A progettare le città del futuro saranno i biologi

Abbiamo parlato con il biologo evoluzionista Menno Schilthuizen — che sarà ospite al TEDx Roma il 4 maggio — di città, natura e nuove forme di coabitazione tra esseri umani e specie animali e vegetali.
Giulia Trincardi
Milan, IT
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Foto di Erin Cho da Unsplash

Quando pensiamo all’aspetto che avranno le città del futuro — complice la fantascienza — le prime immagini che si formano nella mente di molti di noi sono ingorghi di veicoli automatizzati, capillari di cemento e acciaio che si dipanano in megalopoli senza fine, cartelloni pubblicitari colossali e sistemi di illuminazione tanto invadenti da legittimare gli occhiali da sole anche di notte. Città intelligenti, in cui la natura — in tutte le sue forme — fatica però a trovare uno spazio.

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Senza dubbio, è un destino a cui stiamo andando incontro: entro il 2020 le mega-città — che al momento sono 27 nel mondo, ma sono responsabili del nove percento dell'uso di elettricità del pianeta, bruciano il 10 percento della benzina, e creano il 13 percento dell'immondizia — saranno almeno 40.

Ma per quanto gli spazi urbani creati dall’uomo stiano fagocitando rapidamente — in modo diretto o indiretto, attraverso i consumi e gli sprechi che comportano — gli ecosistemi naturali che li circondano, la natura si sta adattando a essi più di quello che pensiamo: specie animali e vegetali si stanno anzi evolvendo a velocità incredibili, in specie completamente nuove, per sopravvivere in questi habitat ostili.

A differenza dell’immaginario comune, dunque, esiste una possibilità che gli spazi urbani possano imparare ad accogliere nuovamente la natura; ma, per farlo, è necessario ripensare le strutture che conosciamo.

Il tema dell’edizione di quest’anno di TEDx Roma, che si terrà il 4 maggio ed è intitolato Society 5.0, riguarda esattamente l’evoluzione della società e le domande che scienziati, sociologi ed esperti di tecnologia si stanno ponendo guardando al futuro imminente dell’umanità sul pianeta. Dalla relazione con i robot e l’intelligenza artificiale, al ruolo dell’economia nel plasmare le strutture sociali, al rapporto tra spazi urbani ed ecosistemi naturali la conferenza è dedicata al ruolo dell’uomo in questa trasformazione vertiginosa e inarrestabile.

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Proprio a proposito di nuove forme di coabitazione tra specie animali e vegetali ed esseri umani, Motherboard ha parlato con il biologo evoluzionista olandese Menno Schilthuizen, che sarà ospite al TEDx Roma, e che ha parlato nel suo ultimo libro — Darwin Comes to Town — dei modo inaspettati in cui la natura sta imparando a evolversi all’interno degli spazi urbani. Ci siamo fatti spiegare anche come dare una mano a questa rivoluzione evolutiva.

MOTHERBOARD: Ciao Menno, come va?
Menno Schilthuizen: Molto bene, grazie. Molto curioso di questo TEDx Roma!

Nei tuoi studi di occupi da tempo della relazione tra gli spazi umani e gli ecosistemi naturali, dove “adattamento” è la parola chiave. Puoi farmi qualche esempio di specie che sta attraversando questo processo — sbaglio a pensare a quel video con le papere che attraversano la strada aspettando il verde?
Purtroppo il video delle papere che aspettano il verde per i pedoni è una bufala (per quanto molto convincente), ma ci sono esempi di animali reali che si evolvono rapidamente nei nostri ambienti urbani. Un caso impressionante è il merlo europeo, che è stato uno dei primi uccelli a colonizzare le città (anzi: è successo prima di tutto a Roma). I merli urbani sono davvero sul punto di diventare una specie separata dal merlo delle foreste originale: la loro personalità è cambiata (si stressano meno facilmente), non migrano più, iniziano a creare il nido molto prima, cantano a una nota più alta, il loro becco è più corto e cantano durante la notte. E la maggior parte di queste differenze sono inscritte nel codice genetico! Per cui è evoluzione vera e propria e rapidissima, del tipo che normalmente associamo a posti naturali come le isole Galapagos.

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L'obiettivo dovrebbe essere realizzare costruzioni che usino materiali di smart building, in grado di facilitare questo processo di coabitazione

Un altro esempio sono certi fiori, come il tarassaco o il crepis. Queste piante producono semi che vengono trasportati via dal vento. In natura, si tratta di un’ottima strategia, ma in città, dove spesso queste piante crescono in pezzetti di verde molto ridotti e circondati da cemento, i semi finiscono per atterrare su suolo sterile. Per cui, notiamo che i semi di queste piante si stanno evolvendo in tipi che non viaggiano più lontano, ma cadono sul suolo vicino alla pianta madre, così da avere più probabilità di finire sul piccolo pezzo di terra.

Certe specie selvatiche riescono già a sopravvivere nelle città. Ma cosa succederebbe se ripensassimo radicalmente i nostri spazi per facilitare questo processo di coabitazione? Da dove iniziare?
Penso che l’obiettivo dovrebbe essere realizzare costruzioni che usino materiali di smart building, in grado di facilitare questo processo di coabitazione. Capita di vedere foto di vecchie case con piante che crescono dal soffitto, nidi di uccelli nei comignoli e alveari di api nelle mura. Con i materiali tradizionali, questa coabitazione compromette la qualità dell’edificio. Ma oggi abbiamo la tecnologia per progettare materiali che mantengano le funzioni strutturali E permettano a piante e animali selvatici di accomodarsi e vivere con noi. La maggior parte degli organismi è molto piccola e ha bisogno di pochissimo spazio. Nell’ultimo capitolo del mio libro, Darwin Comes to Town, do qualche consiglio pratico su come si può imbrigliare e orientare l’evoluzione urbana nel design urbano.

Molti animali selvatici sono però attirati verso siti umani per la fame. Per esempio, a febbraio scorso, un branco di orsi polari ha occupato un paese in Russia. Come evitiamo che il discorso sulla sopravvivenza degli animali tralasci quello sulla preservazione degli habitat naturali e degli ecosistemi più fragili?
Gli ecosistemi urbani costituiscono un piccolo e speciale insieme di organismi — un tipo di corpi d’elite in grado di sopravvivere dove altre specie non possono. Si tratta di un ecosistema estremamente interessante e importante per una porzione crescente della popolazione mondiale che non lascia più le città. Ma non possiamo fare affidamento sugli ecosistemi urbani per la preservazione del resto della biodiversità. Per quella è ancora assolutamente necessaria la conservazione degli ultimi spazi selvaggi che restano.

Il cambiamento climatico è probabilmente la minaccia più grave che l’umanità dovrà affrontare e accettare nel prossimo futuro. Qual è la tua posizione rispetto al livello di consapevolezza delle persone sull’argomento?
Ritengo che la perdita degli habitat naturali sia un problema altrettanto importante, che non riceve abbastanza attenzione al momento rispetto al cambiamento climatico.

Quando si parla di rendere le persone più consapevoli dell’emergenza climatica, l’ostacolo più grosso sembra la perdita di fiducia delle persone negli scienziati. Qual è secondo te il modo migliore per risolvere questo problema?
Uno dei modi migliori è sicuramente includere i cittadini nella ricerca. Diventando scienziato a tua volta, capisci molto meglio che cos’è l’indagine scientifica e cosa può (e non può) fare. Per esempio, abbiamo sviluppato una app per smartphone che si chiama SnailSnap e che permette alle persone di monitorare l’evoluzione del colore dei gusci di lumaca come effetto collaterale del cambiamento climatico e dell’isola di calore urbano.