Nemmeno gli effetti speciali salvano il nuovo 'Ghost in the Shell'

Sì, le scene d'azione spaccano. No, non è abbastanza.

|
31 marzo 2017, 8:45am

Ieri è (finalmente) uscito nelle sale italiane Ghost in the Shell. Il film, diretto da Rupert Sanders e interpretato da Scarlett Johannson, è un adattamento in live-action del franchise giapponese degli anni Novanta scritto da Masamune Shirow e diretto da Mamoru Oshii.

Dal momento del suo primo annuncio ufficiale, circa un anno fa, si è diffuso nell'aria un brutto presentimento, condiviso in particolare da chi guarda con diffidenza a qualsiasi appropriazione hollywoodiana di prodotti stranieri, in particolare giapponesi (non a caso, l'adattamento di Cowboy Bebop, altro capolavoro nipponico, non ha ancora superato lo status di diceria).

A seguito della visione del film, ogni presentimento appare fondato: per quanto soddisfacente da un punto di vista estetico — le scenografie e gli scenari sono un tributo quasi maniacale a quelli originali — in generale, il film di Sanders fallisce nel restituire la profondità dell'opera giapponese, scegliendo spesso, anzi, una direzione diametralmente opposta, con scivoloni che variano dal superficiale al decisamente controverso.

Nel voler a tutti i costi contrapporre la tecnologia alla natura umana, Sanders tradisce il messaggio chiave del primo Ghost in the Shell, che mira invece a destrutturare quella stessa dicotomia.

Per quanto sia mia intenzione tenere gli spoiler al minimo, da qui in poi proseguite a vostro rischio e pericolo se non avete visto il film.

Michael Pitt nel ruolo di Kuze. Immagine via Collider

Il film sceglie di trattare le origini della protagonista del franchise, il maggiore Motoko Kusanagi — ribattezzata per l'occasione Mira Killian —, un cyborg le cui uniche componenti biologiche sono ridotte a cervello e spina dorsale, in un mondo dove scegliere di "aumentare" i sensi e le capacità fisiche umane con protesi tecnologiche è prassi comune tanto quanto tingersi i capelli oggi giorno.

Le origini della protagonista si intrecciano con quelle di un altro personaggio, un hacker misterioso di nome Kuze, che compare anche in un episodio della serie intitolato "Kusanagi's Labyrinth — AFFECTION."

Nella serie, Kuze sopravvive con Kusanagi a un incidente aereo in cui sono coinvolti da bambini, per diventare poi il capo di una ribellione e uscirsene con discorsi molto ben strutturati sul controllo che l'informazione compiacente esercita sulle masse ( some deep shit che suona fin troppo familiare all'indomani dell'esplosione delle fake news, ma, come già detto, Ghost in the Shell è stato a dir poco premonitore del nostro presente).

La tecnologia è il male e se proprio non ne possiamo fare a meno, almeno dobbiamo tenerci stretta una definizione falsamente oggettiva e coerente di umano.

Nel film, Kuze (interpretato da Michael Pitt) è invece uno psicopatico che ammazza personaggi potenti per vendetta personale.

Nella dinamica tra i due, emerge smaccatamente il problema intrinseco alla scelta di un cast primario di attori caucasici: nella prima scena, vediamo una ragazzina giapponese trasportata in una struttura medica d'emergenza e immediatamente dopo il risveglio del suo nuovo corpo cyborg, Scarlett Johannson. Kuze, a sua volta, emerge in modo fastidioso dalla "massa" di attori giapponesi chiamati a figurare tra i suoi sottomessi (se non del tutto ignari) proseliti. Ci sono due attori americani che si sfidano e si confidano, in un mondo dove l'"esotico" sembra associato implicitamente a un'idea di naturale obsoleto, che viene "migliorato" con un corpo diverso, eppure omologato a un ideale di parte.

Per quanto si possa provare a giustificare la questione attribuendone la responsabilità ai personaggi antagonisti nel film — la multinazionale tech Hanka Robotics, che crea i cyborg e che evidentemente è troppo razzista per farli non-bianchi — il discorso crolla nel momento in cui anche altri personaggi principali come Batou e la dottoressa Ouélet sono interpretati da attori europei. Feticcio dell'aura giapponese resta solo il capo della Section 9, interpretato dal regista Takeshi Kitano, unico a parlare in lingua, senza ragione apparente.

Una delle geishe ginoidi nel film.

È assolutamente controverso scegliere attori bianchi per interpretare le versioni bioniche futuristiche dell'essere umano a scapito dell'etnia precedente del personaggio: il discorso implicito è che un certo tipo di estetica (quella bianca) corrisponda al neutro per eccellenza e che, di conseguenza, sia la più adatta a incarnare un androide "puro." Un pregiudizio del genere ha un peso specifico senza scampo, che stride con lo spirito avanguardistico del primo Ghost in the Shell.

Un altro problema consistente del film è il modo in cui insiste nello spiegare le sue tematiche.

Come ho ampiamente esposto in precedenza, tanto del valore culturale del franchise originale è legato al modo in cui — sia da un punto di vista registico che di scrittura — incarna e restituisce al suo pubblico un senso di perenne e inquieta ambiguità: nel cucire scene d'azione esemplari a scene lente e fisse con un filo di riferimenti filosofici importanti — da Confucio alla Haraway, passando per Spinoza — Ghost in the Shell fa eco alle più profonde domande esistenziali sulla natura dell'essere umano, dalla politica dei corpi alla coscienza, senza offrire alcuna definizione rassicuranti sul finale.

La difficoltà di Killian nell'accettare la propria natura cyborg è la stessa che vive, in un certo senso, la cultura occidentale oggi

Il film di Sanders sembra avere una gran paura di essere oscuro, e già nei primi cinque minuti ribadisce in modo estenuante agli spettatori che cosa intenda esattamente con i termini shell e ghost: non sia mai che a qualcuno sia sfuggito che il corpo e la mente sono due cose distinte. Così facendo, tradisce la tematica principe della saga primaria, ovvero l'impossibilità di definire la coscienza, qualunque sia l'oggetto che la ospita. Il cervello non è la coscienza, né lo è la mente: il film di Sanders definisce quest'ultima per negazione del corpo fisico (la mente è tutto ciò che il corpo non è, sono umana perché ho ancora il mio cervello biologico), senza scomodarsi a dare un posto nel discorso alla coscienza.

La solitudine della protagonista, inoltre, ricorda più il dramma di un'adolescente incompresa che la crisi d'identità dell'uomo contemporaneo, e la bizzarra ossessione che cova per le figure materne nella sua vita — artificiali e reali — stona con quel rifiuto di un'integrità originaria che Ghost in the Shell prende in prestito con eleganza dal cyber-femminismo degli anni Ottanta.
Mira Killian raggiunge il proprio finale (hollywoodianamente) positivo, riscoprendo la propria identità umana perduta: tutto il contrario della fluidità senza risposte a cui si abbandona Motoko Kusanagi, scegliendo di disperdere la propria coscienza nella rete.

Questo passaggio svela l'ultimo (si fa per dire) grosso problema del film di Sanders, che, in tutta la sua durata, cerca di ribadire una superiorità morale dell'essere umano rispetto al cyborg. Non solo scopriamo che la Killian umana (e giapponese) era un'attivista anti-tecnologia, ma sul finale la protagonista stessa rimarca esplicitamente il divario tra il proprio corpo bionico e la propria mente umana, "superiore" perché più adatta di un corpo a definire la sua identità.

Tutto ciò ricorda una specifica retorica paternalista tanto cara alla fantascienza hollywoodiana, secondo cui la tecnologia è il male e se proprio non ne possiamo fare a meno, almeno dobbiamo tenerci stretta una definizione falsamente oggettiva e coerente di umano.

Eppure, ci raccontava il primo Ghost in the Shell, non siamo più umani da tempo e la tecnologia sta cambiando la nostra stessa essenza.

Ciò che appare chiaro, in ultima analisi, è che Hollywood ha ancora tanta strada da fare quando si tratta di introiettare e rielaborare stimoli filosofici consistenti, che finiscono completamente assoggettati a una magnificenza tecnica che ha del manierista, tra glitch e slow-mo che seducono lo sguardo, ma sono accompagnati da battute claudicanti e deludenti come "il tuo ghost è solo tuo." La difficoltà di Killian nell'accettare la propria natura cyborg è la stessa che vive, in un certo senso, la cultura occidentale oggi.

Siamo così spaventati all'idea di perdere la nostra identità, che vogliamo che anche l'eroina più cyber della storia della fantascienza torni sui suoi passi e ci illuda che, in fondo, sia ancora tutto uguale a prima.