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Come sarebbero le biografie degli scienziati se fossero donne

“Nessuno avrebbe mai immaginato che dietro i grandi occhi e l’aspetto fragile di Newton si nascondesse una delle menti più prodigiose del mondo”

di Giulia Trincardi
09 febbraio 2016, 1:49pm

Immagine dell'autrice

Uno degli esercizi più divertenti da fare quando si vuole affrontare il mondo in un'ottica anti-sessista, è il gioco della traslazione: prendere frasi sui giornali, domande dei giornalisti, biografie e persino necrologi riferiti a uno dei due sessi e provare a tradurli nell'altro, per vedere se hanno ancora senso o se diventano totalmente ridicoli.

Ci sono contesti sociali, culturali, lavorativi, di cui facciamo esperienza quotidianamente, che dovrebbero essere "neutri", perché sono contesti in cui il sesso di una persona non ha alcun ruolo e significato; una laurea in fisica delle particelle è una laurea in fisica delle particelle a prescindere dal sesso di chi l'ha conseguita e il giudizio sui meriti accademici e lavorativi di quella persona dovrebbe essere svincolato dalla sua sfera privata. Eppure, questi contesti presentano ancora dei pregiudizi di genere impliciti—idee a cui siamo spesso talmente abituati che non riusciamo a riconoscere, finché non li "traduciamo" nell'altro genere.

Un account twitter ha recentemente partecipato al gioco della traslazione di genere, scrivendo brevi biografie di scienziati uomini famosi, nel modo in cui si parla spesso delle donne celebri per i propri meriti in campi affini.

"Nessuno avrebbe mai immaginato che dietro i grandi occhi e l'aspetto fragile di Newton si nascondesse una delle menti più prodigiose del mondo"

Il risultato—piuttosto ridicolo—mette in evidenza il pregiudizio per cui, nella nostra società, la maternità, la sfera familiare, l'aspetto fisico e la sessualità sono talmente importanti da rappresentare il punto di partenza imprescindibile anche del discorso sui successi—artistici, imprenditoriali, sportivi e via dicendo—di una donna.

"Marito e padre devoto, Darwin ha saputo bilanciare i suoi doveri familiari con lo studio delle specie scoperte nei suoi viaggi."

Parlare delle ricerche di Darwin usando come presupposto il suo stato civile fa davvero ridere e questa cosa dovrebbe aprirci gli occhi; dovrebbe spingerci a chiedere perché, quando si tratta invece di una donna, non ci venga da ridere. Perché associare la vita privata a quella lavorativa come se la seconda fosse un'eccezione rispetto alla prima non risulti ancora ridicolo quando si parla di una donna. C'è persino un test, quello di Finkbeiner, che è nato proprio per rendere visibili i pregiudizi di genere impliciti che la stampa reitera quanto si riferisce a una scienziata.

La capacità di una donna di attrarre un uomo e il suo stato di moglie innanzitutto sono considerati fattori primi della definizione stessa di una donna, qualcosa che viene in un certo senso "tradito" da scelte di vita divergenti: qualche anno fa, l'astronauta Samantha Cristoforetti era stata al centro di un polverone mediatico dove i capi di accusa erano stati il suo mancato adempimento dei ruoli sociali tradizionali femminili in favore della ricerca spaziale (pessimo esempio per le generazioni future) e il fatto che non fosse abbastanza attraente per essere definita una donna. Che è come se i critici di Darwin, anziché contestare le sue ricerche sul piano scientifico, lo screditassero sulla base della sua barba incolta o della dimensione dei suoi genitali.

La cosa non riguarda soltanto la scienza, ma anche il mondo dello spettacolo, dove è molto più facile per un'attrice che per un attore dover rispondere a domande sul proprio corpo, piuttosto che su qualsiasi altro argomento relativo al ruolo interpretato in un certo film. O che i titoli delle riviste puntino costantemente il dito contro le celebrità che non hanno nessuna voglia di ricoprirsi di trucco anche per andare a prendere un caffé. In un altro esperimento di "traduzione", qualche anno fa Vagenda Magazine ha chiesto ai suoi lettori di inviare i titoli delle riviste scandalistiche originali, accompagnati da un'ipotesi di titolo che non prendesse in esame l'aspetto estetico né la situazione coniugale di una celebrità per parlare di lei.

Immagine via

Il messaggio è chiaro: una donna, nella nostra società, deve essere attraente: il fatto stesso che possa ribellarsi a questo diktat è un'offesa a quella strana idea di femminilità "naturale" che abbiamo creato.

Qualche anno fa, il necrologio per la scrittrice e neuroscienziata australiana Colleen McCullough, pubblicato sul giornale The Australian, iniziava parlando dell'aspetto fisico della McCullough, del suo essere sovrappeso e del fatto che nonostante non le interessassero i vestiti, era sempre stata in grado di attrarre gli uomini. Come se, della vita di una persona, qualsiasi sia stato il suo contributo al mondo, la prima cosa da ricordare sia comunque il suo merito estetico—sempre in relazione, per altro, ad un potenziale destinatario maschile. Il necrologio è stato duramente criticato per sessismo, eppure è ancora online.

In quest'ottica, le biografie ridicole degli scienziati famosi messe in fila su Twitter si rivelano, oltre che un gioco divertente, anche un gioco puntuale e necessario.

"Aveva il corpo di un atleta e il viso di una star del cinema. Ma Oliver Sacks ha preferito la scienza al glamour."