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A8N2: Il sesto numero di vice dedicato alla moda

Stefano Pilati

"La moda non è più di moda, ma non se ne rende conto, perché ci sono ancora dei romantici come me che continuano a crederci."
27.2.12

Foto di Carlotta Manaigo Il nome più importante ed evocativo nella storia della moda è indubbiamente quello del grandissimo esteta Yves Saint Laurent. Da dieci anni come direttore artistico della maison Yves Saint Laurent c’è Stefano Pilati, un creatore di straordinario talento che vede la moda con l’occhio cinico e analitico di colui che Derrida potrebbe definire un “traduttore” o “mediatore” del ventunesimo secolo. Prima di questo ruolo, Stefano lavorava con Tom Ford e prima ancora con Miuccia Prada, la più importante innovatrice nella moda italiana degli ultimi 20 anni. Come Saint Laurent, Miuccia ha cambiato non solo il linguaggio della moda, ma anche il modo di fruirla. Stefano era, indubbiamente, il candidato più competente per prendere le redini di una maison non solo di moda, ma di pensiero. Sembrerebbero tutte cazzate preteziose quelle che sto scrivendo—magari lo sono—ma per chi vive la moda come la musica o l’arte contemporanea, come me, è tutto più vero del reale e notevolmente più importante. E poi sappiamo benissimo che dietro la stragrande maggioranza degli artisti contemporanei di successo ci sono dei galleristi attaccati al denaro quanto i proprietari delle più grosse conglomerate del lusso. Inoltre, diciamoci la verità, è più poetico un video di Panda Bear su Pitchfork o Yves che fa un festino di oppio e marchette nei giardini della sua villa di Marrakesch? Stefano è un professionista e stakanovista, quindi non si lascia andare fino al delirio. Perlomeno non più, da anni. Nonostante debba salvaguardare gli interessi economici dell’azienda, allo stesso tempo Stefano porta avanti nei vestiti il discorso di eleganza, perversione e follia che ha iniziato il grande maestro Yves negli anni Sessanta dopo essere uscito da un ospedale militare dove era stato soggetto a violentissime terapie psichiatriche. L’influenza di Yves Saint Laurent nella moda non ha rivali: era un genio squilibrato la cui pazzia ha partorito un nuovo codice di comunicazione. Un po’ come Syd Barrett. I tempi però sono cambiati per i grandi stilisti: tutto è più difficile e bisogna avere le idee chiare per combattere. Ma d’altronde, come diceva Kim Jong Il, “un uomo che teme le prove e le difficoltà non potrà mai diventare un rivoluzionario.” E Stefano sicuramente è un bravo rivoluzionario. Ho intervistato Stefano su Skype mentre lui era elegantissimo a Parigi e io, un poveraccio, sul mio letto stile Richard Billingham Tirolese di Milano. A metà intervista mi sono reso conto di essere in mutande: ma degno di Betty Catroux e delle più grandi muse del maestro, ho fatto finta di nulla e ho continuato a parlare con l’amico e maestro di moda Stefano Pilati. Vice: Iniziamo subito con le domande serie. La tua visione per la maison di Yves Saint Laurent è sicuramente più coraggiosa, perversa e innovativa di quella del tuo predecessore Tom Ford. Hai avuto delle difficoltà con la stampa o con il pubblico all’inizio, perché quello che creavi era più… difficile?
Stefano Pilati: Sì, certo, le difficoltà sono state diverse, e in un certo senso ci sono ancora, è ancora difficile. Io non ho mai cercato di confrontarmi, di paragonarmi a Saint Laurent. La direzione che ho preso è stata una direzione seria, di rispetto, di mestiere, mettendo alla base di tutto un concetto di eleganza che non potevo mai perdere. Anche se certe scelte che faccio nelle mie collezioni sono delle scelte commerciali, hanno a che fare col fatto che quando presi Saint Laurent perdeva un sacco di soldi. Perdeva 75 milioni di euro l’anno. Io non sono partito da zero, sono partito da meno 75 milioni. Oddio.
Dovevo creare più cose. Dovevo essere innovativo, dovevo essere rispettoso della maison, dovevo essere commerciale. Dovevo costruire delle fondamenta. La gente probabilmente si aspettava dei fuochi di artificio, che in realtà io non ho dato. Però a tuo modo hai influenzato la moda degli ultimi anni.
Be’, si potrebbe dire che ho lanciato una silhouette che funziona ancora adesso. Nel 2004 tutti andavano ancora in giro con i pantaloni e con la gonna a vita bassa. Erano degli obbrobri, quando camminavi per strada vedevi sempre il sedere a queste cofane, con i pantaloni che tiravano da tutte le parti. Allora ho detto: “Forse non è il caso di continuare a vedere questi obbrobri.” Così ho alzato la vita, l’ho stretta con le cinture, e questa silhouette che ho creato funziona ancora. Nonostante le critiche iniziali, mi è stato riconosciuto come cambiamento positivo. Con che difficoltà hai dovuto fare i conti quando sei entrato in YSL?
Saint Laurent, purtroppo, è una maison che oltre ad aver fatto sognare, ha anche marcato molto l’immaginario delle persone, e quindi bene o male tutti hanno la loro opinione su ciò che è Saint Laurent. Quindi quando fai il volant, vogliono le cappe di Apollinaire; quando fai le cappe di Apollinaire, vogliono i tuxedo; quando fai i tuxedo vogliono gli anni Settanta. Fai gli anni Sessanta? No, non va bene, dovevi fare gli anni Ottanta con le spalle a pagoda. Hanno tutti un’idea di come deve essere Saint Laurent, quindi la cosa più difficile in realtà è dover mettere da parte tutti i commenti e le interferenze. Sono convinto che il mio lavoro sia un lavoro serio. Ho lavorato sui volumi, che era una cosa che nella moda non si faceva da molto tempo, e tutt’ora un sacco di altri colleghi non lavorano sui volumi, ma solo sulla decorazione degli abiti, che è la scelta più rapida per ottenere il risultato di maggior effetto: prendi quattro o cinque o dieci campioni di ricami (il numero dipende da quanta disponibilità economica hai), li applichi sull’abito e sei subito glamour. Per me costruire un capo ha a che fare con la vita di tutti i giorni, con il dinamismo, il ruolo della donna oggi, come si pone in certi contesti, e con i nuovi ruoli sociali che si trova a dover ricoprire, ben diversi dalla moglie che deve spendere i soldi del marito o dalla cortigiana che si fa sbattere. Cerco di inglobare tutte queste riflessioni nelle mie collezioni. Diciamo che è la démarche più difficile. Saint Laurent è forse il marchio più difficile che c’è nella moda, proprio perché ti devi confrontare con l’immaginario della gente, che è infinito tanto quanto il suo lavoro. È stato forse il designer più prolifico della storia della moda, e ha segnato anche i decenni più importanti, ovvero dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta, il momento in cui è nato il prêt-à-porter e l’industria della moda stessa ha preso un altro valore. Tornando alle donne e al glamour, io trovo che il look da red carpet, con i vestiti lunghi alle cinque di pomeriggio a Los Angeles, il trucco da presentatrice Fox e i capelli faux anni Trenta, sia una delle cose meno eleganti della storia. Visto che le attrici di Hollywood non sono proprio dei simboli di eleganza, come poteva essere una Grace Kelly (per dirne una facile), quali donne trovi eleganti al giorno d’oggi?
Non ne trovo. Non me ne vengono in mente. Ma tu intendi in generale, o in riferimento a Saint Laurent? No, in generale.
Il concetto di eleganza—per una donna così come un uomo—è vestirsi avendo una forte conoscenza di quello che sta bene indosso, è essere naturali e avere rispetto per se stessi. Dove non c’è ostentazione, c’è eleganza. È l’idea di proiettare sempre un’immagine positiva, anche bella, agli altri, e soprattutto di lasciarsi andare comunque a una frivolezza, come può essere quella dello stile o della moda. Effettivamente oggi non gliene frega un cazzo a nessuno di essere elegante, né di essere chic. Quindi, se lo fai, lo fai esclusivamente per te stesso e perché è qualcosa che ti appartiene. Sennò chissenefrega, non è che essere chic significhi anche essere intelligenti o fighi. Sei chic e basta. Certo.
Nel momento in cui tu non ti interessi della moda e non ti vesti per creare degli statement, già hai fatto un passo avanti verso l’eleganza. Come ti dicevo prima, non è che perché la moda impone la vita bassa, e hai un culo da fattrice, allora devi comunque indossare la vita bassa. Fai schifo, no? Forse è il caso che ti vesta di nero. L’eleganza è rara.
Di donne eleganti, davvero eleganti, non ce ne sono molte. Anzi, ce ne sono poche, e la maggior parte sono anziane. Non ce ne sono nelle nuove generazioni. Ce ne sono una o forse due al mondo che hanno fatto tendenza fin da ragazzine. Sai come sono fatti i giovani, cambiano mille stili. Io sono stato di tutto e di più. Oggi sei punk, domani un amico arriva con un eskimo e sei mod, dopodomani arriva un altro con un piumino e sei un paninaro. Quando vado a New York e gravito un po’ intorno al mondo dell’arte e della moda, vedo donne vestite bene. Ce ne sono, la media è alta. Poi da lì a dire che una donna è elegante, ce ne vuole. Ovviamente. Senti, un designer, per via delle sue capacità sinestetiche, può tradurre un brano musicale di Harry Parch in un cappotto, o un’opera di Bruce Nauman in una minigonna. Quali sono gli artisti che ti ispirano? E per artisti intendo musicisti, scrittori, registi…
Per me è diverso, nel senso che la mia è una cultura da autodidatta e una cultura di curiosità. Qualsiasi cosa io la assorbo o la prendo come nutrimento generale, poi esprimere l’energia creativa è come fare del work out. Sono comunque una persona cresciuta negli anni Ottanta. Per farti un esempio, la prima edizione di Art Basel alla quale sono andato era nel 1985-1986. Di conseguenza i miei artisti iconici sono Cy Twombly, Hermann Nitsch, ce ne sono mille. Ma non mi sono mai trovato neanche con la cartella colori, non mi sono mai messo a sfogliare un libro d’arte e dire: “Ora facciamo una collezione ispirata a Rothko.” Mai successo. Magari l’architettura. Nella prossima collezione uomo ho mostrato ai miei assistenti alcuni interni dell’università di Padova fatti da Gio Ponti, perché hanno un’estetica molto precisa, lineare, seppur con dei tocchi di originalità. A volte prendo spunto dal lavoro di certi maestri perché racchiudono un senso estetico generale che in un certo momento, o in assoluto, mi ispira. Senza togliere comunque il fatto che io sono già in una maison altamente ispirante, abbiamo degli archivi pazzeschi, Yves Saint Laurent ne ha fatte di tutte e di più: ha fatto gli abiti Mondrian, le giacche Picasso. Forse anche per questo motivo mi tengo lontano da questo tipo di ispirazione. Quando ero da Prada c’erano delle influenze artistiche portate da Miuccia, perché magari andava a visitare The Lightning Field di Walter de Maria, tornava a casa, ce ne parlava e veniva fuori che la collezione successiva doveva essere post-war. Io non ho quell’approccio. E la musica?
La musica non mi ispira. Però, a volte, mi accompagna, accompagna l’energia creativa e il mio processo, gli dà una sorta di ritmo. Ascolto tanta musica quando disegno, quando proprio sto fisicamente disegnando la collezione, perché mi dà un ritmo, mi permette di immaginare la donna camminare in una certa maniera, presentarsi in una certa maniera, essere in un certo contesto con un sound di un certo tipo, le dà carattere. A proposito di musica, io mi ricordo uno dell’etichetta discografica Rough Trade che mi ha raccontato di aver visto Catherine Deneuve a un concerto dei Malaria! nei primi anni Ottanta.
Non ci credo. Sì, era da sola e indossava un trench nero di pelle di Yves Saint Laurent. Quella realtà della moda come costume, come parte integrante della cultura contemporanea—mi viene in mente ad esempio la Vivienne Westwood degli inizi—credi che esista ancora o credi che le logiche di mercato abbiano cambiato la percezione della moda nei media e quindi la moda, diciamo, non è più di moda?
La moda non è più di moda. Io ne son convinto. Ma non se ne rende conto, perché ci sono ancora dei romantici come me, come noi, che continuano a crederci. Però la moda non è più di moda perché ormai è dappertutto. Adesso qualsiasi cosa diventa moda, non solo qualcosa legato all’abbigliamento, e in più ce n’è per tutti i gusti, mentre prima la moda era elitaria, e quell’élite dava degli spunti agli altri per identificarsi, per voler essere in una certa maniera. E anche—usando un termine brutto—per istruirli. Adesso non serve più a istruire nessuno. Mettiamo caso che io faccia una collezione di flanella e un altro la faccia di rete tecnica: cosa può capirci una persona che non ha mai seguito la moda? Non viene orientato verso una vera scelta ponderata, perché ha troppe opzioni. Adesso è solo un business, è un vero player nell’economia di certe nazioni, come l’Italia—tutto il resto dell’industria italiana è una merda, è l’unica cosa che si esporta. Il problema è che il settore moda è un settore un po’ introverso. Nel senso che si riciclano sempre le stesse cose con sempre gli stessi criteri, non ci si stacca mai dalle stesse forme di rappresentazione. Ora con internet questa cosa è cambiata un po’, ma fino a qualche anno fa, nel momento in cui ti allontanavi dal catwalk per fare qualcosa di diverso, tutti i giornalisti smettevano di seguirti, perché non avevano il tempo, la voglia, la cultura per starti dietro. Finivi solo e incompreso, e tornavi controvoglia a fare le cose seguendo il linguaggio già conosciuto. È quello che è successo a me quando ho iniziato a lavorare da Miu Miu e facevo i video. Ce ne sono pochi di giornalisti di moda capaci. Lo dico io, per non farlo dire a te.
Eh sì. Secondo me, sia chiaro.
Sì, sì, assolutamente. Yves Saint Laurent ha portato la moda di strada sulle passerelle con la sua collezione Beat degli anni Sessanta, in più è stato il primo a fare il prêt-à-porter. Negli ultimi vent’anni non mi vengono in mente molti designer che hanno concretizzato la cultura giovanile nelle loro creazioni. Forse Raf Simons negli anni Novanta, vagamente Junya Watanabe. Credi che la cultura di strada sulle passerelle sia ormai una cosa completamente obsoleta, visto che i ragazzi per strada vestono con brand commerciali, abbastanza omologati?
La vera domanda è questa: che cosa prendi dallo streetwear? Le ragazzine son tutte in giro con minigonne, che son sempre esistite, così come i leggings o i giubbottini di cuoio. Cosa puoi prendere? A me lo streetwear non ha mai dato niente. Yves Saint Laurent è stato uno dei primi che ha rivisitato il vintage. Se tu leggi la sua storia, negli anni Sessanta andava a Londra nei mercatini dell’usato, dove trovavi gli abiti degli anni Trenta… Il tuxedo l’ha inventato così: si è comprato un tuxedo da uomo e l’ha messo sulla sua amica. Stesso discorso per i cappotti crombie e robe del genere. Certo, ai tempi la ricerca aiutava realmente a creare senso. Oggi fai ricerche nel vintage, e benché si possa comunque apprendere dal passato, è difficile costruirci una storia, perché ne sono già state costruite troppe e di ogni tipo. È questo che rende difficile il nostro lavoro. Per quanto mi riguarda, io considero il mio lavoro come quello di un artigiano. Ho anche un approccio auto-riferito al mio lavoro: la moda è il modo migliore che ho sperimentato per esprimere me stesso. La cosa che ammiro di più del tuo lavoro è che non sei mai ovvio. Per ovvio intendo, non so, l’iconografia rock che ha riproposto Dior Homme, e le varie copie di Helmut Lang, Tom Ford in generale, o Chanel. Nel tuo lavoro c’è sempre qualcosa che stona, una dissonanza che sembrerebbe un messaggio per qualche intellettuale pervertito. Fa parte della tua idea di eleganza, oppure nasce da una necessità di innovare?
Tutte e due. La necessità di innovare è cercare di avere gli occhi aperti su quello che ti gira intorno. Partiamo dal presupposto che, in teoria, uno dovrebbe creare quello che non esiste. Riallacciandomi a quello che dicevo prima, io non è che ho inventato la silhouette, però ho ricreato una silhouette che non esisteva, che non era considerata, ho lavorato su dei volumi che non facevano parte della moda. Fare una collezione completamente oversize quando tutti facevano delle robe appiccicate al corpo è stato assolutamente innovativo. Poi, ovviamente, io non sono stato l’unico che l’ha fatto, perché se prendi il Balenciaga degli anni Sessanta… Certamente.
Io ho questa perversione: mi piace nascondere certi aspetti della personalità con il modo di vestire o di presentarsi, cercando comunque di sedurre la persona che si ha di fronte, inducendola a volerti scoprire. Quello che tu magari hai notato come dissonanza, è in realtà il suo punto di forza, dove rientra anche il tocco di eccentricità, la cultura personale più o meno affinata, i propri riferimenti o il personaggio che ti viene in mente e che ti ha sollecitato un certo dettaglio. Quel tipo di elemento da aggiungere alla collezione. Non so se ho risposto, son sempre un po’ contorto. Senti, io ho un paio di pantaloni di Saint Laurent disegnati da te che sono in sostanza dei pantaloni di tuta grigi slavati che potrebbero essere dei pantaloni usati da un pusher minorenne ucraino.
[ride] Ovviamente costavano più di qualsiasi pantalone che io abbia mai comprato da Prada, ad esempio. Personalmente, io li amo, ma questi capi più difficili nella moda da uomo, che è sempre più conservatrice o understated, quanto vengono capiti? Che pubblico hanno?
Non ce l’hanno. Infatti sei stato uno dei pochi a comprarli. Li tengono in collezione perché io rompo i coglioni che vengano messi in negozio. Nella maggior parte dei casi, io li faccio, poi me li porto a casa e me li tengo io. Quindi le cose più belle, in sostanza, non vengono capite dal pubblico, ed è parzialmente colpa anche di chi scrive di moda nei giornali.
Tu quelle cose le puoi apprezzare perché vai oltre l’immaginario fisso di Saint Laurent. Cioè, la maggior parte della gente, quando entra nei negozi di YSL, si immagina soltanto dei gran cachemire, delle gran cravatte di seta, delle gran camicie di crêpe de chine, delle scarpe di coccodrillo, dei guanti di pecari. E ovviamente noi glieli facciamo, ma ci spariamo nei coglioni. Certo, sono io il primo ad avere 800 cappotti di cachemire e 900 paia di guanti di pecari. Comunque il mio lavoro non può essere un self journey, io lavoro per un marchio, che non è il mio marchio. Quindi mi devo adattare. A volte io mi prendo delle libertà perché penso che le mie intuizioni siano giuste, però poi hai bisogno che il marchio ti stia dietro, e a quel punto devi per forza scontrarti con quelle teste di cazzo che sono i businessmen. Quelli hanno rovinato la moda. Passano dalla Danone a YSL come se fosse la cosa più normale della terra, capisci? Certo. Senti, negli anni Settanta, Saint Laurent faceva una vita decisamente divertente, vista dall’esterno, e leggendariamente sregolata: droga, marchette, eccetera. Era anche uscito un libro se non sbaglio sugli eccessi della Parigi anni Settanta intitolato The Beautiful Fall. A un designer interno al sistema della moda di oggi è più possibile comportarsi come Saint Laurent negli anni Settanta o si rischia di essere poi esclusi da un sistema sempre più controllato da businessmen e indagini di mercato?
Tutt’e due: non ti è più possibile nel senso che il lavoro è un vero lavoro 24 ore su 24, dove ti chiedono comunque di fare una collezione ogni due mesi, quindi devi essere assolutamente performante, un atleta, non puoi permetterti una vita sregolata. Il vero problema è che la moda ti isola. Nel momento in cui il 90 percento delle persone con cui ti confronti sono delle teste di cazzo, tu preferisci startene a casa tua e quando sei a casa tua con i tuoi amici ne fai di ogni. Oppure scappi e ti rovini e poi ci metti dieci giorni per riprenderti, sperando che nessuno ti abbia beccato a fare quello che hai fatto. La sregolatezza te la devi tenere per te, oggi. Poi, quando lavoravo da Prada, nel periodo in cui mi facevo, il giorno in cui è stato scoperto dai vertici un tizio ha detto: “Ah be’, anche David Bowie ha fatto i migliori dischi quando si faceva.” Ahahah.
Però è stato forse uno degli ultimi momenti dove ho avuto una vaga accettazione di quello che era il mio momento. Oggi è impossibile. Senza entrare troppo nei dettagli, però John [Galliano] è stato veramente… È come se avesse posto fine a tutto questo. Personalmente ero scandalizzato quando hanno cacciato John Galliano da Dior. Non credo che sia un antisemita, è di base un fricchettone che proviene dalla Londra degli anni Ottanta. Le sue sfilate d’alta moda, anche quelle durante il 2000, sono tra le più belle e incisive di quel periodo.
Assolutamente. Solo per il merito di quelle sfilate avrebbero dovuto tenerlo, invece no. Un altro creativo cacciato dal sistema. Cosa ne pensi della faccenda?
Io penso che la situazione sia stata tragica, per lui e per la maison. Non dimentichiamoci che non siamo più i creatori con il fidanzato che ti costruisce la maison e ti tiene la mano, e che ti dà la possibilità di fare il cazzo che vuoi, siamo tutti parte di corporation e ci sono fior fiori di atelier che sono composti da centinaia di persone che rientrano a casa alle due di notte in metro, non con i drivers, e poi ci sono delle factory che creano i tuoi capi. E alla fine c’è questo potere mediatico che si è creato intorno alla figura del creatore, alla quale tu in qualche modo devi rispondere. Alla fine a un certo punto, non so come dire, you have to come to terms, con la tua responsabilità e con la tua scelta. Se tu sei uno che si vuole fare un paio di cazzi suoi, te li fai e lì finisce, ma a quel punto non puoi pretendere di stare di fianco a Charlize Théron davanti a un pubblico di milioni di persone. Capisci? Sì.
Perché comunque se sei di fianco a Charlize Théron devi almeno stare in piedi, ed essere capace di parlare. Se non sei neanche capace di parlare, arrivi un’ora e mezza in ritardo completamente andato e te ne vai dopo dieci minuti sbiascicando, quindi forse è meglio che stai a casa. Certo.
E comunque la gente viene lì per te. Le tue creazioni hanno un potere, un potere che tu trasmetti agli altri. E gli altri te lo vogliono riconoscere, e nel momento in cui te lo riconoscono, devono avere davanti almeno una persona che è capace di apprezzarlo. In qualche modo mi vien da dire, “Te la sei cercata.” Perché puoi fare quello che vuoi, ma fattelo a casa tua, e quando esci, devi essere sveglio, a posto. Poi John la corda l’ha tirata comunque. Davvero?
Sì. La situazione è tragica e io non giustifico nessuno. Se vuoi tra tutti giustifico lui, ovviamente, ma giustifico lui con un fondo di tristezza. Non dico “poverino”, ecco. Tu che sei un designer di successo, vivi isolato come Scott Walker o ti piace conoscere gente, sei più un Truman Capote? Che rapporto hai con la mondanità, con la gente, con Parigi? O con te stesso?
Non mi piace ricevere complimenti, non mi piace essere osannato, o apprezzato. Non me ne frega assolutamente niente. Forse perché sono talmente egocentrico che non me ne frega di quello che gli altri pensano nel momento in cui io ho fatto qualcosa che a me piace, che io penso sia valido. I primi anni che mi sono trovato in questa posizione non ti escludo che quando mi trovavo a tavola con Richard Gere, piuttosto che in un ascensore con Kathryn Bigelow o stavo andando a casa di Mick Jagger, tornavo a casa e mi volevo dare cinque schiaffi per capire se ero veramente io o no. Il fattore fascino della mondanità e della fama c’è. Per quanto mi riguarda, sono uno isolato, preferisco stare a casa a guardarmi la tele, oppure, da quando ho un compagno, voglio stare con lui. In tutti questi anni che ho passato a Parigi, oltre a lavorare come un cane, per cui spesso torno a casa e non faccio un cazzo, nella maggior parte dei casi il massimo dello slancio mondano è andare a mangiare la pizza la domenica. Proprio il minimo della vita. E poi la mondanità diventa un lavoro. Vai a queste feste perché ti chiedono di andare, perché devi andarci, perché fa parte del tuo lavoro. Io comunque non ho un buon rapporto con la fama. Fermo restando che sono contento di questa esperienza, non so se andrà avanti… Sono più contento degli agi che mi ha dato questo lavoro piuttosto che del fatto che la gente mi riconosca, o mi chieda l’autografo. Quando mi chiedono l’autografo rimango lì e mi chiedo: “Cosa ho fatto? Sei sicuro che vuoi un autografo da me? Se fossimo nell’era di Picasso, cosa faresti davanti a Picasso? Ti faresti uccidere?” Insomma, sono un designer. Poi capisco, sei comunque uno che fa sognare, che vive nel bello, sei visto come un privilegiato. C’è una deificazione che continua a resistere intorno allo stilista.