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Il concertone non è datato

È qualcosa di molto peggio.

di Matteo Lenardon, foto di Niccolò Berretta
03 maggio 2013, 3:05pm

È da poco passata l'una, e Roma suda. C'è tutta Viale Carlo Felice chiusa; le macchine sono state sostituite da bancarelle e paninari. Sto camminando per raggiungere Piazza San Giovanni e dei ragazzini con wayfarer fluo a specchio nascosti fra i mezzi RAI smettono di riflesso di rollare appena mi avvicino. Dall'altra parte della strada, in un piccolo spazio verde, centinaia di tende, partite a pallone e cantate generali sopra gli inni di Vasco Rossi sparati a volume undici. C'è una vecchia sorridente appoggiata al proprio balcone: oggi ci sono molte più cose su cui incazzarsi dall'alto.

Il concerto del primo maggio è nato nel 1990 per riunire in un'unica piazza i tre principali sindacati durante la festa dei lavoratori: CGIL, CISL e UIL. Ventitré anni in cui il concertone è sopravvissuto alla guerra in Jugoslavia, a Osama Bin Laden e ai singoli dei Sud Sound System. Forse, proprio per questo, la Segretaria CGIL Susanna Camusso ha azzardato un giudizio sulla manifestazione, definendola—gasp—"datata". Questo ha scatenato forti polemiche da parte degli "artisti" presenti. Federico Zampaglione, leader dei Tiromancino presenti dal 1992 al concerto, si dice dispiaciuto all'idea di un Primo Maggio romano senza Federico Zampaglione dei Tiromancino. Lo stesso per Max Gazzè—dal 1999 sul palco di Piazza San Giovanni—che addirittura ricorda alla Camusso come la sua permanenza da Segretario sia solo passeggera, mentre il nexus idearum indistruttibile di Max Gazzè che canta alle feste del PDL e durante la "festa dei lavoratori" è permanente.

Per rinnovare il Primo Maggio io, proprio su su queste pagine, rispettosamente proposi già un anno fa la mia idea: sostituire al concerto uno show in cui, tutti insieme, avremmo cacciato e ucciso le band reggae dialettali italiane. Purtroppo, come già accaduto per Malcom X e John Lennon, l'idea venne rapidamente assassinata nel tentativo di bloccare il suo cammino di rivoluzione. Però, proprio come nel caso dei due, le radici non sono seccate, e quest'anno nessuna band reggae dialettale si è esibita. Questo non ha però impedito ad altri, altrettanto orribili gruppi, di esibirsi a Roma. Cosa che mi ha portato fisicamente, per la prima volta nella mia vita, ad assistere dal vivo al Concertone.

Raggiungo la piazza un paio di ore prima dell'inizio delle esibizioni. Ha lo stesso aspetto che hanno le altre piazze dopo la fine di un concerto. Ci sono migliaia di bottiglie di birra, rimasugli di cibo e bicchieri di plastica sul prato. Un tizio ingessato è sdraiato a pancia in su sul marciapiede, ha le braccia e le gambe aperte, come se stesse compiendo inutilmente uno sforzo per mantenere a galla la propria dignità. C'è il gruppo di tre veneti urlatori a petto nudo, già ubriachi, con i pantaloncini arrotolati fino a sembrare un tanga che camminano sopra la gente sdraiata sul verde. Allo stesso tempo ci sono famiglie in mountain bike vestite in modo identico, anziani che arrivano per mano e ragazzine con la bandana di Gigi D'Alessio. È una curiosa riunione nello stesso luogo, per un solo giorno all'anno, della gente che va a prendere le cariche e la chimica gassosa dell'Arma in Val di Susa con la gente che conosce a memoria i testi di Samuele Bersani. E le due cose non sono mai sovrapponibili. Gli unici non rappresentati fisicamente nella Piazza sono il foltissimo gruppo degli hipster romani e quello degli intellettualini del cinema e teatro; il concertone è ancora così massimalista e nazionalpopolare che non esiste t-shirt abbastanza ironica da contenerlo per nove ore, e poi bisogna andare da Necci o al Kino a parlare della propria cartella Torrent e di Saul Bellow.

Ci sono invece numerosi giornalisti in fila davanti all'ingresso stampa. Nessuno può più entrare o uscire perché 20-30 vigili urbani stanno litigando con 20-30 membri dell'organizzazione a proposito dello spostare le transenne 20-30 metri più avanti o indietro. È un problema che richiede l'intervento di opinioni esterne, gente mandata affanculo, walkie talkie e calvizie per arrivare a una risoluzione. Alla fine le transenne sono a 10-15 metri e la stampa può entrare dopo un'ora di attesa.

I giornalisti chiamati a occuparsi del Primo Maggio sono quasi tutti romani, con a capo un tizio che tenta disperatamente di sembrare Battisti con capelli afro e occhiali a goccia. Gli altri conversano in pugliese o napoletano fra di loro. Sono fragili e ingialliti. Si sono già visti e conosciuti a cose come "Arezzo Wave" o "Puglia Sound". Parlano ad alta voce di "accrediti" in modo che le poche donne attorno possano sentirli. Speriamo che il nuovo governo supporti economicamente gli uomini etero soli e frustrati come le riviste musicali hanno fatto in tutti questi anni.

Per il concertone c'è una sicurezza da G8, bisogna passare quattro posti di blocco per arrivare al backstage. E a ogni successivo controllo l'aria di auto-importanza di chi lo attraversa aumenta in modo esponenziale. Ma tu continui, finché capisci di essere arrivato perché la gente RAI vuole attraversare senza il pass, che l'ho lasciato più avanti, fidete. FIDETE che sono della RAI.

A presentare la manifestazione quest'anno c'è Geppi Cucciari, una comica sarda diventata famosa per essere la faccia di uno yogurt per donne stitiche e per far ridere la gente che ti inoltra le battute di Spinoza. La prima cosa che fa, prima di andare in onda, è salire sul palco per chiedere al pubblico "una parola da usare, una, durante tutte le nove ore di diretta". La gente urla le proprie proposte: integrazione, troia, lavoro, tolleranza, troia, sinistra, puttana, precariato, troia.

Il concerto finalmente inizia. Ad aprirlo ci sono dei "gruppi giovani", qualsiasi cosa voglia dire. I primi sono i Crifiu, dal Salento. "Rock'n'Raï, life e musique c'è un mondo nuovo a due passi da qui," iniziano cantando. "Dove cadono i re, cade il rais al ritmo di riqq, darbuka e bendir." Il pezzo continua e insiste con l'argomento "Mediterraneo", come se il Mediterraneo fosse un personaggio da scegliere in Mortal Kombat. "Un mondo nuovo a due passi da qui / sta danzando sull'onda, danza sull'onda / del mare che bagna le terre. Del mare tra le terre, Mar Mediterraneo / Il mare tra le terre, Mar Mediterraneo." Il problema dei gruppi salentini è che sono sempre formati dalle uniche persone in Italia preoccupate e affascinate dall'armonia e la poetica delle popolazioni mediterranee. Letteralmente non frega un cazzo a nessun altro in Italia, tranne che a loro. Però riescono comunque a riempirci album e costruire carriere.

Poi tocca a un gruppo chiamato almamediterranea che inizia con un pezzo chiamato sardabanda, perché sono sardi. Sono un grumo stepposo di tutti i cliché da Primo Maggio. Cantano canzoni etniche, senza appartenere a nessuna delle etnie di cui parlano. Hanno 800 sciarpe e foulard attorno a strumenti e microfoni. Parlano di mare, bicchieri di vino rosso e tarantelle.

Ma poi, Le Metamorfosi. "Perdizione, pensieri, libertà, sogni, sesso, amarezza." Dice la cantante, voce secsi. "Abbiamo bisogno di sensazioni che ci salvino dal disagio dell'indifferenza." Questi ci credono. Hanno un papillon al collo e sono vestiti come i "gruppi alternativi italiani" che passavano su VideoMusic a fine anni Novanta. Uno indossa una giacca tagliata a metà. Un altro con una giacca fatta solo di bottoni e un pezzo di cartone con un punto interrogativo sulla faccia. Hanno canzoni che si chiamano "Chimica Ormonale" o "Nuda". "Oggi siamo qui per celebrare la musica per il nuovo mondo," insiste. "Ed è la musica che abbatte le frontiere e ci spoglia dei pregiudizi, delle superstizioni, dei tabù." È tempo di andare a bere Lagavulin.

Salgono sul palco i Toromeccanica. Sono simpaticissimi. Il cantante ha una cravatta simpaticissima a forma di pianoforte e ripete una dozzine di volte al pubblico cose simpaticissime tipo "simulate entusiasmo!" Hanno canzoni che si chiamano "L'amore ai tempi della crisi" oppure "Amore spasmodico" con testi simpaticissimi tipo "Siamo duri come testuggini / non abbiamo più lentiggini / Siamo amici di mutande." Hanno vinto il Puglia Sound. Sono il meglio che può offrire una regione con quattro milioni di abitanti.

Questo pressapochismo però non è limitato ai soli gruppi esordienti. C'è Enzo Avitabile che si è fatto quasi tutti i concerti del Primo Maggio; arriva con una ventina di ragazzi napoletani vestiti da istruttori di acquagym che percuotono tamburi giganteschi. Enzo dice "vi vogliamo vedere danzare sul groove" e "abballate la tarantella." La gente fa quello che può, sotto la pioggia che comincia a cadere.

Nel backstage, intanto, c'è un secondo pubblico. Centinaia di persone con una propria tribuna personale, due diversi megaschermi, tavoli dove sedersi e una decina di stand per cibo e alcolici a prezzi di favore. L'accesso dovrebbe essere esclusivo alla stampa, ma ormai negli anni ci sono stati così tanti imbucati che si è creata una apposita economia per soddisfare la gente che non si vuole mischiare ai prolet del "pratone".

C'è il pienone anche quest'anno, in cui nessun grande nome è presente a suonare. Il panorama è così grigio che uno dei gruppi che vengono più pompati è addirittura quello dei Marta sui Tubi. "Vorrei vivere in un Paese che non si uccide," esordisce il cantante calvo con le perline intorno al collo. "I politici giocano col nostro culo, come dei bambini giocano a palla in un cortile. Ma alle prossime elezioni ve lo tagliamo noi questo pallone." Dopo parole del genere ti aspetti che parta qualcosa che ti faccia venire dalle orecchie, invece partono i Marta sui Tubi. Questo non è una novità. Il problema della musica italiana è che i suoi massimi esponenti non possiedono gli strumenti culturali e intellettuali per scrivere canzoni più intelligenti di loro stessi. È curioso, però, come tutta questa gente con una espressività così adolescenziale e limitata abbia così a cuore la vita politica del Paese.

Ma in mezzo a nove ore di questo livello di banalità c'è stato qualcuno che ha fatto qualcosa di apprezzabile. Il cantante dei Management del Dolore Post Operatorio è entrato conciato da icona religiosa tenendo alzato un preservativo a mo' di ostia. Un gesto talmente blando e innocuo, quindi ovvio e giusto da fare in una città come Roma, che probabilmente verrebbe accolto da sbadigli in vaccate tipo gli MTV Awards. Al concertone, che dovrebbe essere culla della sinistra, questo invece diventa "una scorrettezza che perseguiremo anche per vie legali" secondo l'organizzatore Marco Godano. Ricevendo, così, il plauso di associazioni cattoliche fascistissime tipo Militia Christi. Che senso ha, quindi, organizzare un evento come questo, quando addirittura risulta così scomodo attaccare ironizzando dogmi ecclesiastici assassini come il divieto di usare preservativi da passare alle vie legali? L'organizzatore che ti manda gli avvocati dietro perché osi criticare la Chiesa Cattolica su posizioni così banali non si era mai visto.

Quando la Camusso parla di "datato" sbaglia, quindi, a riferirsi al concerto in sé. Negli ultimi anni, specialmente in città come Torino, Milano e Roma, il livello di festival e live ha raggiunto una qualità e una palette di scelta che non si era mai registrata prima d'ora in Italia. I concerti non possono quindi essere datati, sono le persone che li organizzano a esserlo. E quelli che organizzano il Primo Maggio puzzano di marcio.


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