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Il lavoro che ti scegli ti fa vivere di più

Secondo un recente studio, l'istruzione che abbiamo e il tipo di lavoro che facciamo influenza la nostra salute e la nostra aspettativa di vita, per cui tenetelo a mente quando deciderete di cambiare lavoro.

di Nicolò Cavalli
03 novembre 2015, 8:11am

Illustrazione di


Dei Willis

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

"Non siate troppo esigenti, accontentatevi del primo lavoro che trovate," è una delle cose che vengono ripetute più spesso ai disoccupati italiani, in particolare se giovani. "Scegliete la vita, un lavoro, una carriera, il maxitelevisore del cazzo e la buona salute," si potrebbe anche dire con Mark Renton di Trainspotting. O forse no—almeno a giudicare dai risultati di un recente studio statunitense secondo cui la scelta del tipo di lavoro può determinare i livelli di salute e l'aspettativa di vita individuale.

Già diversi studi avevano documentato l'esistenza di profonde differenze tra le aspettative di vita dei cittadini americani. Nello specifico, queste differenze si manifestavano tra le aspettative di vita dei cosiddetti "colletti bianchi," cioè chi lavora in ufficio, e quelle dei cosiddetti "colletti blu," cioè gli operai e altri lavori a più basso contenuto educativo. E negli ultimi anni questa distanza nell'aspettativa di vita si sta persino ampliando: nel 2000, infatti, un impiegato americano poteva aspettarsi di vivere 1,4 anni più a lungo di un operaio; nel 2014, la differenza è salita a 2,5 anni. E anche le differenze di reddito—ovviamente collegate al tipo di lavoro—fanno la differenza: gli occupati ad alto reddito tendono infatti ad avere vite relativamente più lunghe di chi ha un reddito più basso.

In Italia i dati in materia sono più scarsi, ma anche nel nostro paese smembrano esistere simili divari—come certificato nel 2012 da Alfonso Rosalia, del Servizio Studi della Banca d'Italia. Nonostante l'Italia rimanga uno dei paesi con la più alta aspettativa di vita del mondo—anche grazie a un sistema sanitario accessibile a tutti—anche qui la disuguaglianza nei redditi ha un effetto negativo sull'aspettativa di vita, e la variabile più rilevante è quella dell'educazione.Tra il 1980 e il 1990, ad esempio, l'aspettativa di vita maschile a 30 anni è aumentata di circa otto anni per chi ha un'istruzione universitaria, a fronte di un aumento di poco meno di quattro anni per i diplomati e di poco più di due anni per chi ha solo terminato la scuola dell'obbligo.

La laurea rimane ancora il portale d'accesso verso i lavori migliori e meglio retribuiti, ed è proprio la laurea la chiave dei divari nell'aspettativa di vita. Secondo i ricercatori Joel Goh, Jeffrey Pfeffer e Stefanos Zenios, di Harvard e Stanford, le condizioni che si trovano sul posto di lavoro spiegano dal 10 al 38 percento della variazione nell'aspettativa di vita tra i vari gruppi demografici. In particolare, i lavori più stressanti rendono più probabile che una persona muoia prima: l'effetto del posto di lavoro sulla mortalità è pari al 5-10 percento per i lavoratori laureati, ma sale fino al 12-19 percento per lavoratori che hanno interrotto prima i propri studi.

Altri fattori che contribuiscono a diminuire l'aspettativa di vita sono l'aver avuto episodi di disoccupazione durante la propria carriera e l'avere un lavoro senza assicurazione sanitaria—elemento quest'ultimo molto rilevante negli Stati Uniti, ma sempre più importante anche in Italia.

Stando agli autori dello studio, questi risultati dovrebbero incoraggiare politiche a favore di ambienti di lavoro più salutari sia dal punto di vista psicologico che sociale, in particolare per quelle occupazioni svolte dalle categorie maggiormente svantaggiate. Un allarme condiviso anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità nel suo Plan of Action on Workers' Health 2008-2017.

Secondo il recente rapporto "L'equità nella salute in Italia," l'eliminazione delle disuguaglianze in termini di aspettativa di vita legate al livello d'istruzione porterebbe a una diminuzione del 30 percento della mortalità maschile generale e a una diminuzione del 20 percento di quella femminile. Numeri rilevanti, ma che tuttavia non riescono nemmeno a sfiorare il dibattito pubblico nazionale.

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