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Macro

Perché non ci sarà mai una Silicon Valley italiana

Per quanto ai giornalisti economici e tecnologici italiani piaccia usare quest'espressione, non potrà mai esserci una "Silicon Valley italiana." E non lo diciamo noi, ma le statistiche sul settore tecnologico del nostro paese.

di Nicolò Cavalli
08 settembre 2015, 3:20pm

Foto via Flickr/


Petr Mára

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

Quella di "Silicon Valley italiana" è una delle espressioni preferite dai giornalisti economici e tecnologici italiani—la cui conoscenza del settore spesso è talmente superficiale da tentare di replicare, con racconti al limite del fantasioso, le icone di un immaginario lontanissimo dalla realtà del nostro paese.

Una distanza dimostrata di recente da quanto dichiarato dal governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, secondo il quale nel 2014 "i finanziamenti a imprese start up, operanti prevalentemente in settori a elevato contenuto tecnologico, si sono ridotti; il divario già elevato rispetto agli altri principali paesi si è ulteriormente accresciuto."

È questo ciò che emerge anche all'ultimo rapporto dell'AIFI (Associazione Italiana Private Equity e Venture Capital), secondo cui il comparto "early stage" italiano ha mostrato un rallentamento tra il 2013 e il 2014—passando da 158 operazioni a 106, per un calo del 33 percento—mentre è crollato del 48 percento l'ammontare investito, dagli 81 milioni del 2013 ai 43 del 2014.

E si tratta sempre di numeri irrisori. Già nel 2011, una stima degli esperti del settore calcolava che il capitale disponibile per le start up italiane era pari a circa 80-100 milioni di euro in campo ICT, da rivedere al rialzo fino a 150-180 milioni considerando anche l'ambito biotech e biomedicale—lo 0,0001 percento del PIL italiano. Tra il 2005 e il 2014 sono stati investiti 767 milioni di euro—circa 76 milioni di euro l'anno—pari allo 0,00005 percento del Pil nazionale. E quel che è peggio è che il dato del 2014 (i già citati 43 milioni di euro) è incredibilmente simile a quello del 2005 (30 milioni di euro). Insomma, per farla breve il settoresembra aver già perso la sua spinta.

Il calo è avvenuto in coincidenza dellacessazione del sostegno pubblico del Fondo HighTech—un fondo composto da capitale pubblico e promosso dal governo per favorire gli interventi di innovazione digitale nel sud Italia. Del resto, il mercato lasciato a se stesso tende a investire solo dove può attendersi ritorni cospicui sull'investimento e in più ci sono buone ragioni per dubitare che le start up italiane riescano a creare effettivamente del valore aggiunto.

Un'analisi di Pagina99 ha mostrato che tra il 1990 e il 2010, nelle province a più alta densità di occupazione nei settori cosiddetti ad alta innovazione tecnologica, l'effetto sugli altri settori è stato nullo o comunque non significativo. Analizzando i flussi di occupazione provinciali per lo stesso periodo, sembra che in Italia non esista la stessa correlazione trovata dal docente di Berkeley Enrico Moretti—secondo cui la "nuova geografia del lavoro" fa sì che nelle città ad alta innovazione tecnologica statunitense a ogni posto di lavoro in più nel settore tecnologico corrispondano quattro posti di lavoro in più nei settori dei servizi tradizionali.

D'altro canto, secondo l'indice Regional Innovation Scoreboard2014 contenuto nel sesto rapporto Eurostat sulla coesione territoriale europea, le regioni italiane—insieme a quelle di Grecia, Spagna e di parte dell'Europa dell'est—rimangono tra le meno innovative a livello continentale, dove domina invece la Germania. Nel solo 2014, in Germani sono state presentate 22mila richieste di brevetto, contro le 4mila italiane—per una crescita del due percento negli ultimi dieci anni, contro il sei percento delle media europea.

Un altro confronto impietoso arriva dal rapporto AIFI: le società che hanno ricevuto finanziamenti "early stage" tra il 2009 e il 2013 sono state 4663 in Germania, 2340 nel Regno Unito, 2084 in Francia e solo 435 in Italia. Dove il peso totale degli investimenti di venture capital sul PIL tra il 2007 e il 2012 è stato pari allo 0,004 percento—contro una media europea dello 0,024 percento e lo 0,067 percento delle eccellenze Finlandia e Irlanda, i due Paesi in testa alla classifica.

Insomma, nel nostro paese l'informatica continua a essere bistrattata—basti pensare al trattamento che riceve da parte del sistema scolastico, che forma geometri e ragionieri come se fossimo negli anni Cinquanta—e dove il settore tecnologico, a parte qualche punta di diamante che fa business spesso all'estero, è ancora di dimensioni infime—dimensioni che, per ragioni culturali e di infrastrutture, sarà costretto a mantenere per molto tempo. Lo stesso paese che ha distrutto la Olivetti e dove quando Steve Jobs e Steve Wozniak chiesero 200mila dollari di finanziamento in cambio del 20 percento di Apple vennero considerati dei ragazzini "che smantellavano su delle piastre elettroniche."

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