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Circuit Des Yeux suona la musica degli spiriti

La psichedelia della cantautrice americana nasce da appartamenti freddi, cuori spezzati e una notte passata in preda alle convulsioni.

di Giacomo Stefanini
16 novembre 2018, 4:01pm

Foto di Michael Vallera per gentile concessione di Linecheck Festival.

Nel 2011 avevo deciso di aiutare uno dei miei artisti underground preferiti ad aggiungere alcune date in Italia al proprio tour europeo. Era in giro da solo, in treno, chitarra e zaino, e quando è arrivato a casa mia aveva attraversato già quattro o cinque nazioni europee e vissuto varie disavventure che gli avevano lasciato una costola incrinata, dei documenti che dicevano che non era più il benvenuto in Germania e un discreto bisogno di stordirsi in varie maniere per riuscire ad arrivare a sera, suonare e dormire decentemente.

Una parte di questo tour l’aveva condivisa con la sua amica Haley Fohr di Lafayette (Indiana, USA), allora poco più che ventenne ma già al terzo album del suo progetto Circuit Des Yeux. I racconti della sua “luccicanza” mi avevano impressionato: nelle parole del mio ospite era una specie di sciamana postadolescente che riceveva la propria musica dagli spiriti. A casa avevo un suo singolo che ricordo come un affare magico, viscerale ma piuttosto inaccessibile (purtroppo non se ne trova traccia su Internet). Lui mi parlava di un talento naturale che non metteva filtri alla propria espressione, passando da suite noise a intimi set per chitarra e voce. Soprattutto voce.

I primi tre album, Symphone, Sirenum e Portrait (tutti usciti per De Stijl), Haley li ha incisi che era ancora una teenager. Sono dischi che, come molte delle cose che uscivano in quella zona degli Stati Uniti, in quella scena e in quel periodo, portano il concetto di lo-fi all’estremo: una fitta nebbia di fruscio analogico soffoca suoni di chitarre acustiche, voci, tastiere, effetti psichedelici e rumori “trovati”, come se stessimo ascoltando un nastro privato dimenticato in un armadio, una specie di psicodramma in cassetta. Ascoltandoli, è palpabile l’aumento di messa a fuoco progressivo e di controllo dei propri mezzi.

Nel 2012 ha lasciato l’Indiana e si è trasferita a Chicago dove, come racconta in maniera brillante in questa intervista rilasciata al tempo alla webzine USA Terminal Boredom (mia bibbia personale, ma questa è un’altra storia), ha registrato il suo quarto album in condizioni di vita, lavoro e spirito molto precarie. Overdue è il prodotto dell’insicurezza di una nuova città, di una storia d’amore andata male, della mancanza di soldi e di riscaldamento in casa, del furto di tutta la sua strumentazione. Come avrà modo di dichiarare in seguito, le circostanze avverse hanno avuto un’influenza fortissima sulla produzione di Circuit Des Yeux. Nel frattempo si laurea in ingegneria del suono e si dedica a perfezionare la sua tecnica chitarristica e il risultato è un album che si lascia alle spalle l’inaccessibilità lo-fi (pur mantenendo calore e intimità) per dedicarsi a una forma di art-folk che passa per sperimentazioni vocali, stilettate di chitarra elettrica distorta ed eterei quanto inquietanti drappeggi di archi. Tutta la registrazione avviene in uno studio costruito a espedienti dentro una stanza occupata: “Abbiamo truffato il Guitar Center DUE VOLTE ‘comprando’ un preamplificatore valvolare e poi restituendolo poche ore prima del termine dei 60 giorni, ottenendo il rimborso totale”, racconta Haley gongolando nell’intervista.

È con questo album autoprodotto e “maledetto” che Circuit Des Yeux comincia davvero a conquistarmi. E del resto il salto di qualità è innegabile. In Overdue incomincia a vedersi la strada che porterà Circuit Des Yeux a diventare l’ambiziosa compositrice e performer che è oggi, in grado di sfidare in intensità mostri sacri come Diamanda Galás, Nick Cave o Lydia Lunch. In una vecchia recensione ho letto che la voce di Haley sarebbe in grado di rendere drammatica qualunque combinazione di parole, e a provarlo è “Nova 88”, un quasi-blues in cui Haley si lascia possedere temporaneamente dallo spirito di Alan Vega: la frase “I’m rolling, rolling in my Nova 88” suona come un lamento funebre. “Lithonia” e “Acarina” sono altri due perfetti esempi della sua esplosiva creatività. Nella prima le sue melodie baritonali s’insinuano in un groviglio di archi fino all’ingresso di una epica chitarra distorta, che la porta in territori quasi spoken word alla Patti Smith; nella seconda, la sua voce ubriaca (“Avevo accidentalmente bevuto un’intera bottiglia di Jim Beam prima di registrare il cantato”, racconta nell’intervista di cui sopra) s’interseca tra sussurri e urla a poche note essenziali di chitarra e riverberi ultraterreni.

Dopo Overdue e un conseguente lungo tour, Haley è pronta per progetti più seri: l’album seguente, In Plain Speech, sarà prodotto da Thrill Jockey nel 2015. Per la prima volta vede la collaborazione di altri musicisti (“Non posso più permettermi la solitudine”, dichiara a Impose), e conferma Circuit Des Yeux come uno dei nomi più interessanti della scena underground sperimentale. A circondare chitarra e voce (e synth e dodici corde e basso e piano) di Haley, qui troviamo vari personaggi della scena di Chicago (principalmente componenti di Bitchin Bajas e Verma) ad arricchire lo spettro sonoro dell’album, il che lo rende senza dubbio il disco più riccamente strutturato di Circuit Des Yeux. L’atmosfera che si respira è ampia e luminosa, gli arrangiamenti si muovono lungo un paesaggio meditativo, alcuni in direzioni più drone, altri più folk. “A Story Of This World” è un lungo sogno, quasi orchestrale, in cui Circuit Des Yeux è un animale guida che ti trasporta dal lago della fantasia alla grotta della consapevolezza.

Il difetto di In Plain Speech non l’avrei mai trovato, se non fosse uscito l’album successivo. E non so forse nemmeno bene come descriverlo. Il fatto è che In Plain Speech è un album sobrio, intendo composto e registrato con perizia e lucidità da musicisti al pieno delle proprie possibilità, canzoni ben scritte e ben arrangiate che prendono il controllo delle emozioni di chi le ascolta. Reaching For Indigo invece no, Reaching For Indigo è un treno carico di fiori e ossa umane che deraglia in un deserto indaco e si schianta in un mondo sotterraneo dai colori di un perenne autunno fluorescente.

La storia dietro l’album è degna di una favola. Dopo l’uscita di In Plain Speech Haley aveva deciso di prendersi una pausa dall’intensità emotiva di Circuit Des Yeux e di dare vita a un nuovo progetto, interamente “artificiale”, che fosse solo intrattenimento e non avesse nulla a che fare con lei. Così è nata Jackie Lynn, una trafficante di droga del Sud degli Stati Uniti in fuga dalla legge, una specie di antieroina country-elettronica. Il suo disco Alien Love è un esperimento quasi ludico, con synth analogici che brillano in sottofondo a pezzi pop di sapore anni Sessanta, come se i White Noise o i Suicide avessero deciso di cimentarsi in cover dei Buffalo Springfield o di Roy Orbison. Registrato questo album, improvvisamente, una forza cosmica sconosciuta la riporta repentinamente a Circuit Des Yeux.

È la sera del 22 gennaio 2016 quando Haley, in un momento di oscurità emotiva, viene sopraffatta da un terremoto spirituale. Lo descrive come “una fortissima luce bianca” che “veniva da dentro” e che “mi ha investita di una consapevolezza che non sapevo di stare cercando”. Ma non è solo una sensazione, è un vero fenomeno fisico: “Avevo le convulsioni e vomitavo e piangevo”, ha raccontato a Loud And Quiet. “Era come se venisse da fuori di me, è stato davvero spaventoso”. Da questa esperienza emerge esausta, ma anche euforica e lucida. Si rifugia in una casa isolata per qualche mese, lasciando che la polvere alzata da questa esperienza si depositasse. Nel corso dell’anno successivo, la sua vita è condizionata da un nuovo assetto mentale positivo e da una sensibilità accresciuta per colori come il rosso e il blu.

Da qui nasce Reaching For Indigo (Drag City, 2017), e ora è chiaro perché l’abbia descritto come un treno che deraglia. Per registrarlo, Circuit Des Yeux abbandona lo studio e ritorna in cantina, a quell’approccio DIY che aveva reso Overdue un’opera così intima. “Brainshift”, la canzone piazzata in apertura, sembra trasportarci direttamente sul pavimento con Haley quella notte di gennaio, a sinapsi impazzite, investiti da risposte a domande che non conosciamo: “Il mondo vuole un giuramento / Ma tutto quello che riesci a dire / è “prometto di occupare spazio” / “Posso solo promettere di occupare spazio”. “Paper Bag” sembra concepita per mettere in musica un trip da DMT, con il suo intro puntinista e il suo ritmo zoppicante. L’elettricità alla Velvet Underground di “A Story Of The World Pt. 2” è sovrastata da ululati estatici che ricordano le esperienze di John Lennon e Yoko Ono. Haley torna a parlare in prima persona, narrando le acrobazie del suo cervello e un mondo esterno popolato da fantasmi, un mondo dai colori brillanti e dalle forme tremolanti come in un trip da LSD o un quadro di Dalì ("Flip-flop, flip-flop, stai muovendo le labbra / Le parole sgorgano come vino spagnolo").

È difficile immaginare in che direzione si possa muovere la musica di Circuit Des Yeux dopo un album così (nell’ultimo periodo sono abbondati gli esperimenti di sola voce processata e le sonorizzazioni cinematografiche), ma vista la giovane età e il potenziale enorme che lei e gli spiriti che la accompagnano hanno dimostrato, sono pronto a seguirla in qualunque dimensione parallela mi voglia condurre.

Di certo, il coronamento del mio rapporto da fan con lei sarà vederla finalmente suonare dal vivo (sempre dall’intervista a Loud And Quiet: “Quando sono sul palco è l’unico momento della mia vita in cui mi sento me stessa al 100 percento”) nelle due date italiane del suo tour: il 22 novembre al Linecheck Festival di Milano e il 24 al Transmissions Festival di Ravenna.

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