Pubblicità
News

Diventare poveri in Italia è sempre più facile

Secondo l'Istat in Italia ci sono 4 milioni di persone in condizioni di povertà assoluta. Ma nonostante questi numeri, la politica non sembra interessarsi del problema. Ne abbiamo parlato con la sociologa Chiara Saraceno.

di Leonardo Bianchi
23 luglio 2015, 6:44am

Distribuzione del cibo dopo lo sgombero a Ponte Mammolo, Roma, maggio 2015. Foto di D.O.O.R.

A lungo ignorata o considerata una specie di malattia sociale ormai debellata, con l'avvento della crisi la povertà in Italia non solo è cresciuta, ma è tornata a essere un fenomeno tangibile nella vita di tutti i giorni.

Anche i numeri lo dimostrano chiaramente. La settimana scorsa l'Istat ha pubblicato il suo rapporto sulla povertà nel 2014, in cui ha rilevato come 4 milioni e 102mila persone (1 milione e 470mila famiglia) siano in condizione di povertà assoluta, e 7 milioni e 815mila in povertà relativa. Gli indici sul territorio dimostrano anche come la povertà sia prevalentemente concentrata nel Sud italia (8.6 percento), mentre le cose vanno meno peggio al Nord (4.2, ma nelle metropoli arriva al 7.4) e al Centro (4.6 percento).

Se si guardano le cifre degli ultimi anni più in dettaglio, si capisce anche quanto la crisi abbia inciso sullo stato di una fetta della popolazione. Dal 2008 al 2014, infatti, le persone che sono entrate nella fascia di povertà assoluta è quasi raddoppiato, passando da poco più di 2 milioni a 4 milioni. In più, sempre secondo i dati dell'Istat, la povertà assoluta è particolarmente alta nelle famiglie con stranieri, quasi sei volte in più (il 23.4 percento) rispetto alle famiglie di soli italiani (4.3 percento).

Un altro aspetto eloquente, evidenziato da Internazionale, è che "l'incidenza della povertà è tanto più alta quanto più bassa è l'età delle persone." Questo, insomma, vuol dire che "bambini e giovani hanno pagato la crisi più degli altri"; ed evidenzia con forza come, a differenza di altri paesi europei più sviluppati, in Italia non ci sia ancora una rete di protezione sociale degna di questo nome.

L'unico aspetto "positivo"—se così lo si può definire—del rapporto Istat è che dopo tre anni di aumento costante, l'incidenza della povertà assoluta si è mantenuta sostanzialmente stabile. E nonostante sia parecchio difficile essere ottimisti di fronte a numeri del genere, il premier Matteo Renzi ha prontamente dichiarato che "l'Italia ha oggettivamente svoltato," pur ammettendo che "c'è ancora tanto da fare."

Per verificare se abbiamo veramente "svoltato," e per capire anche i motivi per cui in questo paese si rischia di diventare più poveri rispetto ad altre parti d'Europa, ho chiamato la sociologa Chiara Saraceno, una delle massime studiose sul tema e autrice del recente Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi.

VICE: Partiamo dalle affermazioni tutto sommato positive del premier Matteo Renzi sui dati dell'Istat: si può parlare di una "svolta"?
Chiara Saraceno: No, la "svolta" ci sarebbe con la diminuzione della povertà. Questa è solo una battuta d'arresto di un trend negativo. Sono piuttosto perplessa: sia Renzi che Serracchiani hanno parlato di "segnali positivi"; si accontentano di poco, mi verrebbe da dire. Anche perché veniamo da tre anni di aumento costante, e negli ultimi due anni questi aumenti erano stati sensibili.

Rallegrarsi perché non è aumentata, o perlomeno assumere come positivo il mancato aumento mi sembra una lettura eccessivamente ottimistica. Perché in realtà abbiamo tassi di povertà assoluta—senza contare quella relativa, che è un po' problematica perché troppo legata alla congiuntura—che continuano a rimanere fermi lì dove sono, sia in termini di percentuali, che di intensità e di distribuzione sul territorio e tra i gruppi sociali. Insomma, non vedo nessuna inversione di tendenza, ma solo uno stop della crescita che spero non sia temporaneo.

Uno stop dovuto, presumo, a fattori che non hanno molto a che fare con le politiche del governo Renzi.
Certamente. Il Jobs Act è del 2015, nel 2014 non c'era niente di tutto ciò. Probabilmente questa fermata è dovuta a quella piccolissima ripresa che c'è stata l'anno scorso, al rallentamento della disoccupazione e molto anche all'ulteriore solidarietà familiare. Mi ha molto colpito il forte decremento dell'incidenza della povertà assoluta nelle famiglie con il "capofamiglia" in cerca di lavoro.

L'Istat dice che è perché nel 2014 queste famiglie, più degli anni precedenti, vivono o con qualcuno che ha un lavoro, o con un ritirato dal lavoro. Il che concorda: o sono andati a vivere dai genitori che li mantengono con la pensione—e noi sappiamo che, nel Mezzogiorno, a volte la pensione non altissima di un anziano mantiene famiglie molto ampie—oppure sono lievemente aumentate le famiglie in cui la donna è l'unico occupato.

Questo vuol dire che donne che prima non sarebbero entrare nel mercato del lavoro, ora ci sono entrate—anche se poi magari vanno a fare lavori poco pagati, perlopiù pulizie e colf. Il che è sempre stato la valvola di sfogo, ma non equivale certamente a una sostituzione a parità di reddito.

Un senzatetto a Milano. Foto di Stefano Santangelo.

Per andare oltre i dati Istat, a questo punto farei un passo indietro. Lei studia la povertà da molti anni, e nel suo ultimo libro ha scritto di come in realtà non la si sia mai stata affrontata veramente in Italia e questo anche prima della crisi.
A lungo abbiamo avuto una cultura politica che ha considerato la povertà un fenomeno marginale e anche rischioso da discutere politicamente. Per un po' non è stato affrontato perché si pensava che bastasse solo il progresso, e che la povertà fosse solo un fatto di arretratezza.

Dopodiché, non aiuta a metterla a tema una delle caratteristiche fondamentali della povertà italiana, che è la sua forte concentrazione territoriale nel Mezzogiorno. Visto che da ormai 25 anni c'è un partito come la Lega Nord, è molto controverso dire che bisogna fare politiche di contrasto alla povertà, dato che ciò viene immediatamente inteso come un'ulteriore distribuzione di denaro dal Nord al Sud.

Questo nuovo motivo politico si è sommato ai motivi che erano prevalenti fino all'inizio degli anni Novanta, e con cui io stessa mi sono scontrata quando facevo parte della commissione di indagine sulla povertà. All'epoca, i sindacati e il centrosinistra dicevano che sarebbe bastato esclusivamente il lavoro, per cui anche i discorsi sull'introduzione del reddito minimo venivano scartati subito.

Dall'altra parte c'è stata anche la Chiesa Cattolica, che a lungo ha interpretato il tema della povertà in termini di carità, e quindi non ha spinto per un'azione politica in questo campo. Quando facemmo la sperimentazione per il reddito minimo d'inserimento, nel 1996, ricordo benissimo che una parte della sinistra, inclusi i sindacati, e l'associazionismo cattolico non erano particolarmente favorevoli. Sostanzialmente, ciascuno ci vedeva un rischio o una perdita della propria posizione.

Oggi invece fanno tutti parte dell'alleanza contro la povertà e sembrano a favore del reddito minimo, tant'è vero che ogni tanto mi arrabbio—scherzosamente—perché in un certo senso è "troppo tardi." Quando si poteva accellerare, con un clima politico diverso dall'attuale, ciò non è successo. Anzi, c'è stato un rallentamento.

A parte il clima politico, com'è cambiata la percezione della povertà negli ultimi anni in Italia?
Un po' è cambiata, ma anche in un modo abbastanza "qualunquista." Nel senso che sembra che siamo diventati tutti poveri. Io ad esempio non amo l'espressione "nuove povertà," perché fondamentalmente non si capisce bene di cosa si stia parlando. In realtà la povertà è molto antica e non è affatto nuova, e in Italia ha anche diverse caratteristische di permanenza. Tutt'al più si può parlare di "nuovi rischi di povertà." Si confonde anche molto l'impoverimento relativo—che non è la povertà relativa—con il fatto di essere diventati poveri. Per cui da un lato siamo tutti poveri, ma se siamo tutti poveri poi nessuno lo è davvero.

Per l'appunto, nel timido dibattito che c'è in Italia sul tema, mi pare che la definizione di "povertà" sia abbastanza sfuggente o meglio, ci si limita a registrare i casi più visibili ed eclatanti. Chi è davvero un "povero" nel 2015?
Il dibattito è molto, molto timido. Altri paesi, comunque, dal punto di vista delle politiche hanno trovato eccome una definizione. Stiamo parlando di povertà economica, e quando parliamo di eventuali misure di contrasto, ogni società valuta la soglia sotto la quale non accetta che nessuno dei suoi residenti scenda.

Meritoriamente, ma è stato merito di una commissione parlamentare del passato, l'Istat ha introdotto il criterio della povertà assoluta, che è meno discrezionale o arbitrario. La povertà è un concetto comunque complesso; ma quando parliamo di povertà economica, possiamo individuare degli indicatori abbastanza precisi.

Uno dei temi principali del suo libro è quello dei working poorossia i "poveri da lavoro." Per quanto la disoccupazione sia sicuramente una delle cause primarie della povertà, l'essere occupati non protegge più totalmente dalla povertà. E infatti, i working poor sono cresciuti del 50 per cento dal 2008 al 2013.
Ovviamente dipende sempre dal lavoro che si fa. È un fenomeno che non c'è solo in Italia, anche se nel nostro paese è più diffuso principalmente per tre motivi. Il primo è che ci sono molti lavori pagati molto poco. Il secondo è che l'Italia è un paese in cui le famiglie monoreddito sono più numerose della maggioranza dei paesi sviluppati, perché il tasso di occupazione femminile è più basso. Il terzo motivo è che non abbiamo un sistema universalistico di trasferimenti monetari alle famiglie, e quello che c'è non è nemmeno tanto generoso. Non a caso, sono le famiglie operaie che corrono più il rischio di essere working poor.

In più con la crisi, ma questo è successo anche in altri paesi europei, è aumentato molto il part-time involontario e i lavori insicuri: non è solo che il lavoro è pagato meno su unità oraria, ma è che non ci sono abbastanza unità orarie.

E il problema dei working poor su base familiare riguarda sicuramente i lavoratori a tempo parziale o insicuri, che molto spesso sono giovani e donne. Se questi devono vivere da soli rischiano di essere working poor , altrimenti se vivono con qualcun altro non lo sono, anzi il loro reddito può integrarsi e farli uscire dalla povertà. Certamente, però, non sono liberi di uscire dalla famiglia.

A proposito di giovani, negli ultimi anni si è parlato molto di NEET, disoccupazione giovanile, "choosy" e "bamboccioni." Quanto è a rischio povertà un giovane italiano in una società come quella attuale?
Intanto, come si vede dai dati Istat, le fasce d'età più a rischio povertà sono i minori seguiti dai giovani. I minori chiaramente non stanno vivendo da soli, così come la maggior parte dei giovani fino a 34 anni in Italia non vive da solo.

I minori lo sono perché sono poveri su basi familiare. Per i giovani, soprattutto dai 28 anni in su, la questione è che, visto che ci sono difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro e che la flessibilità è stata concentrata su di loro, l'uscita dalla famiglia d'origine è molto rischiosa. Spesso lo si può fare, paradossalmente, soltanto se la famiglia ti aiuta a pagare la casa, a comprarla, a riprenderti in casa se non puoi pagare l'affitto, a curarti i bambini se ti viene la follia di farne uno, e così via. E le famiglie, almeno quelle che possono, addirittura pagano qualche assicurazione privata o una pensione integrativa privata per i propri figli.

Quindi, se i giovani italiani sono meno poveri dal punto di vista dell'accesso al consumo rispetto ai loro coetanei di altri paesi, è perché vivono a lungo in famiglia e sono più dipendenti dalla propria famiglia anche quando ne escono.

La povertà potenziale dei giovani, insomma, è molto nascosta dentro la famiglia, salvo quando queste sono troppo povere per nasconderla. Questo circostanza, tuttavia, prolunga la dipendenza e accentua la riproduzione intergenerazionale della disuglianza, perché dipende tutto da che famiglia si ha.

Infografica di Davide Mancino. Via Twitter

.

Questa condizione dei giovani, inoltre, evidenzia ancora di più la totale assenza di una rete di protezione sociale in Italia.
Certamente. Qui non si tratta solo del reddito minimo per i poveri, ma anche—ad esempio—dell'edilizia popolare: in altri paesi ci sono misure che facilitano l'accesso all'abitazione dei più giovani, che è una cosa fondamentale per cominciare a pensare di vivere autonomamente.

Visto che ha menzionato il reddito minimo, ultimamente si è tornati a parlare parecchio di questo tema. Ecco: può veramente rappresentare un argine alla povertà?
Intanto va dato merito al Movimento 5 Stelle, che ha comunque proposte confuse e ha anche sbagliato a chiamarlo reddito di cittadinanza, di aver reinserito il tema nel dibattitto politico. Se non avessero fatto del reddito di cittadinanza il loro fiore all'occhiello, il PD nemmeno avrebbe pensato di fare qualcosa. Poi, secondo me non se ne farà nulla lo stesso; potrei anche sbagliarmi, ma visto che è da 30 anni che mi occupo di queste cose ho po' di disillusione.

Detto ciò, il reddito minimo—o reddito di inserimento, reddito di inclusione sociale, come lo vogliamo chiamare, cioè una garanzia di reddito destinata a chi si trova sotto una soglia di povertà e che esiste nella maggioranza dei paesi dell'Unione Europea—ovviamente è una misura di contrasto alla povertà nel senso che consente a chi è povero un diritto al consumo. Non è che risolve i motivi per cui si è poveri, ma garantisce un diritto al consumo nonostante uno sia povero. Che è comunque una cosa fondamentale, soprattutto in società tutto sommato ricche quali siamo.

Sarebbe auspicabile anche—non invece, anche—fare delle politiche che facciano sì che il minor numero di persone possibile si trovi a lungo in condizione di povertà. Il reddito minimo quindi è una rete di protezione ultima, è un tampone. Bisognerebbe anche migliorare le possibilità di lavoro, la qualità dell'offerta e della domanda di lavoro. Insomma, bisognerebbe pensare a una specie di New Deal aggiornato, perché di lavoro da fare in questo paese ce n'è tanto.

Manifestazione dei movimenti per il diritto alla casa, Roma, novembre 2013. Foto di Niccolò Berretta.

Nel dibattitto pubblico, tuttavia, mi sembra che l'unico rimedio alla povertà continui a essere solamente, un po' com'era negli anni Ottanta e Novanta, un aumento generalizzato dell'occupazione, capace da solo di risolvere ogni tipo di problema.
No, è proprio sbagliato, e lo dimostrano i dati Istat, dai quali si evince l'alta percentuale di famiglie povere a cui capo c'è un operaio. In più, noi dobbiamo pensare che se anche se ci fosse una domanda sovrabbondante di lavoro, non tutti quelli che hanno bisogno di un reddito sarebbero immediatamente in grado di poterla soddisfare—o perché gli manca la formazione, o perché hanno troppi carichi familiari, o per altri motivi. Dobbiamo entrare nell'ottica che ci sono delle persone che, temporaneamente o per lunghi periodi, avranno bisogno di un sostegno al reddito anche se lavorano.

Per il resto, noi abbiamo un modello molto lavoristico—un modello che, per dire, nemmeno la Svezia ha a questi livelli, dove il lavoro comunque c'è e le persone sono aiutate. Da noi, ma questo è anche un discorso più generale dell'Unione Europea, è un mantra che si ripete: è quasi tutto concentrato sull'offerta di lavoro, sul workfare, sull'assistenza al lavoro, come se questa transizione fosse ugualmente facile per tutti.

Il punto è che non lo è. Così come può succedere che nell'arco della vita ci ammaliamo più o meno gravamente, può anche succedere che uno diventi povero. E se questa persona non è sostenuta adeguatamente, c'è il rischio che nella povertà ci rimanga a lungo—o addirittura per sempre.

Segui Leonardo su Twitter