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salute mentale

In Italia i problemi mentali sono ancora un tabù?

Per molti italiani i disturbi mentali sono spesso ricoperti da una patina di inadeguatezza e pregiudizio. Ne ho parlato con la dottoressa Anna Emanuela Tangolo, psicoterapeuta e docente di psicoterapia.

di Niccolò Carradori
27 aprile 2015, 7:02am

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Nick Scott

Per molti italiani i disturbi mentali sono spesso ricoperti da una patina di inadeguatezza e pregiudizio. Non soltanto temiamo di doverci relazionare a quel genere di tizi inquietanti che credono di poter spiegarci cose della nostra vita che ipoteticamente non sapremmo, ma soprattutto temiamo che possano aver ragione: relegandoci così alla fascia sociale degli individui affetti da disturbi mentali.

Malgrado negli ultimi 40 anni si siano fatti passi decisivi verso il ridimensionamento dello stigma verso la malattia mentale, chi soffre di certi disturbi viene ancora oggi etichettato come individuo meno "funzionale". E spesso emarginato.

Negli scorsi giorni, ho contattato la dottoressa Anna Emanuela Tangolo, psicoterapeuta e docente di psicoterapia in scuole di specializzazione con sedi in varie regioni italiane, per capire quanto la stigmatizzazione sia ancora limitante, e soprattutto se il tabù della malattia mentale sia un problema prettamente italiano.

VICE: Innanzitutto vorrei chiederle, in quanto professionista: quanto le sembra ancora diffuso e radicato lo stigma verso la malattia mentale, in Italia come in generale in Europa? Ed è uno stigma percepito o oggettivo?
Anna Emanuela Tangolo: Credo che lo stigma sia, in Europa, un tema ancora rilevante e importante: perché è associato a un certo grado di ignoranza riguardo alle dinamiche della malattia mentale. C'è ancora troppa poca informazione sulle difficoltà e la condizioni di chi ne soffre. Di conseguenza i soggetti vivono ogni condizione di disagio mentale, fin dall'adolescenza, come qualcosa di cui vergognarsi.

Sto parlando di tutti i fenomeni, anche di quelli più sdoganati e di cui la gente adesso parla, come i fenomeni depressivi. C'è ancora molta ignoranza, soprattutto per quanto concerne le possibilità di cura e di "funzionalità" di chi ne soffre. Quindi sì, è uno stigma di tipo oggettivo. E c'è una visione vecchia dei problemi mentali, quasi legata ancora all'immagine del "folle di paese" o di individui da relegare in strutture manicomiali.

Quello che vorrei riuscire a capire, è se il problema del tabù della malattia mentale sia maggiore nel nostro paese rispetto ad altri, come ad esempio gli Stati Uniti. Secondo lei in Italia le persone fanno più fatica a comunicare la propria malattia ed entrare in terapia?
No, io direi di no. Quello della stigma è un problema generale, non riconducibile ad una certa area geografica. Basti pensare a come è stato trattato il caso Germanwings: tutte le agenzie del mondo si sono focalizzate (spesso elargendo sentenze approssimative) sulla depressione di Lubitz. Credo poi che parlare dell'Italia in senso generale sia difficile: io lavoro in Toscana, in Sicilia, in Sardegna... e vedo che ci sono delle differenze enormi da una regione all'altra. La Toscana ad esempio è una regione più avanzata e vicina al problema della malattia mentale. Ci sono regioni invece in cui il pregiudizio è più forte.

Ci sono differenze fra i vari disturbi mentali per quanto riguarda lo stigma?
Be', sicuramente le psicosi generano molto più isolamento e paura rispetto ai fenomeni nevrotici: perché comportano una perdita di contatto con la realtà e corrispondono di più all'immagine della follia. La schizofrenia, ad esempio, subisce ancora molti di quei preconcetti legati alla visione "passata" della malattia mentale di cui parlavo: veniva considerata una condizione incurabile, e se una persona ne era affetta significava che per tutta la vita avrebbe rappresentato una costante di devianza. Doveva essere richiusa e contenuta. Il termine in sé, se vogliamo, contiene già un forte elemento di stigmatizzazione. Mentre la depressione, in un certo senso, è diventata via via una specie di coloritura aggiuntiva dell'umore. Anche se rimane, come dicevo, una gran confusione.

In realtà, va detto che i fenomeni psicotici non sono nemmeno quelli che si curano con maggior difficoltà, perché la farmacologia ha consentito un enorme passo avanti nel trattamento di questi disturbi. Esistono persone che hanno disturbi anche molto importanti, ma che accettando un certo tipo di trattamento svolgono una vita normalissima. Non si deve mai far coincidere l'identità di una persona con la sua malattia.

Quello che manca spesso è appunto l'aiuto: ed è il problema maggiore, oggi come oggi

Per quanto riguarda la natura del pregiudizio, invece, trova che sia più radicata la tendenza a considerare i malati mentali come delle persone da biasimare e compatire, oppure come individui pericolosi e da evitare?
Mah... a me non sembra che all'interno della società ci siano molti riscontri di compassione e pietà. Le dinamiche del mondo in cui viviamo sono così giudicanti, occludenti e competitive che è molto più alto il grado di allontanamento e paura rispetto alla compassione e al biasimo. Le persone che hanno una malattia mentale si trovano spesso a essere più lente e in difficoltà, sia sul lavoro che nello studio, e quindi sono persone che restano indietro. Che non riescono a sostenere certi ritmi. Quindi il dolore più grande è quello di rimanere esclusi.

A Pisa, da molti anni, portiamo avanti un grosso progetto legato alla riabilitazione psichiatrica attraverso anche il reinserimento lavorativo. E abbiamo visto come le persone che vengono reinserite in un ambiente che accetta la loro malattia riescono a recuperare rispetto alla società. Quello che manca spesso è appunto l'aiuto: ed è il problema maggiore, oggi come oggi.

Anche i pazienti che soffrono di disturbi meno gravi, come ad esempio attacchi di panico, sentono il peso degli etichette e sono reticenti ad entrare in terapia?
Per quanto riguarda questo tipo di disturbi, devo dire che c'è stato un grande cambiamento culturale negli ultimi 25 anni. Sono più accettati. È molto diminuita la vergogna nel comunicare il fatto che ci si affida all'aiuto di un terapeuta per risolvere i propri problemi. Ed è aumentata moltissimo la popolazione giovanile che segue una terapia in modo spontaneo. Quando ho iniziato a lavorare non era così. Sussiste però, anche qui, una certa ignoranza riguardo ai meccanismi che sono coinvolti in certi disturbi. Molte persone, anche piuttosto colte, arrivano da noi senza avere informazioni sufficienti legate al proprio disturbo.

Quali sono i meccanismi attraverso cui è possibile combattere la vergogna che i pazienti provano nel richiedere un aiuto terapeutico?
Noi ad esempio, e le parlo del movimento legato alla scuola da cui provengo, promuoviamo molto il sistema della terapia di gruppo. Crediamo che sia una delle vie migliori per uscire dal giogo della vergogna e del giudizio. Io solitamente la propongo a tutti i pazienti, in una certa fase del percorso terapeutico: soprattutto a quelle persone che mostrano comportamenti rifiutanti; mi riferisco ad esempio a individui che ricoprono ruoli particolari e di un certo rilievo all'interno della società, e quindi hanno assimilato una serie di impostazioni nel gestire la propria immagine sociale.

A lei è capitato spesso che dei pazienti abbandonassero la terapia per la vergogna che provavano verso la propria condizione?
Sì, sì. Questo però succedeva soprattutto in passato. Molto dipende dal tipo di ambiente che circonda il paziente, sia di tipo lavorativo che famigliare.

Dover assumere degli psicofarmaci peggiora la situazione?
No, non particolarmente direi. Però anche qui il problema è l'ignoranza: capita spesso ad esempio che le persone che rifiutano i farmaci perché hanno paura che il loro effetto mini le relazioni sociali, ne facciano abitualmente abuso senza saperlo. Esempio classico: spesso capita che quando riteniamo opportuno supportare il paziente con una terapia farmacologica, scopriamo che in realtà utilizza da anni benzodiazepine (ansiolitici). Magari perché prescritte liberamente dal medico di base. Fanno uso di questi farmaci ma rifiutano un antidepressivo, che li aiuterebbe molto di più a combattere il disturbo.

Sono più le donne o gli uomini a sentire il peso della vergogna per la propria malattia?
Statisticamente gli uomini. Anche perché hanno più necessità di apparire "forti". Esiste però un grande rischio per le donne, ovvero la depressione post parto: l'immagine sociale della madre non si lega con la realtà di questa situazione, che moltissime donne esperiscono.

Parlando invece della percezione sociale della malattia mentale, quanto complicano la situazione i casi come quello del pilota della Germanwings, e tutto il dibattito mediatico che ha scatenato?
Be', abbastanza. Soprattutto perché si è parlato molto del fatto che il problema dell'uomo fosse legato alla depressione. In realtà la situazione era molto più complessa: una personalità molto disturbata... non è tanto l'episodio il problema, ma quello che si dice. Le sentenze grossolane.

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