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Attualità

Facebook non ha rimosso due partiti a caso, ma chi incita sistematicamente all'odio

Tra chi parla di violazione della libertà d'espressione e chi di vittoria, facciamo chiarezza sull'eliminazione delle pagine ufficiali di CasaPound e Forza Nuova su Facebook.

di Leonardo Bianchi
10 settembre 2019, 10:15am

Foto di Jose Antonio via Wikimedia Commons (CC BY 4.0).

Ieri pomeriggio Facebook ha eliminato definitivamente tutte le pagine ufficiali di CasaPound e Forza Nuova, oltre a quelle della dirigenza dei partiti e di responsabili nazionali, locali e provinciali. Anche la pagina de Il Primato Nazionale, la rete di disinformazione di CPI travestita da testata “sovranista,” rischia di fare la stessa fine. La cancellazione è stata applicata anche su Instagram.

Come riporta Il Fatto Quotidiano, la decisione "non è stata presa in Italia, ma a livello centrale" ed stata anticipata al ministero dell'interno. In più, è stata discussa e deliberata da una "sorta di collegio dei revisori formato da 30mila esperti in tutto il mondo tra tecnici, giuristi ed esperti di vario genere."

Le motivazioni addotte dal social network sono le seguenti: “Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram. Candidati e partiti politici, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia.”

Il vicepresidente di CPI Simone Di Stefano ha parlato su Twitter (l’unico social rimastogli) di “un abuso commesso da una multinazionale privata in spregio alla legge italiana” e di “uno sputo in faccia alla democrazia.” In un tweet successivo ha legato la decisione di Facebook alla contingenza politica italiana, gridando al complotto: “Un segnale chiaro di censura che per ora colpisce noi, ma indirizzato a tutta l’opposizione al Governo PD/5Stelle.”

Roberto Fiore, segretario di Forza Nuova, ha usato più o meno le stesse argomentazioni: “La polizia politica di Zuckerberg vuole impedire che ci sia opposizione al governo di estrema sinistra e Bruxelles. Sintomatico che una cosa di questo genere accada il primo giorno di governo.”

Oltre alle scontate lamentele dei fascisti, le reazioni si sono sostanzialmente divise in due tronconi: da un lato c’è chi festeggia, e dall’altro chi denuncia la censura di Facebook—anche da posizioni liberali. Queste ultime sono ben esemplificate dall’editoriale di oggi di Mattia Feltri su La Stampa: prima il social network viene paragonato ai “tribunali di Stalin” per la vaghezza del capo d’imputazione; poi, riferendosi al ban di CPI e FN, il giornalista sostiene che “se ne sono viste poche di robe più fasciste.”

Siamo dunque un po’ alle solite: gli stessi che si lamentano del fatto che sui social c’è troppo hate speech perché non ci sono “regole,” sono i primi a denunciare l’applicazione delle regole (che esistono, e si chiamano condizioni d'utilizzo) come un qualcosa di “fascista.” Ma è davvero così? Nel senso: eliminare gli account di determinati gruppi di persone, ritenuti portatori di un’ideologia violenta e basata sull’odio, è una violazione della loro libertà d’espressione?

La questione è tutt’altro che semplice: ha molte sfumature, e per capirla bisogna inquadrarla nella sua globalità. Ciò che è successo ieri non è in alcun modo legato alla manifestazione contro il governo giallorosso, né è un “precedente” limitato esclusivamente all’Italia (anche se già la scorsa primavera erano stati cancellati alcuni account personali di militanti di CPI per violazione dei ToS).

COSA È SUCCESSO ALL'ESTERO

Facciamo un passo indietro. Come rivelato l’anno scorso da Motherboard, dopo la manifestazione di suprematisti e neonazisti a Charlottesville del 2017 e l’uccisione di Heather Heyer, Facebook aveva iniziato a interrogarsi seriamente su come modificare la sua policy di moderazione. In uno dei documenti ottenuti dal giornalista Joseph Cox, ad esempio, si leggeva che “c’è potenzialmente confusione sulle nostre politiche sui discorsi di incitamento all’odio e sulle specifiche organizzazioni d’odio.”

Il problema, per l’appunto, era la distinzione tra “nazionalismo e separatismo bianco” e “suprematismo bianco”—una distinzione che, secondo studiosi ed esperti, non ha ragione d'esistere e permetteva ai suprematisti di incitare impunemente all’odio. Il massacro di Christchurch, tramesso in diretta su Facebook, ha definitivamente convinto il social network a far cadere quella distinzione nel marzo del 2019.

“Ci siamo accorti che sempre più persone iniziavano a distinguere dicendo: ‘Non sono razzista, sono un nazionalista’,” ha spiegato Ulrick Casseus, un esperto di gruppi di odio nel team delle policy di Facebook, “spingendosi fino a sostenere di non essere un suprematista bianco, ma un nazionalista bianco, mantenendo però comportamenti e diffondendo contenuti che incitano all’odio. Era un modo per normalizzare l’odio.”

Sotto pressione dell’opinione pubblica, Facebook ha dunque iniziato ad applicare in maniera più stringente le proprie policy, eliminando così le pagine di partiti e movimenti fascisti, suprematisti e razzisti in varie parti del mondo. Parliamo, solo per citare le più importanti, di formazioni fasciste e razziste come il British National Party o l’English Defence League in Inghilterra; il movimento paramilitare neo-nazista Azov in Ucraina; altri movimenti neonazisti come Aryan Strikeforce e Soldiers of Odin in Canada; Generazione Identitaria in Austria; e personalità estremiste e/o complottiste come Milo Yiannopolous, Alex Jones di InfoWars e Paul Joseph Watson negli Stati Uniti.

Di fatto, dunque, questi movimenti e questi provocatori mediatici sono rimasti senza una grossa piattaforma attraverso cui lanciare i propri messaggi—una pratica che in gergo tecnico si chiama de-platforming, e può assumere varie forme.

IL DE-PLATFORMING FUNZIONA?

Recenti studi hanno mostrato che, quando applicato a gruppi o persone che istigano all’odio e alla violenza, il deplatforming alla lunga può funzionare. Un paper del 2017, ad esempio, ha rilevato che l’eliminazione di alcuni subreddit ha portato a una riduzione dell’hate speech su Reddit. E anche la decisione del provider GoDaddy di togliere l’hosting al sito neo-nazista The Daily Stormer si è rilevata efficace.

Joan Donovan dell’istituto di ricerca Data and Society ha spiegato a Motherboard che “quando qualcuno di famoso viene ‘depiattaformato’ [dai social], una parte del suo pubblico lo seguirà comunque; l’impatto però sarà generalmente negativo, e non avranno più la stessa capacità di amplificazione che avevano in precedenza.”

Dall’altro lato, il dibattito negli Stati Uniti si è concentrato anche sulla liceità (o meno) del deplatforming; ossia se violi o meno il primo emendamento, e dunque la liberà d’espressione dei soggetti colpiti. Per i conservatori, lo fa eccome; per altri, come Glenn Greenwald di The Intercept, il vero problema è l’acquiescenza di Facebook con alcuni governi; e per altri ancora, come il professore di legge Eric Goldman, non lo fa.

Un articolo dello scorso aprile sul sito Big Think, ad esempio, commentava la decisione di Facebook di bannare i contenuti suprematisti argomentando che “un linguaggio che cerca attivamente di sopprimere voci diverse non è libertà, è cercare di creare l’opposto.” La vera posta in gioco, continuava l’articolista Derek Beres, non sarebbe davvero la libertà d’espressione, ma la visibilità che garantiscono Facebook e i maggiori social (il cosiddetto freedom of reach). “Facebook violerebbe la libertà d’espressione,” chiosa Beres, “se i nazionalisti bianchi avessero la maturità di accettare che l'utilizzo di un certo linguaggio comporta delle responsabilità.”

In effetti, chiunque si sia minimamente occupato di estrema destra sa che, sin dagli anni Novanta, Internet è stato usato per aggirare la “censura” dei media mainstream (che in realtà, e qui in Italia lo vediamo bene, non esiste), per spingere la propria propaganda, reclutare persone e fare proseliti. I social network hanno amplificato all’ennesima potenza queste tendenze, garantendo una visibilità insperata a gruppi politici che vivono principalmente di quello.

Negli ultimi tempi, dopo anni in cui non ha fatto praticamente nulla, Facebook sembra aver deciso di non prestarsi più a questo gioco. Certamente ciò avviene con falle nella moderazione, e non tanto secondo dinamiche politiche come sostengono le destre; ma esclusivamente nel rispetto di quelle regole che da tempo porta alla cancellazione di account e pagine legate a Isis e altri gruppi estremismi. Altrettanto certamente, non si può delegare in toto l'antifascismo a Facebook—al di fuori del quale i fascisti continueranno a esistere.

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