Finché gli uomini saranno bomber - Intervista all'ideatrice di #quellavoltache

Dopo il caso Weinstein e le critiche ad Asia Argento, Giulia Blasi ha deciso di raccogliere storie di molestie, abbordaggi, violenze.

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17 ottobre 2017, 8:00am

Giulia Blasi è una conduttrice radiofonica, giornalista e scrittrice. Dopo il polverone sollevatosi per lo scandalo Weinstein e le critiche mosse in particolare verso Asia Argento, Giulia ha deciso di lanciare #quellavoltache, un hashtag che raccoglie le testimonianze di tutte le persone che sono state molestate o abusate.

In poco tempo l'hashtag si è popolato di tweet—per la maggior parte di donne—che raccontano di episodi più o meno gravi, tweet che ammettono di non aver mai avuto il coraggio di denunciare, tweet che spiegano cosa è successo dopo la denuncia e tweet di persone che ancora non se la sentono di raccontare. L'iniziativa ha scoperchiato un mondo che per le donne è molto familiare e allo stesso tempo raramente esplicitato. Vista la portata di #quellavoltache ho deciso di contattare Giulia Blasi e farle qualche domanda su femminismo, violenza e potere.

VICE: In un certo senso, è un sollievo che tutte le assurdità che si sono succedute dopo lo scandalo Weinstein abbiano portato al fenomeno corale di #quellavoltache. Le donne hanno preso la parola, sostituendo la loro voce al coro di opinioni di altri su quello che avrebbero dovuto o non dovuto fare.
Giulia Blasi: Ieri mattina mi sono svegliata con la notizia "Le Iene hanno ripreso l'hashtag," che per me vuol dire che si è aperto il varco che separa la mia bolla dal resto del mondo. Mi arrivano 20-30 tweet ogni dieci minuti di donne che ti dicono "avevo cinque anni, avevo dieci anni." Non immaginavo avrebbe avuto questa risonanza.

Serviva qualcosa di diverso. Di solito quando si parla di donne che hanno subito violenze di varia entità l'opinione pubblica si divide in "Denunciate!" e "Ti ha fatto comodo!"—questo tra l'altro è anche espressione di una differenza politica, per così dire, nel senso che se sei a destra devi echeggiare le parole di Ostellino secondo cui le donne sono "sedute sulla loro fortuna," dire che è una forma di potere e non un ricatto, mentre a sinistra si tende a mettere il peso sulle donne. Cioè: dovete denunciare, non dovete avere paura. Ecco, in realtà stavamo sbagliando discorso. Se sono anni che dici una cosa senza risultati, vuol dire che non sta funzionando.

La cosa molto bella è che per tante è stato davvero liberatorio: alcune non avevano mai detto niente a nessuno. La forza sta anche in questo.
Se ci si mette tutte insieme (io l'ho fatto con fatto con le ragazze del mio gruppo femminista di riferimento, con Gaypost.it, con Pasionaria, e da lì è venuto tutto il resto), ecco, se ognuna mette il suo pezzettino, scoppia la bomba. In più si sono allineati una serie di fattori: un malcontento diffuso, il desiderio di parlare, un desiderio di essere ascoltate, il bisogno di sapere che qualcuno ti dice—anche solo aggiungendoti a una lista—"io ti credo." Essere credute è la cosa principale.

Il fatto è che se non denunci non è sempre perché non puoi. Spesso non lo fai perché sai già che nessuno ti crederà. Perché le volte in cui ti è successo qualcosa le persone che ti stavano accanto ti hanno detto "stai esagerando" oppure "non dovevi vestirti così."

Be', in effetti il modo in cui vengono viste e analizzate tutte le componenti della violenza sessuale si perde spesso nell'analisi dell'ambientazione della violenza. Chi è la vittima? Di che nazionalità è il colpevole? Erano turiste sbronze?
È un discorso complicato che ha a che fare con il sesso, con il nostro rapporto con il sesso, con il rapporto tra le donne e il sesso e con il fatto che in realtà lo stupro usa il mezzo sessuale per esercitare un potere. Quindi a un certo punto il sesso non c'entra più. Come ha detto qualcuno: "se ti danno una palata in testa, non è giardinaggio." Penso che dovremmo riconfigurare tutto il nostro discorso su quello che succede quando un uomo di potere e una donna senza potere si incontrano, eventualità che noi abbiamo allegramente derubricato per anni a "meretricio più o meno volontario."

Da dove dobbiamo iniziare per riconfigurare questo discorso, secondo te?
Innanzitutto, dobbiamo smettere di parlare delle vittime. Di cosa fanno, di cosa non fanno, di quali sono le loro reazioni, di sindacare sul perché fai una cosa piuttosto che un'altra. Perché le nostre reazioni contano meno del fatto che abbiamo rinunciato a educare gli uomini. Banalmente, quelli che dicono "questa potrebbe essere mia figlia, mia madre, mia sorella," non dicono mai "quello potrebbe essere mio cugino, mio padre." Eppure spesso lo è. E tu non fai niente. Anzi, fai battutine e ti dai le gomitate con gli amichetti e dici "Oh bomber."

Le donne in questi vent'anni si sono inventate mille modi per essere donne in maniera diversa. Gli uomini continuano ad avere un solo modo accettabile, cioè il bomber. E non riescono a uscire da questa cosa, è difficilissimo: c'è un'intera cultura della mascolinità tossica che non viene toccata perché considerata il fondamento dell'essere uomini. E siccome inventarsi delle mascolinità alternative diventa problematico per un intero sistema, può capitare che anche le donne ti diano addosso.

Quello delle donne che per screditarne un'altra usano la leva del sesso è un punto interessante. Perché secondo te non c'è solidarietà femminile dal momento in cui la competizione è per un potere che non ci appartiene già a monte?
La risposta semplice è che il patriarcato si regge sulle donne. Non è possibile avere un sistema funzionante senza la complicità della maggior parte dei suoi membri. Per cui gli uomini detengono il potere nelle sue varie manifestazioni, e le donne fanno le zie, le complici. Lavorano per un sistema che promette di proteggerle e di dare loro un ruolo e una dignità, di inquadrarle bene se si comportano bene, per cui una ragazza seria queste cose non lo fa: io sono una ragazza seria, quelle invece no. Il patriarcato si regge sull'essere ognuna un po' più degna delle altre di appartenere al consesso sociale. È una questione di partecipazione al sistema, e il sistema è talmente ben strutturato che noi non lo vediamo.

La questione dell'omertà maschile è un altro tema interessante. Che ne pensi?
Il sistema li protegge molto di più di quanto non protegga le donne. Per cui non vedono i vantaggi [di parlare], in linea di massima. In seconda battuta è perché le donne, come diceva Simone de Beauvoir individuando perfettamente il problema, sono il secondo sesso. Contano un po' meno. Per cui ce ne sono volute migliaia di noi che dicessero la stessa cosa perché tre o quattro, dieci o venti uomini cominciassero a dire "io non avevo capito."

E non necessariamente devi molestare le donne, perché mica tutti gli uomini lo fanno, però buona parte fa altre cose che sono espressione del sistema.

In ultima analisi, le donne sono qualcosa che si ha, non le persone che sono. Quindi case, macchine, Rolex, yacht, donne. Di Hefner è stato detto in mille modi. Che "ha avuto donne." Avuto. Come se fossimo delle cose da possedere. E lui le possedeva, cioè le prendeva, le chiudeva nella Playboy Mansion, gli dava la paghetta, e tu hai un bel dire "eh, ma ci andavano di loro spontanea volontà."

Ecco, citi Hugh Hefner quindi te lo chiedo. Come risolvi la dissonanza cognitiva del "le donne hanno il diritto di fare quello che vogliono" e "le donne scelgono di entrare nella Playboy Mansion"?
Io continuo a parlare di uomini. Qui stiamo ancora parlando di donne che possono più o meno compiere una scelta consapevole. Ma questa storia della consapevolezza è vera fino a un certo punto. Il problema è che esiste una cultura in cui quello che ha fatto Hefner per quarant'anni era giusto, normale. Lui approfittava di quella che era una falla nel sistema. E la falla era l'idea che andasse benissimo che lui collezionasse donne come pupazzetti. Quindi non si tratta—di nuovo—di cosa abbiano fatto le bunnies.

Effettivamente sto continuando a parlare di donne. Che poi è quello che è successo con Asia Argento. La prima reazione—o almeno quella più vocale inizialmente—non è stata "che stronzo Weinstein." Si è parlato di quale fosse la responsabilità della donna. Dire di sì, dire di no, dire di sì per un tornaconto. Che a ragionarci bene verrebbe da dire: "Se anche avesse detto di sì per un tornaconto, la colpa rimarrebbe comunque di chi l'ha messa in quella posizione." Le donne vengono relegate a un ruolo passivo e allo stesso tempo devono averne uno attivo nel regolare gli istinti naturali maschili.
Le donne devono caricarsi della responsabilità di quello che sta succedendo loro. Per di più con operazioni disoneste tipo mettere sullo stesso piano avances fatte in contesto pubblico—che sono sgradevoli, sono inopportune e sono sicuramente parte dello stesso sistema, ma da cui volendo puoi scappare—e veri e propri ricatti sessuali.

Miriana Trevisan ha raccontato che fin da quando era ragazzina è stata scelta—perché poi ti fanno passare per eletta—e quindi veniva invitata alle feste, sugli yacht… E le persone intorno a lei le dicevano che non faceva "pubbliche relazioni." Le colleghe le dicevano "ci sono calciatori e produttori che sbavano per te: dopo te la lavi ed è tutto come prima." E di questa cosa non ne sta parlando nessuno! Eppure ecco, anche qui in Italia, quello che le persone stanno cercando di dirci è che quello che succede nelle stanze chiuse è ricatto, non è mercimonio.

Parlando di un altro tipo di reazioni alla vicenda: le dichiarazioni di Natalia Aspesi mi hanno molto colpita, non me le aspettavo.
È triste, per certi versi, perché vedi la differenza tra la nostra generazione e quella precedente, che dava per scontato che fossero le donne a dover portare il peso della nostra incolumità fisica e mentale. Il suo pensiero, quel "Se non ci andavi non ti succedeva niente," se lo stringi tantissimo diventa "Se non esci di casa non ti succede niente." Vuol dire costringere le donne alla marginalità. E soprattutto dimentica che il punto non è "se non ci andavi non succedeva niente," ma che non esiste un mondo in cui da sola con un uomo non ti possa succedere qualcosa.

Lo trovo indifendibile, e mi dispiace perché spero sempre che le nostre madri e le nostre nonne abbiano la capacità di sorreggerci e sostenerci. E invece spesso ci abbandonano. Io oramai [essendo nata nel 1972] sono grande abbastanza per essere la mamma delle nuove femministe, e l'unica cosa che sento di poter fare è stare a sentire. Com'è che loro vogliono portare avanti la loro lotta? Anche in maniere che per me sono assurde, come parlare tantissimo di sesso, di corpo. Evidentemente questa è la vostra cifra. E poi ce ne sarà un'altra.

Penso che la questione del corpo e del sesso si leghi a ciò che è successo nella società negli ultimi decenni. Da un mondo più o meno austero e pudico si è passati a un mondo nel quale il sesso era ed è estremamente visibile, ma allo stesso tempo non appartiene mai alle donne, che se lo fanno diventano troie. Insomma sesso ovunque, tranne che per noi. Secondo me, riappropriarci del sesso è istintivamente un buon modo per spuntare le armi di chi lo usa per stigmatizzarci.
C'è un problema enorme nel fatto che le persone considerino ancora le donne come oggetti; e c'è un problema enorme nel fatto che le persone pensino che tra sesso e stupro ci sia la distanza di un non essersi capiti.

Dove pensi che andrà a finire #quellavoltache?
Se devo essere sincera, concretamente da nessuna parte. Nel senso che è un momento di autocoscienza collettiva che sta durando da qualche giorno ed è molto sostenuto. Ma quando si poserà la polvere si comincerà a parlare di altro.

Eppure raccogliere tutti quei tweet e averli archiviati servirà, quando succederà un'altra volta, a dire "non veniteci a raccontare che è colpa nostra, non ci venite a dire che non sapevate perché ecco, questa cosa qui è successa. Qui c'è un catalogo di molestie, violenze e abusi da far accapponare la pelle. Non ci venite a dire che è colpa nostra." Quando la polvere si poserà, il meglio che può succedere è che si cominci a parlare seriamente dei casi di abuso qui in Italia. Che qualcuno sia costretto a smettere.

L'intervista è stata editata e condensata per ragioni di chiarezza.