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'Clone Zone' è il tool per creare siti fake

Grazie a questo tool puoi personalizzare all'istante qualsiasi sito internet e diventare titolista del New York Times.

I miei feed sono pieni di storie impossibili.

Scorrendo Facebook tutti i giorni, trovo titoli di Onion, articoli di clickbait e slogan di testate semi-serie condivisi da amici e parenti, mezze verità che rimbalzano dentro la cassa di risonanza creata dai filtri che scelgo.

Aggiungete a questo scenario di perenne ambiguità Clone Zone, un nuovo strumento che permette di modificare con facilità le pagine web in internet. Scegliete la vostra tela—basta digitare un indirizzo URL. Clone Zone ne crea subito una copia modificabile. Caricate le immagini che volete, scrivete il testo che vi pare, e condividete. Con Clone Zone, chiunque può spacciare un articolo sul New York Times, o di aver ricevuto generosi finanziamenti su TechCrunch. Con questo strumento, tutto internet è improvvisamente e completamente personalizzabile.

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Clone Zone è il frutto delle menti di Slava Balasanov e Analisa Teachworth, due artisti a capo di un studio creativo a New York chiamato 4Real. Analisa e Slava hanno lavorato su Clone Zone, usando come beta tester la comunità di artisti e variegati web-nauti di cui fanno parte, così da ottenere una visione preliminare di come potrebbe essere sfruttato questo strumento, prima di renderlo disponibile per il grande pubblico. Cosa successa oggi.

Il clone di TechCrunch realizzato da Analisa Teachworth e Slava Balasanov come pesce d'aprile.

All'inizio di questo mese, il primo d'aprile, Analisa e Slava hanno realizzato un "clone" del sito TechCrunch, e diffuso il finto annuncio di un investimento di 1.8 milioni di dollari. Hanno condiviso il sito clonato sui loro canali personali, su cui sono immediatamente piovuti like e repost, insieme a congratulazioni da parte di amici e sconosciuti. Secondo Analisa e Slava, la storia è finita anche negli uffici di Genius—una vera startup ben finanziata il cui prodotto primo è molto simile a Clone Zone—dove ha generato rumors sulla necessità di competere.

Clone Zone non ha ricevuto nessun investimento. E anche se la copia clonata di TechCrunch di Analisa e Slava ha un URL di Clone Zone ed è marchiata chiaramente con il logo di Clone Zone (esso stesso una copia del logo di Google, per ovvi motivi), la falsa storia è stata presa sul serio da diverse persone con il potere per trasformarla in realtà. Le ambiguità tra arte e commercio, qui, sono molteplici: 4Real emerge dal NEW INC., un incubatore tecnologico e spazio di co-lavoro guidato dal New Museum a New York, dove viene dato ai creativi sia risorse museali che supporto imprenditoriale. 4Real si occupa di design e interattività per clienti commerciali, mentre Slava e Analisa proseguono con le loro pratiche artistiche.

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Considerano Clone Zone un'opera d'arte, per ragioni sia legali che concettuali. Come forma d'arte, ha sicuramente dei predecessori. Nel 1998, gli artisti italiani Eva e Franco Mattes, hanno raggiunto una certa fama per aver acquistato il dominio vaticano.org, che hanno usato per minare il sito ufficiale della Chiesa Cattolica; poco dopo, hanno clonato i siti di alcuni artisti contemporanei e li hanno esposti, spacciandoli per opere loro. The Yes Men, un collettivo di sabotaggio culturale, ha creato e gestito molti siti fasulli—per George W. Bush, Dow Chemical, la World Trade Organization, e il New York Times—in un tentativo costante di fare satira sulle autorità.

La homepage di Clone Zone, che imita senza pudore Google. Teachworth spiega: "È talmente assodata che le persone non la notano neanche. Ha tutti i colori e tutti i font che deve avere."

La differenza principale tra questi lavori e Clone Zone è che Clone Zone è uno strumento rivolto al pubblico, progettato per essere usato da artisti come da non-artisti. È una risposta diretta al modo in cui le informazioni si propagano attraverso i social network, e i cloni prodotti sono progettati per essere condivisi via Facebook e su Twitter. "Siamo molto interessati ai social network di oggi e a che cosa significa fare parte di uno di essi," mi ha spiegato Teachworth su Google Hangout, "per come puoi comunicare con gli altri, e per come sta cambiando—dagli albori di Facebook all'uso che ne facciamo ora, e per come interagiamo e proviamo sentimenti gli uni verso gli altri. Clone Zone è un posto in cui le persone possono creare qualcosa insieme."

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Teachworth vuole vedere più creatività online; spera che 4Real, come agenzia, riesca a creare nuovi strumenti che incoraggino la creatività nel futuro, software che permettano azioni più fluide e aperte del semplice buttare immagini su una pagina Tumblr.

Ad ogni modo, certi strumenti sono potenti. Qualcosa come Clone Zone può causare disagi grandi e piccoli, a seconda di come è usato—Balasanov mi ha detto che sarebbe ideale vedere creato un clone che abbia un impatto sul mondo reale, un clone che si diffonda ovunque e a cui tutti credano.

Beh, tutti quelli che non si fermano un attimo a controllare l'URL, ovviamente.

Ma ora che browser e condivisioni su Twitter ci mostrano porzioni sempre minori degli effettivi URL dei siti che visitiamo, anche gli indizi piuttosto ovvi di Clone Zone potrebbero essere facilmente ignorati. Un sito "fake" generato da Clone Zone potrebbe esercitare lo stesso potere di uno "vero," specialmente nell'intervallo di tempo prima che le persone si accorgano della cosa.

Esiste poi un sito che sia "vero"? Un sito è solo un sito—è solo che ci fidiamo di certi siti più che di altri per sapere la verità oggettiva. Che, ovviamente, è un'esperienza quasi del tutto soggettiva. "Decidiamo quali sono le fonti affidabili e quali no. Non è una cosa assoluta," dice Balasanov. "Forse quello che leggiamo sul New York Times è più vero di quello che leggiamo su Fox News. Ma un sito è solo un sito."

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In certa misura, la fiducia che riponiamo nel giornalismo nell'era dei social feed si è ridotta all'associare certi design e marchi con l'idea di autenticità: quando vediamo la venerabile "T" del New York Times (o il logo di Fox News, per chi è di altra fede) su un sito, leggiamo i titoli con sicurezza. Ma se chiunque può prendere il layout della pagina del New York Times, modificarla e condividere la versione clonata sui social media, dove i lettori passano più facilmente sopra ai dettagli, la vulnerabilità intrinseca di quella fiducia è messa a nudo.

Qui l'autrice scrive un sottotitolo del New York Times sui bombardamenti nello Yemen.

Ovviamente, ci sono hacker che duplicano siti affidabili per rubare password e diffondere virus da quando le transazioni online sono nate. I siti falsificati sono tra le truffe per phishing più comuni, e, proprio per questa ragione, ci sono strumenti che servono a distinguere siti "veri" da siti "fake." Siamo sempre più abituati ad usarli, sbirciando gli indirizzi in cerca di quei lucchettini verdi che attestano la certificazione SSL del sito, in particolare quando facciamo operazioni di online banking o clicchiamo su link ambigui.

Con la crescente disinformazione che popola i nostri feed e piove dentro le nostre caselle di posta, è dovere di ognuno avvicinarsi a internet con una sana dose di scetticismo. Allo stesso tempo, siamo bombardati non-stop con versioni discordanti e simultanee della verità, e gli strumenti critici di cui abbiamo bisogno per stabilire la veridicità dei fatti cambiano in continuazione. Le falsità sono facili da scoprire, ma la verità richiede fatica. La verità richiede più click.

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Le nostre vecchie supposizioni non reggono più. Buzzfeed fa giornalismo di punta e listoni sponsorizzati nella stessa pagina. E così fanno la maggior parte dei siti che consultiamo regolarmente. Aggiungete a tutto questo la generale qualità da "la verità è più bizzarra della fantasia" della vita nel 21esimo secolo, e, onestamente, inizio a chiedermi se qualsiasi cosa io legga online sia vera o falsa.

"Come utenti, proprio perché il modo in cui otteniamo le informazioni cambia tanto rapidamente, dobbiamo essere coscienti di quali sono le fonti che usiamo," dice Balasanov. "Ci sono già così tante menzogne su Facebook. Un flusso di nonsenso. Essere in grado di guadare questa melma e distinguere quello che è importante, quello che è prezioso, è una dote necessaria per tutti." Teachworh aggiunge, "Se non altro, vogliamo rendere le persone più consapevoli. Renderle più coscienti, non meno."

Teachworth e Balasanov non sanno cosa succederà con Clone Zone. Non possono predire, oggi, come questo strumento sarà usato nel futuro, in particolare se prende piede. Con qualche eccezione, i cloni fatti dalla comunità beta sono stati per lo più prove, scherzi, e esperimenti senza forma che ricordano i primi giorni di qualsiasi piattaforma social. Non si è ancora stabilito, inventato o approvato per cosa (e a chi) sia destinato Clone Zone. Teachworth e Balasanov hanno per questo motivo qualche timore riguardo alla distrubuzione di Clone Zone nel mondo—se solo potessero essere certi di quello che succederà. "La prima cosa è vedere come le persone lo usano e agire da lì," dice Balasanov.

Teachworth aggiunge, "il consiglio dell'avvocato è stato solo 'non fatelo'. Invece sì, lo facciamo. La cosa è già iniziata."

Per avere un'idea di cosa può fare Clone Zone, date un'occhiata a questa versione clonata di Motherboard: