Il Gran Café Bataclan riapre al pubblico a 2 anni dall'attentato

“Alcuni clienti vengono qui e pregano. Qualcuno piange. Altri si confidano raccontandoci le loro storie, un po’ come in una terapia.”
31.1.18
Foto Emily Monaco

Il Grand Café Bataclan ha riaperto al pubblico esattamente 2 anni e una settimana dopo gli attentati di Parigi, dove sono morte 130 persone.

Era il 13 novembre 2015, e svariate persone, compresi dei giovani parigini, si stavano godendo la propria serata sulle terrazze del bar. Le temperature, nonostante il mese e la località, erano insolitamente miti. Nessuno avrebbe mai potuto prevedere il terrificante massacro che si sarebbe compiuto di lì a poco nella sala concerti del Bataclan, dove si stava svolgendo un concerto degli Eagles of Death Metal. Nel mezzo della serata 89 persone furono uccise per mano di alcuni attentatori.

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Michel Maallem, il nuovo manager del Grand Café Bataclan, così ricorda il tragico evento: “Si sono fatti strada dall’entrata principale. Alcuni proiettili hanno attraversato il muro, colpendo uno dei baristi nella coscia.” I terroristi non erano entrati nel bar e Maallem, che ora gestisce il bar (di proprietà dei precedenti gestori fino allo scorso maggio), ci mostra il punto delle pareti da cui quei proiettili sono riusciti a passare.

Il bar ristorante visto da fuori. Emily Monaco

“Mi avevano chiesto se fossi interessato alla gestione… e ci ho dovuto pensare parecchio. Avevo paura,” spiega Maallem. “Così ho chiesto consigli in giro. A mia moglie, ai miei amici, alla mia famiglia… e tutti mi hanno incoraggiato. ‘Forza,’ mi dicevano ‘non c’è ragione per non farlo. La vita va avanti.’”

La presenza di Maallem durante i lavori di restauro e rinnovo è stata costante, non ha mai lasciato il bar incustodito durante tutti e 5 i mesi di lavori. Ora il Grand Café Bataclan presenta pavimenti piastrellati, un nuovo mezzanino, un tendone giallo acceso che prende il posto di quello nero di prima, e un po’ di dettagli d’ispirazione cinese che richiamano il passato dell’edificio. Costruito nel 1864, il Bataclan prende il proprio nome da una chinoiserie musicale del compositore Offenbach, che era intitolata per l'appunto “Ba-ta-clan” e aveva un’ambientazione cinese.

Ma c’è una differenza ancora più grande fra il Grand Café Bataclan passato e quello presente. Il primo, che era più una sorta di pub in cui bere birra più che un bar ristorante, serviva, secondo varie recensioni su TripAdvisor, cibo “orribile,” “deludente” e addirittura “da incubo.”

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Il secondo, invece, seguirà le linee guida dello Chef Marc Souton, la cui esperienza in hotel da 4 e 5 stelle parla decisamente da sé. Tutto, nella sua cucina, sarà preparato a mano e con amore. Basta scorgere un po’ il menù per capirlo. Tutti i piatti sono “calorosi,” come dimostrato ad esempio dalle cocottine con patate e Camembert, dalle tartare di carne e anche dai dessert classici francesi come la torta al cioccolato senza farina e il crème caramel.

Foto per gentile concessione de Le Grand Café Batacallan

“Facciamo tutto noi, qui,” rivela Souton, “senza troppa pignoleria e imbellettature.” E in effetti il nuovo bar è intenzionalmente economico (almeno rispetto agli standard parigini), proprio con l’intento di far sentire i residenti e i clienti abituali a casa.

La maggior parte dello staff di Maallem non era presente nel locale durante la notte dell’attentato. I vecchi dipendenti, ricorda lo stesso Maallem, si erano nascosti fianco a fianco con i clienti nel sottoscala, dove avevano aspettato terrorizzati la fine di quello che stava succedendo nella sala concerti. Solo un cuoco è rimasto e fa ora parte della squadra di Maallem. È ancora molto traumatizzato dal ricordo di quella notte.

Maallem e Souton capiscono perfettamente il peso del lavoro che hanno deciso d’intraprendere. Maallem, nato e cresciuto nei dintorni di Parigi, lavora nella capitale francese da trent’anni. La notte degli attacchi era di turno al ristorante Marais, dove lavorava, a meno di 2 chilometri dal Bataclan.

Michel Maallem. Foto di Emily Monaco.

“Il ristorante era pieno. Qualcuno mi ha avvisato di cosa stesse succedendo al Bataclan, ma io inizialmente non avevo esattamente afferrato il concetto. Con il passare del tempo la gente ha iniziato a lasciarsi un po’ prendere dal panico.”

Quella notte ha anche perso un suo ex dipendente, un giovane trentenne che stava trascorrendo la serata al La Belle Equipe, uno degli altri ristoranti presi di mira dai terroristi.

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“Era sul marciapiede, si stava gustando un drink… e poi è successo,” ricorda Maallem.

Anche Souton era di turno a lavoro, all’Habemus, durante la notte degli attentati. È rimasto nascosto al buio per tutto il tempo. “È stato scioccante. Un po’ surreale anche.”

Il suo capo di allora aveva impedito ai dipendenti di tornare a casa con i mezzi pubblici, e aveva chiamato a tutti un taxi.

“Non sapevamo cosa stesse succedendo,” continua Souton. “C’era chi affermava ci fossero ancora persone armate per strada. Avevamo tutti paura.”

Foto di Emily Monaco

Tuttavia, non appena Maallem gli ha offerto le chiavi della cucina del Grand Café Bataclan, Souton non ha esitato un minuto. “È un’avventura che ho accettato con piacere,” afferma. “ Sono onorato di far parte di questo progetto che mira a ridare vita uno dei locali storici di Parigi.”

A oggi la sparatoria al Bataclan è uno di quegli eventi che permea la memoria collettiva della città e dei suoi abitanti, ed è per questo, forse, che Maallem non si è sentito in dovere di fornire alcun tipo di linee guida ai suoi dipendenti riguardo a cosa aspettasse loro. “Sanno cos’è successo. Sono parigini.”

Anche Souton, con il suo accento cadenzato del sud (è cresciuto ad Aveyron), crede che il tragico evento abbia unito gli abitanti della città, fra cui conta anche se stesso. “Non ci pensiamo tutto il giorno, ma ci pensiamo. È parte di noi, ora.”

Questa consapevolezza, ovviamente, non rende il lavoro più facile. Secondo Maallem il ricordo del massacro, se affrontato ogni giorno, può diventare soffocante. “Ci pensiamo anche quando andiamo a casa,” ricorda. “C’erano un sacco di morti proprio accanto a noi, dall’altra parte della porta.”

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Nonostante il restauro, il Grand Café Bataclan rimane un luogo in cui chi è perseguitato dagli eventi di quella sera può osservare il proprio lutto.

Alcuni clienti vengono qui e pregano,” dice Maallem. “Qualcuno piange. Altri si confidano raccontandoci le loro storie, un po’ come in una terapia.”

Foto cortesia de Le Grand Café Bataclan

A tal proposito, ci racconta un episodio specifico che gli è rimasto impresso nella memoria, accaduto in un pomeriggio subito successivo alla riapertura, durante una commemorazione dedicata a un giovane ragazzo rimasto ucciso nella sparatoria del Bataclan. “Un’intera famiglia è venuta qui e c’è rimasta per tutto il giorno. Entravano e uscivano persone che io credo fossero i suoi cugini, zii, nipoti… tutto il giorno, fino alle 10 di sera.”

I concerti al Bataclan sono tornati il 12 novembre 2016, esattamente 366 giorni dopo l’attacco. La simbiosi fra la sala concerti e il bar è già tornata in linea. Maallem stesso ha iniziato a organizzare piccole serate a tema musicale nel locale, invitando band locali a suonare. “La scorsa settimana c’era un gruppo gipsy jazz, la prossima serata sarà all’insegna della musica latinoamericana. Proviamo a riportare luce a questo locale, nel bene e nel male.”

Anche i turisti ormai sono clienti abituali, come dimostrato dalle foto postate sui propri profili. Uno dei loro angoli preferiti è il muro su cui è affissa l’opera dell’artista normanno Marc Dupard, raffigurante una giovane coppia dolcemente intenta a baciarsi. Lui ha un cappellino da baseball e abiti casual, lei una t-shirt ricoperta di fiori.

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“Quest’opera rappresenta l’amore,” spiega Dupard. “Dato il luogo, diventato ‘famoso’ per questi tragici eventi, ho preferito dare una connotazione non troppo commemorativa.”

Génération Bataclan è il nome dell’opera.

"Generation Bataclan" di Marc Dupard. Foto per gentile concessione de Le Grand Café Bataclan

“Volevo rappresentare una coppia di questa generazione, una coppia d’innamorati che ha vissuto in prima persona questa violenza inenarrabile ma, comunque sia, ha continuato a vivere.”

Ogni evidenza tangibile e visiva dei fatti del 2015 è sparita. Non ci sono più i poster affissi nella piazza vicina, non ci sono più i bouquet di fiori lasciati nelle vicinanze, non ci sono più nemmeno le candele. Tutto quello che rimane è una piccola targa commemorativa affissa su di un muro che unisce il bar e la sala concerti. Rimangono però anche i ricordi dei parigini.

“C’è una grande solidarietà,” continua Maallem, ricordando le persone che sono venute alla riapertura ufficiale del Café anche solo per dire “grazie.”

“Penso che i parigini siano traumatizzati ancora dagli eventi ma allo stesso tempo,” e qui si ferma un attimo per cercare le parole, “non hanno messo da parte nulla, assolutamente, ma stanno comunque andando avanti con le proprie vite.”

Ombre che ricadono sul Grand Café Bataclan a parte, sia Maallem che Souton provano grande orgoglio e amore per il proprio lavoro.

“A volte esco fuori dalle mura della cucina per incontrare i clienti abituali, per vedere come procede il tutto, e va sempre bene,” dice Souton. “Non ci sono segreti. Ho alle spalle un team fantastico. Lavoriamo con il sorriso, con un buon umore. I clienti lo percepiscono.”

Dopotutto, forse, questo è il miglior metodo di protesta. Spesso quello che è successo a Parigi è stato comparato agli attentati dell’11 settembre, ma allora i terroristi avevano preso di mira il cuore finanziario della città, qui invece il target era proprio la vita notturna parigina, la serenità del divertimento.

Foto di Emily Monaco

“Lo avevano poi spiegato. Avevano preso di mira il Bataclan perché non era ‘un buon posto.’ Non andava bene venire qui con gli amici, ridere, divertirsi e bere alcol. Ma è parte della nostra cultura,” conclude Souton. “Tutto questo fa parte dell’identità francese. È parte integrante della cultura del buon cibo e del buon vino.”

Quest'articolo è originariamente apparso su Munchies US.