voto elettronico

Come il governo italiano vuole sperimentare le votazioni con la blockchain

Abbiamo parlato con l’On. Brescia del M5S, firmatario della recente proposta sul voto elettronico, per capire se le nostre preoccupazioni sulla blockchain sono fondate.

di Riccardo Coluccini
23 novembre 2018, 12:01pm

Per quanto l’interesse per la blockchain sia esploso più o meno in qualsiasi settore, sembra che non sia ancora del tutto chiara l’utilità di questa tecnologia. Abbiamo blockchain per i notai, sistemi per verificare la filiera del prodotto, app per il consenso sessuale e piattaforme per gestire i dati degli studenti. La vera domanda del momento, però, è come applicare la blockchain nelle elezioni.

Nell’ordine del giorno presentato dal Movimento 5 Stelle e approvato l'11 ottobre scorso, infatti, il Governo si impegna a istituire un tavolo tecnico “per la sperimentazione del voto elettronico anche attraverso l'utilizzo della tecnologia blockchain.”

La sensazione è che stiamo utilizzando un complicato e pericoloso raggio laser per tagliare le foglie della nostra piantina nel salotto.

Inoltre, proprio la scorsa settimana, alcuni esponenti del PD hanno presentato un disegno di legge per usare la blockchain nel voto degli italiani all’estero.

In ciascuno dei casi di impiego della blockchain descritti sopra, però, la sensazione è che stiamo utilizzando un complicato e pericoloso raggio laser per potare le foglie della nostra piantina nel salotto.

Visti i numerosi dubbi sulla tecnologia blockchain e i rischi del voto elettronico, Motherboard ha contattato via email l’On. Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari costituzionali e firmatario dell’ordine del giorno, per capire insieme cosa dobbiamo aspettarci dal voto con la blockchain.

MOTHERBOARD: Perché ritenete che la blockchain possa essere un ottimo strumento per migliorare l’esercizio del voto?
Giuseppe Brescia: Abbiamo sempre creduto nella tecnologia come strumento di inclusione e partecipazione, anche democratica. I casi di sperimentazione del voto tramite sistema blockchain per ora sembrano dare riscontri positivi, anche se avvenuti in piccole realtà e non in consultazioni di grandi dimensioni. La nostra proposta è diretta principalmente a consentire il voto a chi vive lontano dal luogo di residenza. Un inizio per una sperimentazione mirata e funzionale.

Immaginiamo che ogni cittadino possa votare da casa, come facciamo a verificare l’identità del votante? Avremmo sufficienti garanzie per essere sicuri che non si tratti di voto di scambio o — peggio — un voto che sia stato forzato direttamente con la violenza fisica?
Il “voto da casa” non è previsto nel testo dell’atto approvato dalla Camera, dove anzi si fa riferimento al voto “da postazioni pubbliche”, mentre è previsto col voto per corrispondenza per gli italiani all’estero.

La sua domanda pone un tema che va tenuto in considerazione: il livello di fiducia generato da ogni innovazione. Più è alta questa fiducia, più rendiamo possibile il consenso verso ogni cambiamento ed è più probabile determinarne il successo.

Pochi anni fa sarebbe stato impossibile effettuare in sicurezza un bonifico al di fuori della banca, mentre oggi è una operazione possibile e sicura, che ognuno può effettuare dal proprio telefono.

Oggi i cittadini tendono a fidarsi — e dare per acquisito — il metodo tradizionale di voto, ma le cronache ci hanno consegnato molto spesso episodi di brogli. Schede già votate, presidenti di seggio non imparziali. Anche per questo la Camera ha recentemente approvato la proposta di legge, promossa dalla collega Nesci, per elezioni più trasparenti e sicure.

Nel vostro ordine del giorno dite che la blockchain è “un nuovo paradigma per la trasferibilità di un bene digitale e immateriale.” Come sottolinea anche il NIST americano, la blockchain ha gravissimi problemi e diventa paradossalmente inutile quando si interfaccia con il mondo non digitale . Chi ci garantisce che l’origine di quel prodotto made in Italy sia corretta? Chi ci garantisce che il software che registra il voto espresso inserisca il giusto valore?
Spetta al tavolo tecnico previsto dall’atto approvato affrontare nel dettaglio queste questioni. Non bisogna temere la decentralizzazione e anzi bisogna considerare che la blockchain permette l’immutabilità delle informazioni e quindi l’impossibilità di manipolarle.

Anche per questo credo che questa tecnologia sia utile non solo nel cambiare le modalità di espressione del voto, ma possa dare un importante contributo alla dematerializzazione delle procedure, con la creazione di registri.

Come sottolinea nell’intervista pubblicata su AGI, “il voto è libero, uguale, personale e segreto” eppure per come è sviluppata la blockchain — con il suo sistema di chiavi crittografiche pubbliche e uniche —, un cittadino potrà sempre dimostrare che il voto espresso è effettivamente il suo. In questo modo non viene meno la riservatezza del voto?
Capisco che i più scettici sollevino questa come una delle prime preoccupazioni. Per questo motivo ho ritenuto fondamentale prevedere il coinvolgimento del Garante della Privacy nel tavolo tecnico. Le transazioni su blockchain sono verificabili ed anonime ed è impossibile collegare l’ID della transazione con chi l’ha eseguita.

Se ci fossero dei profili di forte criticità su questo aspetto, questa tecnologia non sarebbe nemmeno considerata in campo sanitario e invece proprio questa settimana sono stati presentati dei progetti come quello promosso dall’Istituto Superiore di Sanità per lo studio delle terapie delle epatiti virali.

Sperimentare non fa male. Il progresso è sempre andato avanti per tentativi ed errori.

Tutti gli esperti di sicurezza informatica sono unanimi nel sottolineare come sia assolutamente impossibile garantire la sicurezza informatica dei sistemi di voto elettronico. Ci sono stati attacchi informatici anche ai danni di diverse blockchain: si tratta sempre di un software sviluppato da esseri umani che può avere bug. Cosa ne pensa? Stiamo mettendo in pericolo l’esercizio del voto democratico?
Mi sembra un’esagerazione soprattutto se, più in generale, si guarda all’esperienza ormai decennale dell’Estonia. Non bisogna aver paura di sperimentare. Gli esperimenti di voto tramite Blockchain fin qui fatti (penso a Tsukuba in Giappone, a Zugo in Svizzera o al West Virginia in America) non hanno riscontrato esiti negativi. Si tratta di piccole platee, ma è così che si inizia per garantire un sistema sempre più efficiente oltre che sicuro.

Il voto deve essere chiaro e comprensibile per il cittadino. Dal momento che la tecnologia è diventata talmente pervasiva ma allo stesso tempo è sfuggita a ogni comprensione del cittadino comune, non rischiamo di gettare il processo di voto nell’oscurità?
La fiducia aumenta se il cittadino percepisce un miglioramento della propria vita grazie alla tecnologia. Penso ad esempio alle possibili applicazioni della blockchain nella PA. Condivido con lei la necessità di aiutare la comprensione del cittadino comune di fronte a strumenti che rimangono aggiuntivi e non sostitutivi. E’ uno sforzo prima di tutto educativo e culturale su cui bisogna investire per dare possibilità di maggiore inclusione e partecipazione.

Il tema che lei pone va considerato non solo rispetto alle possibili soluzioni tecnologiche, ma anche rispetto alle tradizionali modalità di espressione del voto. Oggi ad esempio ci fidiamo dell’urna di cartone, ma la cronaca ha spesso raccontato di elezioni con schede già votate preinserite. Per questo alla Camera abbiamo approvato una legge che prevede urne semitrasparenti.

Siamo di fronte a un hype inutile per la tecnologia blockchain?
Il termine va di moda, ma quando si discute ci sono solo idee che vanno sfidate e messe alla prova. Io sono contento che il dibattito intorno alla tecnologia blockchain stia crescendo e che la politica non rimanga lontana da questa discussione. Il Movimento 5 Stelle promuove continuamente incontri e confronti.

Saranno le applicazioni concrete, spero sempre più diffuse, a far capire il potenziale di questa tecnologia. In questi decenni sono nati lavori ed emerse opportunità che, tra diffidenza, scetticismo e inconsapevolezza, erano impensabili vent’anni fa. Così sarà anche tra vent’anni, nella certezza che i diritti fondamentali da rispettare restano sempre gli stessi.

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Abbiamo inviato ulteriori domande per chiarire alcuni passaggi: le transazioni su blockchain sono generalmente pseudo-anonime; l’immutabilità di un dato può diventare un problema quando non si ha il controllo su come quel dato viene inserito; riporre la propria fiducia in un software (o peggio in un algoritmo) ci abbandona letteralmente nelle mani di una vera e propria scatola nera.

Purtroppo, fanno sapere dall’ufficio dell’On. Brescia, “il serrato calendario dei lavori d'aula e di commissione non permette al Presidente di rispondere in tempi celeri alle domande poste.