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A10N1: Skammerz Ishu

Showgirl

Alexandra Roxo e Natalia Leite sono due registe di Brooklyn, e per superare i problemi finanziari hanno deciso di iniziare a lavorare nel club “dove le spogliarelliste vanno a morire” per poi filmare la loro esperienza.
24 gennaio 2014, 10:07am

Le autrici, Alexandra e Natalia, in posa su un camion nel parcheggio del Club 203. Foto di Lizzie Hollins.

Tutti sanno quanto gli strip club possano essere luoghi incantevoli, ma probabilmente non esistono locali tanto incantevoli quanto quello che si trova a Moriarty, New Mexico—una stazione di servizio con tassidermie e reggiseni di ex dipendenti sulle pareti, qualche palo, un fottio di luci nere e un sacco di tette.

Non importa il fatto che il sito The Ultimate Strip Club List lo descriva come “il posto dove le spogliarelliste vanno a morire.” Natalia Leite e Alexandra Roxo erano convinte che fosse la soluzione ideale agli ostacoli finanziari che hanno incontrato cercando di guadagnarsi da vivere come registe, e così sono scappate da Brooklyn per realizzare un film sul loro “lavoro dei sogni”.

Di solito le storie di questo tipo prevedono un motel decrepito e un sacco di metanfetamine, e solitamente terminano con qualche cadavere in un cassonetto, ma questo caso, in un certo senso, rappresenta un’eccezione. Sì, le due hanno vissuto in un motel infestato dalle mosche, e sì, il figlio del proprietario precedente del locale effettivamente cucinava meth in una delle stanze. Ma le due hanno comunque conservato le loro membra, e le hanno utilizzate per filmare la loro esperienza con le donne che allietano le giornate dei camionisti sulla Highway 40.

Pensate a una performance di Marina Abramovic e mischiatela con un bizzarro episodio di Wife trap diretto dalla figlia di David Lynch, e ambientate il tutto nel genere di posto in cui un tizio con un occhio solo si spara alla testa dopo aver dato delucidazioni sulla meditazione a due ragazze nude.

_Dopo aver ballato e dormito insieme ogni notte per 13 giorni avevano un sacco di cose da raccontare, quindi si sono intervistate a vicenda sulla loro esperienza. _

Natalia Leite: Non vedo l’ora di raccontare ai miei nipoti la storia di quando abbiamo deciso di diventare spogliarelliste e di lavorare in uno strip club in mezzo al deserto. È un po’ surreale pensare che questa sia stata la nostra vita fino a un paio di mesi fa—campare con i soldi che facevamo spogliandoci per camionisti solitari e dormire con le extension che ci eravamo messe per salire sul palco la sera prima.
Alexandra Roxo: Solo tu potresti essere felice all’idea di raccontare una cosa del genere ai tuoi nipoti.

Quale pensi sia stata la cosa più difficile dell’intera esperienza?
L’idea era spaventosa fin dall’inizio—dal momento in cui abbiamo deciso di lavorare in uno strip club a lato di un’autostrada. Il motel aveva una sola stanza disponibile, e ovunque c’erano tizi che dormivano nei loro camion. Quando ci siamo dette, “Ok, prenderemo l’unica stanza disponibile,” ho cominciato a svegliarmi di notte in preda agli incubi e a dar di matto, perché in quanto donna devi già affrontare un sacco di schifezze nella vita. Solamente per il fatto di essere una donna devi affrontarne una caterva.

Sei mai stata molestata dagli uomini?
Sì, sono stata molestata e aggredita. Quindi l’intenzione di esporre me stessa a una situazione dove sei cosciente ci sia un’alta percentuale di pericolo, stando di notte in un piccolo motel nel deserto circondata da tutti quei camionisti e lavorando in un strip club... Sembrava pericoloso. L’altra parte angosciante era il fatto di ritrovarsi nuda di fronte a questi enormi camionisti.

Assolutamente. Avevo costantemente paura che qualcuno potesse dire o fare qualcosa, anche se eravamo nel club.
Ho imparato un sacco di cose sui camionisti. Sono sempre in strada, soli. Alcuni di loro non sono mai stati innamorati, o comunque non hanno mai avuto una relazione intima con una donna. Alcuni di loro non sanno come relazionarsi con il sesso femminile. Con il tempo il mio punto di vista è cambiato, verso la fine di questa esperienza ho smesso di essere sulla difensiva e sono diventata più empatica e comprensiva.

Pain

È un posto veramente interessante. È stato un po’ come osservare una piastra di Petri, vedi tutte queste persone provenienti da posti diversi che interagiscono fra di loro in un ambiente chiuso.
Quello che desiderano più di tutto è un po’ di intimità. Lo spogliarello è solo una scusa per poter stabilire un contatto, e questo soddisfa il bisogno di queste persone che non hanno nessuno con cui parlare durante la giornata. Principalmente stai dando loro il tuo tempo e la tua energia. Questo vogliono, non semplicemente che gli strusci il culo addosso.

E non essere giudicati. Ricordo che una delle ballerine con cui lavoravamo, Daisy, diceva di sentire che il suo scopo nella vita è aiutare le persone. Forse, a modo suo, ballare è un modo per poterlo fare.
Le ragazze lì erano straordinarie. Ci hanno veramente accettate, in un certo senso.

Verissimo. L’altra parte interessante erano i rapporti fra le donne: era una sorta di lente di ingrandimento sulla storia dei rapporti femminili, perché c’erano tutte queste donne in competizione fra loro per ottenere l’attenzione e il denaro degli uomini. Alcune di loro ci hanno accettate, ma altre erano veramente maligne con noi e con tutte le altre. Il proprietario, Ryan, ci ha raccontato aneddoti di ragazze che pisciavano nelle borse delle altre nel camerino, e altre follie. A una delle ragazze palesemente non piacevo, e senza nessuna ragione apparente. Ma probabilmente era fatta. Raccontava di come a volte avesse ballato con sua figlia, che era dipendente dalla metanfetamina e che era scappata con un nano.
In generale le persone—clienti e spogliarelliste—erano molto disponibili a raccontare le loro storie. Ti vedevano ed esclamavano cose tipo: “Ehi, ho cercato di suicidarmi tagliandomi le vene,” e tu, “Wow.” C’erano un sacco di veterani di guerra e di ex tossicodipendenti. Tutti erano disponibili a parlare di qualsiasi cosa.

Quello che mi è rimasto più impresso di questa esperienza è che andare in uno strip club è come andare in terapia.
Per fare la spogliarellista non basta togliersi il reggiseno; devi essere una terapista, una confidente e un’amica allo stesso tempo. Adesso nutro molto rispetto per queste donne. Lo spogliarello è secondario, e se ci pensi non è poi molto diverso dall’essere una cheerleader dei Dallas Cowboys. C’è uno stigma sociale pesante, ma non è poi tanto diverso in fin dei conti.

Già, che differenza c’è fra saltellare qua e là con le tette strizzate in un minuscolo top o farlo senza? Ha tutto a che fare con l’illusione del sesso. Credo che più tempo passi lì dentro, più la nudità diventa normale.
Quando ballavamo sul palco non mi sentivo molto sessuale. Ho provato a ballare in modo sexy, io vengo da Atlanta e quello era il modo in cui ho sempre ballato. Quando ho riguardato i filmati, una delle ballerine stava parlando con il DJ e aveva un’espressione del tipo, “Ma che cazzo fa? Crede di essere in Dirty Dancing?” E ho capito che quello non era il modo in cui le ragazze ballavano.

C’è qualcosa di molto animalesco in tutto questo.
Ma a volte essere sul palco è terribile. Ci sono ragazzi che se ne stanno davanti al palco a fissarti, senza sorridere né darti soldi, e che ti fanno sentire veramente di merda per qualche minuto, o almeno così è stato per me.

Mi faceva venire i brividi. Una sera c’era questo ragazzo che non mi toglieva gli occhi di dosso, e io continuavo a pensare, “Oddio, questo tizio potrebbe essere un maniaco.”
Già, c’era gente che diceva cose veramente orribili mentre ero sul palco. Pensavo che dovevo prendermi una sbronza per salire là sopra, ed è stato davvero difficile le prime volte. È stato strano la prima volta dirsi, “Ok, sto per spogliarmi di fronte a tutti questi energumeni sudati.” Ma poi, dopo che lo hai fatto per un po’, tutto diventa più facile.

Daisy

Mocha

Moriarty, New Mexico

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