Pubblicità
Droga

Non vedevo mio padre tossicodipendente da anni, poi l’ho incontrato per strada

Mi ha guardato perplesso, incerto se fosse lui la persona a cui stavo parlando. “Sono io.” E lui ha risposto: “Guarda, non ti conosco.”

di Jordan Foisy
12 agosto 2019, 4:45pm

Illustrazione di Cathryn Virginia.

Due settimane fa sono tornato nella città in cui sono cresciuto: Sault Ste. Marie, nel nord dell’Ontario, in Canada. Sono rimasto per una settimana che si è aperta e chiusa con due matrimoni di amici d'infanzia, passando i giorni compresi tra quegli eventi a passeggiare per questa ex città dell'acciaio, immerso in sentimenti di nostalgia e malinconia degni di un pezzo dei National.

Mentre camminavo fantasticavo di imbattermi in mio padre, che vive ancora lì. Non lo vedevo da tre anni. Ha un problema con la cocaina. Mi chiedevo come sarebbe stato incontrarlo e come sarebbe andata, quando all'improvviso ho girato l’angolo—ed eccolo lì. Mio padre. Se ne stava in piedi in tutta la sua gloria straziante, a fumare una sigaretta mezza storta. Sembrava preoccupato, come se fosse pronto a dire a qualcuno che non aveva i soldi che gli doveva.

“Cazzo. Guarda chi c'è,” ho detto nel tentativo di attirare la sua attenzione, usando una parolaccia a caso per arginare un improvviso nervosismo. Mi ha guardato perplesso, incerto se fosse lui la persona a cui stavo parlando.

“Sono io.”

Lui ha risposto: “Guarda, non ti conosco.”

"Papà, sono io... Jordan."

Mi sono imbattuto in mio padre per la prima volta in tre anni e non mi ha riconosciuto.

In questo lasso di tempo, papà è esistito più attraverso le voci sul suo conto. Ogni volta che tornavo a casa, gli amici mi dicevano di averlo visto come se stessero parlando di una leggenda metropolitana.

Celebrating my birthday. Photo courtesy of Jordan Foisy
L'autore da bambino, col padre. Foto per gentile concessione di Jordan Foisy.

Gli volevo bene, nonostante tutto. Ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza a districarmi tra le delusioni e a tentare di conciliare la distanza tra il “buon” papà che idolatravo e le giornate che passava a dormire sul divano. Da bravo figlio di un tossicodipendente, adeguatamente addestrato nell'impeccabile arte di far finta che tutto vada bene anche quando chiaramente non è così, ero furioso con me stesso quando lo vedevo. Furioso perché non riuscivo a dirgli quanto tutti quei silenzi stessero danneggiando noi e tutti quelli che ci stavano intorno.

Non volevo parlargli, da quanto volevo parlargli. Da quanto desiderassi una sorta di catarsi, delle risposte, qualche soluzione. Negli ultimi tre anni sono rimasto in questa fase di immobilità: a desiderare una sorta di confronto e risoluzione, bloccato dalla paura e dalle difficili esperienze del mio passato. Poi, all'improvviso, eccolo lì.

Mi ha detto che stava aspettando un tale che sarebbe passato a prenderlo per un lavoro. Erano le 17:30, un orario improbabile per iniziare una giornata lavorativa, ma questa è una di quelle sue osservazioni che ho imparato a ignorare. Mi ha fatto alcune domande su cosa facevo, sui miei fratelli. È stato bello. Abbiamo deciso di pranzare insieme il giorno successivo. Poi un vecchio dall’aria losca è arrivato giù per il vicolo in sella a una bicicletta, e mio padre mi ha detto che doveva parlargli per sistemare delle forniture per il lavoro.

Il giorno dopo ero nervoso. Ha detto che sarebbe passato verso l'ora di pranzo. Quando gli ho chiesto che ora sarebbe stata, mi ha risposto: “Non lo so... all'ora di pranzo.” Alle 12:30 ha bussato alla porta. L’alano di mia madre ha iniziato ad abbaiare selvaggiamente, e papà ha fatto capolino dicendo che avrebbe aspettato fuori, dato che era stato morso da un cane un po' di tempo prima e la presenza dell'alano lo innervosiva.

Non sapevo che fosse stato morso. Questa è stata la prima delle molte storie che ci siamo scambiati quel pomeriggio. Gli ho raccontato che un mio amico era stato beccato con due chili di erba ed è stato come se l'aneddoto avesse innescato qualcosa. Uno dopo l'altro, ha iniziato a snocciolarmi i suoi ricordi di una vita dissoluta. Di quando ha guidato senza patente perché all'epoca le multe erano basse; di quella volta che ha portato dell’erba oltre confine ed è finito in prigione; dei ladri d'auto e figli di mafiosi che ha frequentato; di enormi risse sulla spiaggia, bagni nudi e flirt con casalinghe. Sembrava uscito da una canzone di Bruce Springsteen.

My dad and me. Photo courtesy of Jordan Foisy
L'autore da bambino, col padre. Foto per gentile concessione di Jordan Foisy.

Siamo rimasti fuori per ore, abbiamo pranzato su una terrazza e abbiamo provato a fare una partita a biliardo, ma le sale erano chiuse, quindi abbiamo dovuto accontentarci di un’altra terrazza e un'altra birra. È stato l’incontro più divertente che riesca a ricordare di aver avuto con lui. La conversazione scorreva. Abbiamo parlato di politica, e mentre si lamentava di quanto fosse difficile per i poveri che si spezzano la schiena sul lavoro e del fatto che Donald Trump sia un nazista, mi sono ricordato da dove venivano molte delle mie convinzioni (e mi sono sentito super sollevato che non abbia accesso a Facebook).

È stato divertente e semplice perché sembrava finalmente sincero con me, non solo sul suo passato ma anche sulla sua dipendenza. Ha parlato apertamente della "questione della coca”, non per giustificare le sue azioni o vantarsi di qualcosa, ma semplicemente perché era la realtà. Dopo aver trascorso una vita all'ombra dei suoi misteri e delle delusioni, chiedendomi costantemente perché facesse le cose che faceva, ho avuto modo di vedere la persona che avevo rincorso nell'infanzia. Era la prima volta che non mi sentivo un ostaggio silenzioso delle speranze per l'uomo che volevo che fosse. Era lui; strano e straziante, ma lui. È stato liberatorio.

Non che sia stato indolore. Si è lamentato di continuo di non riuscire a sentire le dita dei piedi e di avere fitte costanti allo stomaco. Quando l'ho implorato di andare dal dottore, ha respinto il consiglio dicendomi, “Ho avuto una bella vita.”

Abbiamo questi grandi miti sulla dipendenza e la sobrietà, secondo cui ripulirsi è sempre un nuovo inizio. A volte serve a darti una visione chiara di quanto hai mandato tutto a puttane e di come non ci sia nessun altro posto dove andare. Se mio padre non vuole vedere queste cose, non posso biasimarlo. Sono sicuro che non lo vorrei neanche io.

Ha detto di avere dei rimpianti. Si è scusato per non esserci stato sempre per me e i miei fratelli. Avrebbe voluto che mia madre non fosse ancora arrabbiata con lui. E più di tutto, ha detto che odia il modo in cui le persone più vicine a lui vedono soltanto la sua dipendenza, come se fosse più grande di qualsiasi altra cosa fatta nella sua vita. Ora, è vero, solleticare il senso della pietà altrui è il superpotere di ogni tossicodipendente. Ma non potevo fare a meno di pensare a come in questi anni ho evitato di cercarlo e affrontarlo, giustificandomi con l’idea che era un tossicodipendente, un fallimento. Ho pensato alle persone con cui lo faccio costantemente.

C'era tristezza nella vita di mio padre, ma c'era anche comunità, un calore che arriva quando tocchi il fondo e vieni dimenticato da tutti tranne quelli laggiù con te. Forse è così il perdono. Non è una catarsi esplosiva e singhiozzante o una confessione sul letto di morte. È una valutazione, una resa dei conti sincera su ciò che hai perso ma anche su ciò che hai.

Avevamo in programma di pranzare di nuovo insieme due giorni dopo. Non si è mai presentato.

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla newsletter di VICE per avere accesso a contenuti esclusivi, anteprime e tante cose belle. Ogni sabato mattina nella tua inbox. CLICCA QUI .

Segui Jordan Foisy su Twitter.