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King Princess è giovane, gay, triste e bravissima

Il mondo è sempre più di destra, ma la musica è sempre più queer—e King Princess a soli 21 anni è già un simbolo di questo cambiamento.

di Avery Stone; foto di Hobbes Ginsberg; traduzione di Giacomo Stefanini
15 novembre 2019, 9:46am

Mikaela Straus è una fissata di scarpe da ginnastica e mi sta descrivendo nei dettagli le sue Nike. Guardandomi da sopra la montatura rettangolare dei suoi occhiali Gucci—lasciandomi vedere i suoi occhi per la prima volta da quando abbiamo iniziato a parlare sedute in un caffè di Venice Beach, California—mi informa che sono Air More Uptempo NYC Q. In caso non foste iniziati al culto, vuol dire che sono scarpe da basket grigio chiaro con le lettere NYC bianche giganti, in riferimento alla sua città di origine, cucite sul lato.

Allunga la gamba per farmi vedere meglio. I suoi jeans, un paio di Marithé + François Girbaud, hanno uno strappo enorme sul ginocchio sinistro. Quando si muove il ginocchio fa capolino e rivela una pelle così pallida che quasi riflette la luce del sole.

"Ne ho sempre voluto un paio così, da quando andavo a scuola", dice. I capelli castani a caschetto sembrano sempre sul punto di finirle negli occhi, ma invece no. "Ora che ho fatto un po' di soldi posso permettermi cose così".

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Straus, che quando canta si fa chiamare King Princess, compirà 21 anni a dicembre. Ma nell'ultimo anno e mezzo la sua vita è cambiata drasticamente—e la questione dei soldi è il meno. Tutto è iniziato con il suo primo singolo, "1950". La canzone, basata sul romanzo Carol di Patricia Highsmith, da cui è stato anche tratto un film nel 2015, è un'ode all'amore queer in un mondo che cerca ancora di soffocarlo. Harry Styles ne ha twittato un verso; Kourtney Kardashian ne ha parlato su Instagram. Anche Taylor Swift è una sua fan. Nel momento in cui scrivo, ha oltre 280 milioni di riproduzioni su Spotify.

Nel mondo di oggi, per un artista, diventare virale può essere tanto esaltante quanto terrificante, il peso di soddisfare le aspettative può diventare insostenibile. Ma Straus, almeno vista da fuori, era preparatissima per un momento del genere. Ha passato l'infanzia al Mission Sound—lo studio di registrazione di suo padre, Oliver Straus, a Brooklyn—insieme ad artisti indie famosi, a volte anche cantando nei loro dischi. Quando aveva 11 anni ha rifiutato una proposta di contratto della Virgin Records e quando ne aveva 17 si è trasferita sull'altra costa per studiare musica all'Università della California Meridionale. Dopo un anno ha lasciato, ha firmato per Zelig Records (la sotto-etichetta della Columbia gestita da Mark Ronson) e pubblicato "1950". Il suo primo EP, Make The Bed, è arrivato poco dopo e a fine ottobre ha pubblicato il primo vero album, Cheap Queen. In un anno che è già stato rivoluzionario per il queer pop, con le fantastiche uscite di Clairo, MUNA e Shura, tanto per fare qualche nome, il debutto di Straus è il punto esclamativo alla fine della frase.

"Continuerò a scrivere canzoni pop, ma questo album non è fatto per questo. Questo disco è per farmi il mio pianto gay."

"Cheap Queen è stato un parto," dice. "Penso che rifletta molto bene il periodo che stavo vivendo e l'anno passato—perché che cazzo è successo?" Risponde alla sua stessa domanda retorica: "Ho fatto uscire "1950", è esploso e ho dovuto rincorrere il mio stesso talento per un anno. Non sapevo come fare questa roba. Non sapevo come andare in tour. Non sapevo stare su un set fotografico... Mi sono detta: farò finta di essere capace finché non imparo davvero—facendo tutto meglio che potevo, scoprendo di volta in volta se sono brava in queste cose o no. A quanto pare lo sono."

Guardando i numeri, non si può che essere d'accordo. Il suo primo concerto da headliner a New York, a giugno 2018, è stato davanti a 200 persone. I suoi prossimi concerti in città, a novembre, hanno già registrato il tutto esaurito per due sere di fila in una sala da 3000 persone. Nonostante Straus sembri perfettamente in grado di gestirsi e di essere a suo agio, riconosce che far uscire un album come Cheap Queen è stato visto da alcuni come un rischio considerevole: "C'è un milione di persone che ti dice cosa è una cazzo di hit, cosa non lo è e come dovrebbe suonare la tua musica", dice. "Anche nel mio team, che amo, ma sono sotto major... è soltanto molto difficile ignorare tutte le opinioni e dire 'Il cazzo di disco esce come dico io'." O, in altre parole: "Sono una tipa pop e continuerò a scrivere canzoni pop, ma questo album in particolare non è fatto per questo. Questo disco è per farmi il mio pianto gay."

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Cheap Queen è estremamente personale per Straus. Ha lavorato alla produzione e alla scrittura di tutte e tredici le canzoni del disco; di quattro è l'unica autrice. Prese tutte insieme, dice, le canzoni raccontano la storia dell'ascesa e del declino di una relazione reale. Straus evita educatamente di fare nomi, ma basta una veloce ricerca su Internet per scoprire che molto probabilmente la storia è quella tra lei e la sua ex ragazza, l'attrice Amandla Stenberg (che compare nell'album come co-autrice della title track e che con Straus e Nick Long aveva scritto anche il singolo bomba del 2018 "Pussy is God").

Nonostante Cheap Queen sia incentrato su una relazione queer, l'identità sessuale e relazionale di Straus non è il punto focale, ma la lente attraverso cui vede il mondo. "Non è un disco sull'essere gay", dice. "È un disco sull'essere una persona che fa buona musica e che è anche gay—quella è la ciliegina sulla torta".

Un esempio perfetto di come l'identità di Straus abbia influenzato il suo songwriting è "Homegirl", una delle tracce migliori di Cheap Queen, scritta insieme al fedele collaboratore Nick Long e a Romy Madley-Croft degli XX. Su un tappeto di sognante chitarra acustica, Straus affronta la sensazione di essere trattata da oggetto mentre lei e una partner si trovano a una festa—un valzer romantico cupamente filtrato dallo sguardo reificante maschile. "Non c'è bisogno di dirlo / Siamo amici alla festa", cede alla fine del ritornello, poi promette: "Ti darò il mio corpo a casa".

"La percezione che la gente ha di te e dell'altra persona in una relazione gay o queer può essere molto traumatica", dice Straus parlando dell'ispirazione per il pezzo, "specialmente con gli uomini—quando ti guardano, ti girano attorno, commentano. È quella sensazione di essere vista come un oggetto. Specialmente quando ero più giovane, mi colpiva tantissimo. Molti erano del tutto privi di rispetto per la relazione queer, tipo: 'Oh, come va, vuoi scopare?' Voglio dire, quella è la mia ragazza. Non rivolgerle nemmeno la parola. Vaffanculo."

Straus parla come una persona che è a suo agio con la propria queerness da molti anni, il che è vero—il suo coming out è avvenuto quando faceva le medie. Tuttavia, una parte della sua identità che è evoluta e continua a evolvere è il suo rapporto con l'espressione di genere (Straus è genderqueer ma usa pronomi femminili). Un grande momento di scoperta di sé, dice, è arrivato alle superiori, quando si è trovata a volersi presentare in maniera tipicamente femminile per la prima volta nella sua vita. Quando le chiedo se si sentiva spinta a farlo per sembrare cis/etero ed essere accettata, lei risponde di no—voleva esplorare il suo rapporto con la femminilità: "Non mi ero resa conto che il modo in cui avrei potuto essere femminile—e sentirmi più a mio agio nell'esserlo", spiega, "era esibendomi".

"Quando ero più piccola, mi sembrava tutto semplice. 'Sono gay', fine. Ma ora che ho le parole per descrivere come mi sono sempre sentita, tutto è più complicato. Ma è una complessità che mi piace, perché siamo tutti contraddizioni viventi."

Esprimiamo tutti il nostro genere in maniera diversa, ma Straus lo fa con vera joie de vivre. Sul palco e nei suoi video, combina immaginario maschile e femminile in maniera giocosa—facendo intendere che tutti questi costrutti sono una grande barzelletta che chiunque può capire se solo se lo concede.

Per esempio, il video del suo recente singolo "Prophet" inizia con Straus vestita da giocatore di football nella squadra della scuola e finisce con lei sdraiata sul tavolo, il corpo una vera e propria torta—ricoperto da una glassa di stoffa bianca e circondato da rose tipo American Beauty che, alla fine del video, un'orda di uomini e donne d'affari mangiano con entusiasmo. Quando le chiedo che tipo di vestiario la fa sentire maggiormente se stessa, Straus indica quello che sta indossando in quel momento: le sneakers, i jeans e una canottiera bianca Hanes. Più tardi, seguendola in un vicolo durante il servizio fotografico nel Canal District di Venice, mi accorgo che la sua canottiera è al contrario, dentro per fuori.

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"Quando ero più piccola, mi sembrava tutto più semplice", dice Straus della sua identità. "'Sono gay', fine. Ma ora che ho le parole per descrivere come mi sono sempre sentita, tutto è più complicato. Ma è una complicatezza che mi piace, perché siamo tutti dicotomie viventi in un certo senso. Siamo contraddizioni viventi. Non penso che diverse identità si escludano a vicenda. È questo che rende una persona interessante, bella e intersezionale."

Anche la musica di Straus ha tante identità. In Cheap Queen, sa manifestare la carica da club di "Hit the Back" con la stessa nonchalance dell'introspezione di "Do You Wanna See Me Crying?". In quest'ultima, come se stesse ripetendo un mantra per se stessa, canta: "Penso di stare superando lo stress ora / Voglio far uscire un milione di canzoni".

Le chiedo di spiegarmi questo verso—se significa che nonostante abbia appena pubblicato il primo album farà uscire presto altra nuova musica. "Certo che sì, cazzo", risponde. "Se ti fermi, muori. Scherzo." Ride, poi mi guarda negli occhi un'altra volta. "Ma se l'ho detto in una canzone", aggiunge, "facevo sul serio".

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata da VICE US.

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