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Dieci anni di VICE Italia

Cose che vorremmo dimenticare della moda degli ultimi dieci anni

Nel 2005 usciva il primo numero di VICE Italia e io andavo in giro in jeans skinny e magliette a righe. Dieci anni dopo, la parola hipster è passata di moda ovunque tranne sui quotidiani italiani, e io mi vesto alla "pre-maman anni Settanta".

di Clara Miranda Scherffig
14 dicembre 2015, 9:54am

La nostra rubrica per i dieci anni di VICE Italia è arrivata alla sua sesta puntata. Dopo esserci occupati di musica, politica, storie personali, internet e carta è arrivato il momento di parlare di vestiti. Tanti vestiti.

La prima copia di VICE che mi capitò tra le mani era il Erik Lavoie Issue, edizione inglese del dicembre 2003. In copertina c'era un ritratto di Erik Lavoie, sospeso sulla riva di un lago. Aveva occhiali tipo gratta-e-vinci e potevi raschiare la superficie argentata per vedere cosa c'era sotto. Il numero era completamente dedicato a Erik, uno della squadra di VICE Canada: news, approfondimenti e servizi di moda sulla mamma di Erik, la fidanzata di Erik, il pene di Erik, il francese di Erik. Non ci capivo niente ma mi piaceva tantissimo. Soprattutto per due motivi.

Un servizio di moda tratto dall'Erik Lavoie Issue. Foto di


Danielle Levitt.

Innanzitutto l'avevo trovata GRATIS nel mio negozio preferito di Londra. Dopo estati trascorse nella provincia irlandese ero riuscita a farmi mandare nei sobborghi della capitale, sempre con l'obiettivo linguistico. Nelle mie peregrinazioni avevo trovato l'unico rivenditore europeo di un marchio giapponese dal nome Super Lovers, che riassumeva tutto quello che desideravo avere nel mio guardaroba nei primi Duemila.

Con abbondanza di fantasie tipo-pigiama dai colori pastello, un logo perfetto e t-shirt con stampe nonsense, quel negozio di Neal St. rivendeva la follia della moda giovanile giapponese—il marchio era nato nella scena techno della Tokyo fine anni Ottanta—ma in una versione stemperata per il gusto europeo. Poco dopo, Super Lovers a Londra chiuse e il mio unico legame con quel posto fu Erik Lavoie. In un certo senso, VICE accorciava le distanze con cose troppo lontane e realizzava i sogni perversi della pubertà. Per me fu internet prima di internet.

Ma soprattutto mi piaceva tantissimo per un secondo motivo: i Dos & Don'ts! Quelle quattro pagine soddisfacevano tutte le mie frustrazioni estetico-adolescenziali represse. Praticamente incarnavano l'approccio idiosincratico di Nanni Moretti all'abbigliamento ("dimmi che scarpe hai e ti dirò chi sei") ma aggiornandolo alle sottoculture giovanili. In un mondo in cui internet non forniva ancora Instagram, Scott Schuman e Blonde Salad, io cercavo smaniosamente un posto dove guardare e conoscere le cosiddette "tendenze" del mondo reale. Odiavo gli scontornati di Io Donna e i moodboard di Vogue quanto adoravo le istantanee di strada sui rari magazine che avevano intuito la potenzialità di tale rubrica. I defunti The Face e Caffelatte mi fornivano uno sfogo in quel senso, e ancora oggi ricordo la bramosia con cui cercai da Intersport Germani dei jeans Acne, ignorando che comunque non sarei mai riuscita a permettermeli. A dirla tutta, i Dos & Don'ts erano sì street style, ma a un livello ancora superiore: forniscono ancora oggi l'anello mancante tra la moda e il mondo, se hai 15 anni.

I Dos & Don'ts sul primo numero di VICE Italia, nel 2005.

Arrivata al liceo, questo tarpava violentemente le ali del mio senso estetico. Per cinque anni fui vessata da piumini omino Michelin, jeans raso-pube a zampa d'elefante e strascichi grunge delle contestazioni di fine secolo, tutto un po' confusamente mischiato con quella voglia di borghesia e comodità alla base del castrante stile padano. Non mi restò altro da fare che rifugiarmi da H&M e cercare disperatamente skinny jeans e t-shirt a righe, una divisa che ogni tanto rinfrescavo con felpe da ginnastica usate, spillette e tascapane del dimenticato Paul Frank. Insomma, quando la "minaccia emo" dilagò oltre la discografia indipendente per raggiungere Mtv, ci si difese travestendosi da Damon Albarn negli anni d'oro e ascoltando le Blake Babies invece che gli Smiths.

Nel frattempo gli anni passavano e mentre VICE apriva finalmente anche in Italia, io andavo a New York per la prima volta. Mi precipitai da American Apparel con lo spirito con cui Dante scrisse il XXXIII canto del Paradiso. Avvolta da bambagie e tepori celestiali, acquistai tutine e magliette alla Flashdance. Al momento di pagare, il mio portafoglio venne illuminato da un fascio di luce che emanava benessere e canzoni dei !!!, una sensazione che—lo capirò dopo—è l'esperienza fisica del concetto di ineffabile. Da quel momento mi sono sempre chiesta dov'era Oliviero Toscani quando Apparenza Americana aveva deciso di fare pubblicità su VICE. Chissà cosa sarebbe successo se la Benetton avesse adottato le stesse politiche aziendali di AA. Pensate al Veneto come alla California, come a un rinnovato pioniere dell'industria tessile, con corsi di formazione professionale per giovani migranti e modelle pakistane in body sui cartelloni della Vigevanese...

Una pagina del catalogo Apparenza Italiana dei tempi. Immagine via.

Più avanti, mentre mi apprestavo ad andare all'università, internet cominciò ad appagare la mia sete di moda internazionale. Perez Hilton e The Cobrasnake erano siti che consultavo quotidianamente e quotidianamente me ne vergognavo, ma intanto imparavo lo slang americano e le possibilità espressive del "camel toe". Allo stesso tempo tornavo sempre aEpicly Later'd, che faceva le foto ai suoi amici skater e ogni tanto alle loro fidanzate. Era come vedere il cast di Kids redivivo e, sebbene non lo visiti più da anni, devo a quel sito una conquista importantissima: capire che il marchio di Fruit of the Loom è il Logo Perfetto.

Fuori dal liceo iniziavo finalmente a vedere timidi tentativi che scimmiottavano la scena rock britannica. L'università che avevo scelto mi costringeva ancora una volta a vivere a stretto contatto con indigeni milanesi. Ciononostante cominciai a intuire che c'era tutto un universo di fuorisede esteticamente più avanti dei ragazzi dentro la Circonvalla, tutti #silver #camicia #cascoinmano. In quegli anni anche i profani cominciarono a capire che si può usare la parola "indie" come sinonimo di musica alternativa ma anche con accezione concettualmente più ampia. Quel salto concettuale, però, se inizialmente fu salutato con entusiasmo ecumenico, ci mise poco ad avere conseguenze drammatiche per i guardaroba mondiali di un'intera generazione. Il seme del cattivo gusto che è in tutti noi fu facilmente riassunto in un video demenziale e coltivò negli anni futuri il frutto di infanzie vissute all'ombra degli anni Novanta.

Fertilizzante di questo composto letale fu internet e un'eccessiva—nonché frivola ma apprezzabile—alfabetizzazione estetica. Ecco dunque le elettro minchiate e Being a dickhead's cool, con musica dimenticata per oltre un ventennio che riacquista legittimità alle orecchie dei più e fa piovere leggings e ondate di tropical confetti pure in Italia. Il termine tropical confetti richiede qui una breve spiegazione: si tratta (per me) della deriva tipicamente britannica del concetto di "vintage" e "vestirsi a festa", che propone abiti coloratissimi, di ispirazione tropicale e gusto dubbio. Probabilmente strascichi della cultura coloniale inglese, questo stile vide nell'ananas o nella banana il proprio simbolo (e in voglia di carne umana la mia principale reazione). Ripensando poi a Fruit of the Loom qui in effetti mi contraddico e ammetto che il mio capo preferito fu a lungo una casacca a pois colorati... fino al MiAmi 2007.

Circa nello stesso periodo, scarpe piattissime per tutti. Dopo anni di trainers catarifrangenti, un ritorno alla sobrietà. Io ero assai orgogliosa delle mie Ask The Missus, che produceva un modello semplicissimo di desert shoes, in finta pelle bianca o nera. Era una stringata da uomo ma tipo proto-babbuccia, con più classe e un filo di stringhe. Tempo dopo, in Italia, divenne una calzatura popolarissima, disponibile in tutte le versioni possibili, dal cavallino con fibbietta alla fantasia "carte napoletane".

Quando poi la moderazione divenne eccesso successe l'inevitabile: tempo tre anni e il popolo dei modaioli era già pronto al contrappasso della suola "carro armato". Ecco platform di gommapiuma e varie altre interpretazioni delle scarpa ammazza-polpaccio, accolta con così grande entusiasmo che venne prodotta anche nella variante stivandalo. Di quella scuola salvo forse solo le Jelly Shoes, ennesima conferma della circolarità delle mode. Chi oggi rivendica l'originalità di indossare le Jelly Shoes—in tutte le sue mutazioni di sandalo piatto, taccone dello zoccolaio o trasparenze glitter—ha la memoria corta quanto le suole delle polacchine di cui si diceva poco prima. Le "scarpe gelatina" non sono altro che le "seppioline" o "ragnetti", quei sandali odiosi che tutti i bambini nati tra il '78 e il '92 sono stati costretti a indossare in vacanza al mare. Sarà anche una banalità estrema, ma vale la pena ribadirlo: le mode odierne attualizzano i capi che durante la nostra infanzia erano status symbol o inspiegabili forzature della tradizione.

Comunque, gli anni passano e ci aspettano al varco.

Unica ragione per legittimare le Jelly Shoes. Screenshot via YouTube.

Alla fine del decennio scorso—nata dalla stessa radice di quel gusto retrò di cui sopra e alimentata dalla combo fatale di crisi economica & avanzamento tecnologico—comincia a circolare una parola che i quotidiani italiani utilizzano esattamente da ieri: hipster. Questione più noiosa che spinosa, non indica niente di particolare se non un costume di carnevale che sarà molto gettonato tra i nostri figli. Tuttora continuo a non capire perché abbia sollevato tanto sbigottimento critico o sociale. Semplicemente, direi, ecco il vestiario dei giovani degli anni Duemila: di nuovo, consumatori sfrenati che utilizzano massicciamente vari media e sfoggiano grande consapevolezza estetica di mode e sottoculture passate.

A chi chiama in ballo la famigerata ironia—con tutti i suoi occhiali dalla montatura spessa, i baffi a manubrio, la scattofisso e tutto l'equipaggiamento di cose utili trasformato in beni inutili—ricordo che questi sono gli stessi anni in cui H&M diventa Cos, American Apparel lascia il passo a Uniqlo e Zara viene rincorsa da Monki. E se oggi anche Gap ogni tanto fa cose non male (ci ho preso un cappottino dal taglio "operaio maoista" resistentissimo), è difficile trovare un capo con un taglio un pochetto diverso, un maglione croppato ma non a raso ombelico, uno zaino che non mi faccia sembrare un'imbecille scandinava qualunque.

Per il momento mi piace molto lo stile "pre-maman anni Settanta". Ho riqualificato le camicie dal taglio comodo e pantaloni magari un po' alti sui fianchi ma di larghezza normale (basta con i jeans attillati, causa di incurabili vaginiti! Addio pantaloni a palazzo di ridicola fattura pseudo giapponese!). Indosso con orgoglio le Mephisto e ho, come unico vezzo, uno scrunchie di velluto (sintetico) nero. Forse sono molto avanti, o forse, più credibilmente, sto solo invecchiando.

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