
Foto via Getty. Questo post è tratto da VICE News.
A un certo punto, tra tutte le notizie emerse negli ultimi giorni dal colpo di stato in Thailandia, dalla legge marziale e dai tentativi di descrivere un Paese troppo spesso stilizzato in un "Oriente" paradisiaco, è spuntato qualcosa di familiare: il selfie.
Diverse agenzie di stampa, tra cui l'AP, hanno riferito di "abitanti di Bangkok che, mentre sbrigano le faccende mattutine, non esitano a fermarsi e scattare qualche foto con i loro smartphone." E martedì, da quando è stata proclamata la legge marziale, su internet è comparsa tutta una serie di selfie a tema golpe.
Thai coup d'etat selfie pic.twitter.com/8CNSVBu0w5
— Marco (@MarcoTexRanger) 22 Maggio 2014
Ain't no selfie like a Thai coup selfie pic.twitter.com/iaHScxbu6c
— the grugq (@thegrugq) 20 Maggio 2014
Attraverso le nebbie di una situazione politica intricata, il selfie si presenta tanto comprensibile quanto strano. La sua è un'universalità confortante: lo stesso approccio e utilizzo della tecnologia impiegato per postare su Instagram le foto di una pigra mattinata col proprio gatto può essere applicato anche ai militari thailandesi che impongono il coprifuoco nelle strade.
La cosa può essere vista in vari modi. Da una parte c'è il colpo di stato trattato come parte della quotidianità thailandese, comune e prevedibile quanto una festa di compleanno—tira fuori lo smartphone e fai una foto, già che ci sei. Un'altra lettura (che non esclude la prima) riconosce il vasto utilizzo del selfie come forma narrativa contemporanea. I selfie del colpo di stato thailandese sono il riflesso dell'ubiquità della tecnologia e delle moderne modalità di raccontare gli eventi facendone parte.
Molly Crabapple e Huw Lemmey hanno scritto dell'uso dei social media da parte di combattenti stranieri in Siria (la prima) e dei soldati delle Forze di Difesa israeliane (il secondo). Come sostiene Lemmey, quando la guerra è mediata attraverso piattaforme come Instagram e Twitter, "vediamo emergere un'estetica nuova, un ibrido di tecnologia di rete, teoria dei social media e un sistema visivo basato su tecniche di branding conservatrici e fermamente trincerate."
Lemmey evidenzia una tendenza conformista nel modo in cui le immagini e i testi pensati per i social raccontano anche le circostanze più estreme. Sì, c'è un che di grande e libero nel fatto che a chiunque, in qualsiasi parte del mondo, basti avere uno smartphone per poter raccontare la propria versione di un dato evento— dai colpi di stato al Jihad all'occupazione militare.
Ma c'è anche un appiattimento della narrazione, attraverso questo prisma che è il capitale tecnologico. Il numero di caratteri dei tweet e quello dei filtri di Instagram è limitato. L'utilizzo globale di queste tecnologie inserisce narrazioni complesse in formati predefiniti, forniti dai social media e dalle piattaforme tecnologiche.
In un certo senso è sempre stato così: ciò che riesce a diventare storia è vincolato dalle forme di racconto e narrazione a esso contemporanee. E l'interessante conseguenza delle tecnologie moderne è che, come dimostra l'esempio dell'artisticità e dell'ubiquità del selfie, consentono a molte più persone di entrare negli annali della storia. Tuttavia, questo comporta anche il rischio di trasformare un colpo di stato in un evento ordinario quanto un gattino.
Segui Natasha Lennard Su Twitter: @natashalennard