Guido Gazzilli memorie dal carcere
Tutte le foto di Guido Gazzilli, per gentile concessione dell'autore. 

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Memorie dal carcere - I detenuti delle carceri italiane si raccontano

Per il suo ultimo progetto, il fotografo Guido Gazzilli ha trascorso diversi anni nelle strutture penitenziarie di Civitavecchia e Rebibbia.
Niccolò Carradori
Florence, IT

Guido Gazzilli è un fotografo romano che ha passato gli ultimi anni a documentare sottoculture e scene musicali. Di recente, però, il suo interesse si è spostato verso un ambito più intimo.

Oggi attraverso i suoi scatti cerca di raccontare le storie delle persone che incontra, soffermandosi anche sulle dinamiche che si instaurano nel processo. Ed è seguendo questo filone che è arrivato a Memorie dal carcere, un progetto che lo ha impegnato per due anni nelle due strutture penitenziarie di Civitavecchia, per poi includere anche Rebibbia: ogni detenuto è stato messo di fronte a una selezione di foto donate da 40 artisti, tra cui scegliere quelle che lo colpivano di più e tramite le quali ricostruire le proprie vicende. E infatti il detenuto le commentava e si raccontava, durante una breve intervista ripresa in video. Un sorta di test di Rorschach al contrario.

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Da questo progetto sono nate una mostra all'interno del carcere e il documentario Memorie Dal Carcere che riesce, attraverso brevi lampi di storie e di immagini, a testimoniare non solo le storie dei detenuti, ma l'atmosfera che si vive in un carcere. Le paure, le speranze, e il senso di isolamento di persone abituate a passare 22 ore al giorno chiuse in una cella. "Lo spirito di fondo del lavoro è quello di raccontare questo vissuto senza filtri," spiega Guido, "cercando di preservare un’umanità che a volte sembra perduta in un luogo dove spesso il riscatto sembra impossibile."

VICE: Raccontami come sei arrivato a questo progetto.
Guido Gazzilli: È successo tutto in modo molto naturale: tramite la mia amica Iole Calvigioni, che lavora come psicologa e assistente sociale in un carcere, è venuta fuori questa idea di iniziare un lavoro basato sulla fotografia all'interno di una struttura. L'intento iniziale, molto semplicemente, era quello di allestire una mostra all'interno di un carcere. Mi avevano chiesto di "abbellirlo": perché questi luoghi sono sempre piuttosto freddi e spogli.

Col passare del tempo, però, il progetto è evoluto in una sorta di vera e propria terapia, portata avanti mediante le foto. Abbiamo lavorato insieme per strutturare un percorso fatto di immagini, che i detenuti dovevano scegliere, e attraverso cui potessero ripercorrere le proprie storie.

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E come era impostato questo lavoro? Come hai creato questa sorta di "gioco" fatto di foto?
Innanzitutto ho dovuto recuperare le foto: ho contattato circa 40 fotografi—amici e non amici, più o meno conosciuti—che molto gentilmente mi hanno donato alcuni dei loro lavori. Alla fine ho messo insieme fra le 400 e le 500 foto. Immagini selezionate in modo da stimolare una persona privata della libertà a pensare ad altro, oltre che alla propria condizione quotidiana.

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Il mio intento era quello di far uscire le loro storie, perché comunque in carcere si segue una certa etichetta comunicativa in cui alcune emozioni fanno fatica ad emergere. Attraverso le fotografie che mettevo a disposizione, quindi, i detenuti potevano esprimere quello che desideravano: prima scegliendo le varie foto per costruire il proprio racconto, e poi commentandole attraverso la scrittura, e successivamente in video.

Da come alcuni dei protagonisti ne parlano nel video, mi è sembrato che fra queste due fasi ci sia stato un lavoro preliminare di gruppo. No?
Sì, noi avevamo preparato questa distesa di fotografie da mostrare ai gruppi che si erano iscritti al laboratorio di fotografia. C'erano vari tipi di detenuti, molti con pene piuttosto lunghe, e nessuno era abituato a vedere certi tipi di foto. La maggior parte di loro non si era mai interessata alla fotografia. Dopo aver scelto le immagini, avevano la possibilità di portarsele in cella, di studiarle e osservarle, e poi di stendere in totale libertà una descrizione che riuscisse a spiegare le loro scelte.

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Il laboratorio di scrittura è stato complicato, perché alcuni avevano difficoltà a tradurre in parole quello che volevano comunicare, quindi c'è stato un lavoro di supporto e aiuto, anche di tipo psicologico. Poi c'è stato il momento, precedente alle riprese singole, in cui ognuno ha dovuto leggere il proprio elaborato di fronte agli altri: è stato un momento difficile. Doversi mettere in mostra, aprirsi in un certo modo, era qualcosa che molti di loro difficilmente avevano sperimentato. Ma è stato anche molto importante: gli psicologi si sono accorti che questo strumento poteva essere utile dal punto di vista terapeutico.

Come hanno reagito i partecipanti al progetto, all'inizio?
In realtà non si aspettavano niente del genere. Quelli che si erano iscritti al laboratorio credevano che il lavoro sarebbe consistito nella spiegazione di come approcciarsi a un mezzo fotografico. Non pensavano di dover parlare di sé. Ogni carcere poi ha un po' le sue regole: in una delle due strutture in cui sono stato i carcerati erano abituati a non fare niente tutto il giorno, quindi questo aspetto di novità e sorpresa è stato complicato da gestire, all'inizio.

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Come hai fatto la cernita delle foto da proporre, e come hai scelto i fotografi da contattare?
Tutto è cominciato proprio nello scegliere i fotografi a cui rivolgersi. Diciamo che il giro dei fotografi con cui ho più contatti è formato da persone che fotografano soprattutto le loro esperienze intime, e formano dei percorsi individuali. Io ho cercato di mettere insieme immagini quotidiane: dei "diari" di questi fotografi, che potessero essere riproposti per aiutare a raccontare anche le storie dei detenuti. Molti erano paesaggi, perché data la loro condizione e le limitazioni a cui sono sottoposti ero anche interessato a colpire l'aspetto emotivo: volevo cercare di emozionarli. Ho selezionato anche alcuni lavori specifici: che venivano magari da esperienze di documentario, e che mi sembravano evocativi. L'idea era quella di fornire dei frammenti che, messi insieme liberamente, potessero costruire i tasselli di una storia personale.

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E infatti, proprio perché la scelta era ricaduta su immagini che potevano essere universali nella loro interpretazione, i detenuti non hanno avuto eccessive difficoltà a farle proprie. E questo nonostante alcune foto non siano state capite fino in fondo—sai, quelle più sfocate, quelle con più grana: sono magari foto che si cominciano a recepire realmente una volta che si è sviluppato un certo occhio. Così noi giravamo fra i tavoli, cercando di dare le informazioni di cui avevano bisogno. Ma è un aspetto che è passato totalmente in secondo piano.

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Una volta finita questa fase, come hai scelto le storie da inserire nel video?
Più o meno tutti hanno fatto queste interviste. Ma diciamo che ho deciso di inserire quelle che risultavano più intime e personali, perché molte alla fine risultavano ripetitive. I detenuti tendono a parlare di una serie di temi universali: l'amore, la famiglia, la libertà. Ho deciso di dare maggior spazio a quelli che nel corso di tutto il processo hanno avuto il coraggio di mettersi in gioco in modo più personale.

Infatti si recepisce che fra te e i protagonisti si è creato un certo clima di intimità…
Sì, si è creato in modo del tutto naturale. Si è creato un linguaggio comune che mi ha dato accesso alla loro fiducia. È stato un lavoro lungo, e ho instaurato diversi rapporti di amicizia: non ero più un esterno. Se non riesco a fare un certo tipo di esperienza umana, per me il mero lavoro fotografico non ha più senso.

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Prima parlavi di un filtro comunicativo riconoscibile nei carcerati, basato su una serie di temi universali su cui si soffermano. Ecco, vorrei approfondire un attimo questo aspetto, quali sono i denominatori comuni?
Sono piuttosto netti. Dei soggetti ricorrenti: le madri, le donne, la famiglia. A me è sembrato che queste persone abbiano avuto una serie di esperienze che le hanno portate a vivere certi aspetti della vita in modo più intenso: l'attaccamento agli affetti, il senso del rispetto, della famiglia, dell'amore. È come se fossero tutte emozioni amplificate. Ed era questo che mi interessava approfondire: come ti contagia un certo tipo di atmosfera.

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Sono persone che hanno spesso un sacco di merda che li aspetta fuori, o che sono dentro da talmente tanto da aver introiettato meccanismi che hanno senso solo in carcere, e che noi non conosciamo. Una delle cose che mi ha colpito all'inizio, era che li vedevo sempre tutti con scarpe nuovissime, e pensavo "i familiari gli portano ricambi di vestiti in continuazione". Invece no: i loro abiti non si consumano come i nostri, perché vivono sempre in luoghi isolati e non escono mai per strada. È una di quelle piccole cose che ti fa capire quanto sia ovattato e distante questo mondo.

Hai previsto ulteriori sviluppi per il progetto?
Nel secondo carcere in cui ho lavorato ho avuto modo di portare avanti il progetto anche nella sezione femminile, e adesso mi sto occupando di chiudere quella parte. È un lavoro con un aspetto emozionale diverso, molto potente. Presto poi cominceremo a lavorare a Rebibbia, e anche lì sarà diverso, perché è un carcere in cui i detenuti sono più abituati ad avere a che fare con progetti di questo tipo. La mia idea è riuscire ad attrarre l'attenzione di un editore, per realizzare un libro, per inserire tutte quelle storie che non è stato possibile rendere in video. Anche semplicemente la calligrafia che hanno utilizzato per scrivere le loro storie. Voglio anche coinvolgere altri fotografi… È un lavoro destinato a durare ancora molto.

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Al documentario Memorie dal Carcere hanno lavorato anche Elia Buonora, Tommaso Cassinis, Lorenzo Sorbini, Elettra Costa e Flora Henson.

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