non sei capace non importa, mettiamo una controfigura”. A me è venuto tipo un crampo al cervello, l’ho offesa un casino e l’ho riempita di parole. Fatto sta che poi comunque tramite questo psicologo ha visto il lavoro dei Disturbati e li hanno chiamati a Roma”.

“E dopo tutto questo” continua Kollo, “questa mi dice che alla fine non ci siamo mai conosciuti. Quindi sono andato alle registrazioni dell’ultima puntata e poi siamo stati a cena da lei. Eravamo io, Abe e Girotto. E loro, tra cui Sabrina Nobile. Questi hanno iniziato ad aprire bottiglie di vino come se non esistesse altro, e noi avevamo quell’età lì, quindi ci siamo sbronzati malissimo e abbiamo fatto un casino. Io poi sapevo che nel video di "È un paese per vecchi" avevano censurato Maurizio Costanzo. Ma vi ricordate la scena? Lei stava lì a dare i piatti, e c’era Sabrina Nobile, e io faccio “Ma cazzo avete censurato Costanzo?”, e lei mi fa segno di tacere e io boh, non lo so cos’è successo, continuavo… in quel momento mi fa star zitto, poi a fine cena mi dice “Eh ma cazzo Kollo, Sabrina Nobile è la fidanzata del figlio”. È stato bellissimo. Eravamo davvero tanto giovani. C’era questo mega contrasto tra noi e loro, era indecente. E la cosa alla fine ha preso una piega becera, perché abbiamo cercato di scroccare un passaggio per andare ad ascoltare Brusco, e noi eravamo ai Parioli… è stato veramente assurdo, poi ce la siamo fatta a piedi, siamo riusciti a beccarci gli ultimi due pezzi”.

“L’ultimo disco è uscito che c’ero già solo io”. Davide parla de La FrustrAzione del Lunedì, prodotto da Bonnot e pubblicato dalla sua etichetta nel novembre del 2012.

Dubito, dopo il periodo a Roma, si trasferisce a Milano con Davide. Si iscrive all’università, a lettere, collabora con la casa editrice Agenzia X (come aveva fatto il fratello Lorenzo nei suoi anni milanesi), mentre Davide si concentra sul disco. “Dovevamo fare il disco a Bergamo nello studio di Bonnot”, spiega Davide. “Almeno tre volte a settimana andavo da Bonnot a lavorare. Abe quando aveva cazzi andava all’università, poi ha lasciato, continuando a lavoricchiare. Io cercavo lavoro in quel periodo. Ma non mi hanno preso neanche al Lidl, porca puttana. Da lì però in realtà ho iniziato ad appassionarmi alla professione. Ho cominciato un corso per diventare tecnico del suono”.

La FrustrAzione del Lunedì esce a novembre del 2012. “Abe a me sembrava abbastanza contento del disco. Ogni tanto si lamentava però. Era molto legato al suono hardcore e forse qualche pezzo era uscito più pulito, più dolce. Nell’ultima mail che mi ha mandato mi ha comunque detto: 'Fai uscire tutto, il disco sta venendo bene, finiscilo con Bonnot, per le voci e i ritornelli fai quello che avevamo deciso di fare'. Mi ha lasciato le ultime istruzioni. E di sicuro del disco non si pentiva, assolutamente”.

“Ci aveva messo tutto se stesso in quell'album, era qualcosa cui lui teneva molto", ricorda Lorenzo, che compare nel video di "Disturbati Army", realizzato dopo la morte di Alberto mettendo insieme materiale live d’archivio e alcune scene girate a Santa Bona, il quartiere di Treviso in cui i due fratelli sono cresciuti. Al video hanno partecipato i molti amici di Dubito, che marciano davanti all’enorme murales da lui dipinto, che recita “Santa Bronx”.

“Il giorno in cui Abe se n’è voluto andare” racconta Davide, “dovevamo suonare a Bergamo al Pacì, in apertura agli Assalti Frontali. Era la prima vera data veramente importante della nostra carriera. Ci sarebbe stata un sacco di gente, più di mille persone, fra il pubblico degli Assalti Frontali e gli amici di Bonnot, che lì era di casa. Invece mi hanno chiamato la mattina e sono tornato a Treviso. Ci hanno fatto anche uno striscione al Pacì”.

Uno dei primi stabili occupati dal collettivo Ztl-Wake Up nel 2012, oggi murato e inutilizzato
Uno dei primi stabili occupati dal collettivo Ztl-Wake Up nel 2012, oggi murato e inutilizzato.

“C’è stato un momento in cui tutto si è fermato”, ricorda Lorenzo. “Tutti quelli che erano in giro, come me che ero a Londra, sono rientrati. Chiunque fosse in qualche modo legato ad Abe, qualsiasi cosa stesse facendo in quel momento, ha smesso, ed è tornato a Treviso”. Alberto, impegnato tanto in ambito musicale che nelle organizzazioni studentesche, aveva una forza attrattiva fuori dal comune. In tanti seguivano i Disturbati, molti sono gli amici di una vita.

Gli amici di Alberto chiedono al comune di Treviso uno spazio dove poter organizzare una celebrazione in suo ricordo. Sono gli ultimi mesi del ventennio leghista: l'amministrazione rallenta e complica l’iter per l’autorizzazione, non capendo il senso di una manifestazione di questo genere.

"Ricordo il momento in cui non ci è stato dato lo spazio", racconta Kollo. "Non si capiva bene cosa dovevamo fare. C’è stata un’assemblea e a un certo punto si è posta un’idea che a me sembrava stravagante. Si diceva: parliamoci chiaro, se non ci vogliono dare lo spazio noi ce lo prendiamo per una notte, facciamo questa festa in suo ricordo e poi tanti saluti. È stato il primo approccio per quelli tra noi che non erano così interni alla politica di questo tipo, a questo aspetto di Abe. A me un’idea del genere non era mai passata per la testa. Un’occupazione a Treviso non esisteva, non era praticabile, non era neanche immaginabile”.

Lo spazio per la celebrazione verrà poi concesso dal sindaco della vicina Silea. A un mese di distanza, i ragazzi vicini ad Abe organizzano la commemorazione, vicino al fiume. “Una festa”, racconta Alberto Girotto, “dove hanno suonato molti gruppi che orbitavano intorno ad Abe, erano tutte amicizie molto importanti di Abe e dei Disturbati. Quindi è da lì, più o meno, che è nata la voglia di prenderci quello che Treviso non ci aveva mai dato”.

L'ex caserma Salsa, occupata da Ztl-Wake Up nel 2013
L'ex caserma Salsa, occupata da Ztl-Wake Up nel 2013.

In quei mesi si forma dunque il collettivo Ztl Wake Up. Ztl sta per zona temporaneamente liberata, concetto preso dal filosofo anarchico Hakim Bey. “Wake up” è invece una citazione esplicita dei Disturbati Dalla CUiete, invito urlato che Dubito dedica alla sua “Cara città”. Nel collettivo si fondono diversi gruppi attivi in città. Molti altri si aggregano spontaneamente. Ci sono poi ex membri dell’Ubik Lab (chiuso da poco), spazio sociale legato ai Centri sociali del Nordest nella vicina Ponzano, fino al gruppo M21, realtà che per prima ha messo in evidenza le contraddizioni esistenti rispetto alle condizioni di vita degli immigrati da queste parti.

Forse qualcuno ricorda ancora la simbolica occupazione del Duomo di Treviso nell’agosto del 2002 da parte di alcune famiglie provenienti soprattutto dall’area del Maghreb, supportate dagli attivisti di M21. Per alcune notti di quell’estate (il sindaco al tempo era Gentilini) hanno dormito sotto il colonnato della chiesa, dopo che l’amministrazione aveva proceduto alla demolizione del complesso di case in cui vivevano, occupate abusivamente. Condizioni abitative al limite, eppure si trattava di lavoratori impiegati regolarmente nelle molte imprese locali. Un’integrazione a metà: la linea di separazione invisibile ma fortissima tra nostrani e foresti, tra un centro storico curatissimo e la periferia lasciata a se stessa (cesura che ha da sempre riguardato chi in generale viene dalla provincia), è diventata più profonda con il passare del tempo, con un’economia in difficoltà e con l’arrivo dei molti immigrati soprattutto dal 2014 in poi.

L’urgenza di trovare uno spazio da dedicare a musica, concerti, politica e accoglienza, libero da logiche commerciali, è stato per lungo tempo al centro delle richieste dei gruppi studenteschi di Treviso. In una città così borghese, ricca, tendenzialmente di destra, luoghi del genere non esistevano. C’è stata l’esperienza dell’Ubik Lab, come detto. A qualche decina di chilometri, in provincia, ci sono state alcune esperienze di centri sociali e occupazioni, come il Rebelde di Conegliano (sgomberato e demolito nel 2004), o il mitico Agro di Signoressa, gestito da una piccola e combattiva comunità di punk negli anni Novanta (sulla sua nascita ha scritto un ricordo uno dei pionieri della scena punk di Treviso, Arrigo Bernardi). Dentro le mura, tuttavia, mai.

La stazione dismessa di Porta Santi Quaranta, Treviso
La stazione dismessa di Porta Santi Quaranta, Treviso.

Da subito il collettivo si è appoggiato alla rete dei Centri sociali del Nordest, il Pedro di Padova, il Rivolta di Marghera, il Morion a Venezia. Treviso tuttavia non è la Marghera delle lotte dei lavoratori del Petrolchimico, né la Padova in cui l’ operaismo di Toni Negri si è fuso alle rivendicazioni degli studenti universitari. Qui, il benessere sottoforma di fabbriche e villette per tutti, l’osmosi tra dipendenti e paròni, uniti nel far prosperare microaziende e distretti, ha sopito il conflitto che, almeno in apparenza, non esisteva.

Il collettivo Ztl Wake Up ha avuto il merito di indirizzare le proprie rivendicazioni su alcuni nervi scoperti della città. In particolare la grande questione dei vuoti urbani e quella dell’integrazione di persone ai margini, verso cui esiste una certa indifferenza in quella che resta una delle province più ricche d’Italia. Quanto agli edifici abbandonati, Treviso ricalca, forse estremizzandole, dinamiche che caratterizzano l’Italia intera. In Veneto, seconda regione in Italia per consumo di suolo, si continua a costruire, anche se apparentemente non serve. Il rapporto di Smart Land uscito qualche mese fa parla di quasi cinquantamila abitazioni vuote e a qualcosa come novantamila capannoni abbandonati in regione, diecimila nel trevigiano.

A fine 2012 cominciano le occupazioni di Ztl Wake Up. "Le prime duravano tre giorni, si faceva una festa il fine settimana, si puliva, sistemava un po’ il posto”, spiega Davide. "Sono nate per la rabbia che avevamo e per portare avanti quello che Abe probabilmente avrebbe fatto”, racconta Alberto Girotto. Tra i primi posti individuati ci sono un centro sportivo abbandonato, l’ex caserma Salsa (sgomberata e poi ri-occupata qualche mese dopo), l’enorme complesso dell’ex Telecom vicino alla stazione dei treni, il Bastione Camuzzi, ex sede della società del gas, ora rimesso in sesto e diventato un parcheggio multipiano. Durante l’occupazione della ex Camuzzi avviene una rissa, o più propriamente una delle frequenti aggressioni da parte di gruppi di estrema destra ai ragazzi del collettivo.

La sala concerti del centro sociale Django
La sala concerti del centro sociale Django.

Quella dell’ex Telecom è una delle occupazioni più durature prima che il collettivo trovi la sua sede definitiva. Uno spazio immenso, proprietà di un fondo immobiliare, senza una funzione specifica e abbandonato da decenni. Per un mese ospita centinaia di ragazzi, che ripuliscono l’area, fanno assemblee, organizzano eventi aperti alla cittadinanza. Il 28 gennaio 2013, per volontà dell’amministrazione comunale, lo stabile viene sgomberato con l’intervento massiccio delle forze dell’ordine, causando una protesta che si trasforma in corteo spontaneo nel centro della città, cui segue una partecipatissima manifestazione qualche giorno dopo.

Da qui in poi le occupazioni diventano sempre più frequenti. Si tratta sempre di edifici trascurati da molto tempo, di proprietà pubblica o appartenenti a gruppi privati poco interessati a valorizzarli. Le occupazioni saranno dodici in totale, fino alla decisione di stabilirsi negli spazi dell’ex caserma Piave. In quel periodo alcuni attivisti vengono sanzionati con un anacronistico foglio di via che impedisce l’ingresso nei confini della città. Nel frattempo a giugno 2013 viene eletto Giovanni Manildo, primo sindaco di (moderatissimo) centrosinistra nella storia di Treviso, dopo l’infinita agonia delle amministrazioni democristiane e il ventennio leghista di Gentilini prima e Gobbo poi, con lo “sceriffo” a fare il vice.

L'ingresso del centro sociale Django
L'ingresso del centro sociale Django.

A novembre 2014 l'ex caserma Piave diventa il centro sociale Django. È il primo nella storia di Treviso, a pochi passi dalle mura del centro storico, nato da un’occupazione. Dopo un lungo tira e molla con la nuova amministrazione, che indice anche un bando per la gestione dell’area (che resta di proprietà comunale) da cui inizialmente il collettivo viene escluso, il comune decide di avviare un processo di progettazione partecipata. Prende forma così OpenPiave, percorso per la riqualificazione dell’area, ora diventata spazio per diverse associazioni e iniziative, di cui gli attivisti del Django rappresentano solo una delle realtà presenti, anche se la più numerosa e attiva.

Tra i gruppi che frequentano oggi gli spazi dell’ex caserma Piave, man mano rimessi in funzione e in regola, ci sono Sisma, che si occupa dell’organizzazione di concerti, il cineforum Labirinto, il Ceod, un centro per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità, lo Spazio Bru, che raccoglie e rimette in circolo vestiti usati. È nata la libreria Acquatorbida, che propone testi di case editrici indipendenti e libri usati. Esiste un progetto come Caminantes, nato come dormitorio in grado di ospitare alcuni senzatetto durante l’emergenza freddo invernale e che ora si sta trasformando in una vera e propria abitazione in cui ospitare alcune persone che si ritrovano senza una casa. E sempre nuovi soggetti si aggiungono, come l’associazione femminista Sovv.

Uno dei progetti più interessanti nati all’interno del Django, di cui mi sono occupato qualche tempo fa, è Talking Hands. Un laboratorio di artigianato cui partecipano alcuni ragazzi immigrati e richiedenti asilo, che fin dall’inizio ha messo a frutto le abilità manuali di molti ragazzi, risvegliando le energie creative di persone in perenne attesa (finché inserite in un percorso di accoglienza) o, peggio, lasciate a se stesse quando per mille motivi si trovano fuori dalle strutture ospitanti. In Veneto esistono soprattutto Cie di grandi dimensioni che danno scarse opportunità a soggetti non seguiti adeguatamente e con pochissime risorse a disposizione. Talking Hands, grazie anche all’aiuto dell’attivista e responsabile della comunicazione Fabrizio Urettini, è riuscito a coinvolgere diversi creativi e designer internazionali, mettendo a disposizione idee che il laboratorio ha trasformato in prodotti. I primi lavori erano soprattutto mobili e oggetti in legno colorato, realizzati con materiali di recupero. Ora l’attività si concentra sulla sartoria, con la produzione di abiti e accessori ricavati da un mix di stoffe destinate al macero e tessuti africani.

Alcuni ragazzi del laboratorio Talking Hands
Alcuni ragazzi del laboratorio Talking Hands.

Con le ultime elezioni del giugno 2018 l’amministrazione del comune è tornata alla Lega. Fin dalla campagna elettorale della scorsa primavera il neoeletto sindaco Mario Conte aveva posto chiaramente la chiusura del Django come uno degli obiettivi prioritari del suo programma. Inoltre uno dei suoi consiglieri, ex leader della locale formazione di Forza Nuova, è a processo perché accusato di essere coinvolto nel pestaggio di due ragazzi vicini al centro sociale.

“L’organizzazione del concerto per Abe” riflette Lorenzo, “aveva fatto venire a galla il desiderio di fare qualcosa legato a quello che lui faceva prima. Poi bisogna mantenere una distanza tra il piano personale e quello politico. C’è gente che gli ha voluto bene e che non sta dentro al Django e viceversa. Ci sono ragazzi del ’98, del ’99 che hanno saputo di questa storia tramite racconti altrui e internet. Ad ogni modo il concetto del centro sociale per definizione contiene tanto la dimensione artistica e di controcultura quanto quella dell’attivismo politico, aspetti che Alberto aveva sempre tenuto assieme nel suo percorso personale. Ho buone basi per pensare che a lui avrebbe fatto piacere, conoscendolo".

Raul Zurita a Treviso
Raul Zurita a Treviso.

"Alberto ha lasciato una borsa con tutti i suoi hard disk, dove c’era tutto quello che aveva scritto. Lasciava a me la decisione su cosa farne. Dopo averci riflettuto, abbiamo pensato fosse giusto fare una selezione dei suoi lavori e pubblicarli”. La raccolta si chiama Erravamo giovani stranieri, è stata pubblicata alla fine dell’estate del 2012 da Agenzia X. Il volume è stato curato da Lorenzo e Lello Voce, con l’aiuto di Andrea Scarabelli e Marco Philopat. “Ho passato i mesi successivi al 25 aprile 2012 a lavorare a questo libro, facendomi aiutare per la parte poetica da Lello Voce. Mentre lavoravamo alla sua produzione, i miei genitori hanno avuto l’idea di creare un premio per la poesia con musica dedicato a mio fratello. Abe era andato a diversi poetry slam nazionali, alcuni li ha vinti. Quindi il premio tiene assieme due delle cose cui si era dedicato molto”.

Il Premio Alberto Dubito ora è giunto alla sesta edizione. La finale come di consueto si svolge al Cox 18 a Milano, quest’anno si terrà il 14 dicembre. “Ad ogni edizione abbiamo intorno ai cento iscritti” spiega Lello Voce, “parliamo di numeri importanti per un concorso di poesia in musica. Quelli che vincono il premio vengono messi in una raccolta che ogni anno Agenzia X pubblica. Vincono 1500 euro per produrre un proprio lavoro, spesso un disco. Tutto questo li aiuta inevitabilmente a farsi conoscere,”. I finalisti del Premio sono poi invitati ad esibirsi alla giornata dedicata a Dubito, nella ricorrenza dell’anniversario della sua morte, ogni 24 e 25 aprile, a Treviso. Negli ultimi tempi il premio si è arricchito anche di una sezione internazionale, in collaborazione con l’università Ca’ Foscari di Venezia. Nella prima edizione il riconoscimento è andato a Ishmael Reed, mentre quest’anno è stato premiato il poeta cileno Raul Zurita.

In primavera è uscita anche una nuova edizione dei testi di Alberto Dubito per la casa editrice Squilibri. Si chiama Santa Bronx ed è accompagnata da un cd con una selezione di brani dei Disturbati Dalla CUiete. A completare il volume c’è un racconto a fumetti su Alberto realizzato da Claudio Calia. “Chiunque ascolti le sue cose sente che c’è una forte carica di rabbia in tutto quello che ha fatto”, continua Lorenzo. “Si accorgeva di tutta una serie di irrazionalità nel mondo, molte delle quali legate a come la società è organizzata, che creano sofferenza. Però vedeva anche una direzione positiva in cui questa rabbia potesse andare". Lorenzo prosegue: "L'aspetto della sua personalità che non appare nei suoi testi è quello più allegro e spiritoso. Avevamo pochi anni di differenza, siamo cresciuti assieme e con interessi simili. Ma mi sono reso conto di conoscerlo molto meno di quel che credessi. Dopo, ovviamente".

"Ma sai i pipponi mentali che ci siamo fatti tutti, sui motivi? È inutile anche parlarne”, interviene Davide. "Probabilmente tra le mille cose gli è venuto lo sconforto finale, ha capito che in qualche modo doveva comunque piegarsi da un qualche punto di vista e non avrebbe voluto. Tendeva a fare sempre per non pensare troppo. Dava un significato a qualsiasi cosa, per cui se vuoi il bene in ogni ambito, non riesci a controllare tutto, è ovvio. Non puoi gestire una cosa del genere”.

“Dal 2009 in poi, quindi dai 18 anni, sono stati gli anni più densi della vita di Abe. La parte triste della storia è per quanto fosse tutto una bomba, lui è sempre stato uno che veramente soffriva tanto. Non dormiva mai, faceva mille cose. È qualcosa che consuma. Però nessuno di noi se ne rendeva conto, perché era anche un tipo sereno da molti punti di vista”. Riflette ancora Davide: “C’è una citazione di un nostro pezzo che dice: “Bruciamo bene e bruciamo in fretta”. Esprime bene il concetto. Ha fatto una quantità di cose assurda per i pochi anni in cui le ha fatte. Però alla fine quel tempo da qualche parte doveva tirarlo fuori, e l’ha tirato via dal futuro".

Oggi Sospè gestisce un suo studio di registrazione a Treviso, il Cu Studio. Oltre a produzioni ovviamente legate al mondo hip hop (Intro Mc, Eels Shous), si è interessato a mondi musicali molto lontani da quello di partenza (l’hardcore metal dei Maat Mons, le chitarre africane di Feydan) e si è dedicato a diversi progetti di sound design, oltre che a colonne sonore di cortometraggi.

Kollo continua a occuparsi di video e post-produzione, ha realizzato booktrailer e lavori di media design. Alberto Girotto si dedica come sempre alla regia. Nel 2014 il documentario Animata resistenza, co-diretto assieme a Francesco Montagner e dedicato all’illustratore Simone Massi, ha vinto il Leone d’oro a Venezia come miglior documentario sul cinema e ora è al lavoro sul suo primo lungometraggio di finzione.

"Il primo video che io ritengo valido è 'Cara città'", spiega Alberto. “I primi veri lavori, che mostro ancora con orgoglio, sono i video dei Disturbati. Sono l’inizio della mia carriera. È da lì che ho avuto la possibilità di lavorare. Sicuramente se sono arrivato qui è grazie a Sospè e Abe che all’inizio hanno creduto in me. In qualsiasi progetto che io faccia c’è sempre qualcosa di questa storia dentro. Perché lo voglio io, ne ho bisogno, mi serve per esorcizzare il dolore”.

“A me Abe ha insegnato tantissimo il valore della coerenza. E mi ha trasmesso un fortissimo senso della giustizia”, afferma Davide. “Per me è stato una di quelle persone, durante l’adolescenza” continua Alberto, “che mi tirava fuori le cose. Ti pompava. Spesso mi faceva battute, anche un po’ incazzato, sul fatto che mi stessi facendo castrazione artistica. Mi diceva 'Fregatene, fai'. È stata una delle prime persone che mi ha fatto pensare al mio lavoro, mi ha tirato fuori quello che poi ho fatto. E questo credo valga anche per molte altre persone che gli erano vicine. Ti spronava. Ti diceva che nessuno ti regala niente, nessuno ti chiamerà se non fai, se non ti fai vedere, se non rompi i coglioni. Io non avrei fatto tante cose senza di lui, ne sono sicuro. Magari adesso non farei neanche il lavoro che faccio”.

“E se muoio giovane spero sia dal ridere,
ti dicevo, di quanto brucio più in fretta di voi”
- Disturbati Dalla CUiete, “Non c’è più tempo”

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