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Come decidi di lasciare il tuo paese per andare a combattere l’ISIS da volontario

Abbiamo cercato di capire perché sempre più ragazzi raggiungono volontariamente la Siria per combattere lo Stato Islamico sul campo.

di Tim Hume
10 gennaio 2017, 11:05am

Foto: Associated Press via VICE News

Il ventenne inglese Ryan Lock, e il canadese di 24 anni Nazzareno Tassone, sono stati uccisi il 21 dicembre scorso durante uno scontro a Raqqa, capitale dell'autoproclamato Stato Islamico.

La notizia della loro morte è stata resa pubblica solo di recente, dopo un annuncio delle autorità dell'YPG—l'Unità di Protezione Popolare curda. Sono stati gli ultimi volontari a morire combattendo contro l'ISIS a fianco dei curdi in Siria.

Lock è il terzo britannico a morire sul campo, tra le centinaia di occidentali che hanno deciso di imbracciare le armi contro l'ISIS: da mesi, infatti, volontari di questo tipo continuano ad arrivare in Siria da tutta Europa—Italia compresa—mossi dalle ragioni più varie.

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Macer Gifford, che ha combattuto coi curdi, ha spiegato a VICE News che i volontari occidentali si possono generalmente dividere in due categorie.

Alcuni lo fanno per l'ideale, disgustati da uccisioni sommarie e violenze perpetuate dall'ISIS nei confronti di curdi, yazidi, cristiani e altre minoranze—gruppo di persone al quale Gifford ritiene di appartenere.

Gli altri—continua—sono invece ex militari che hanno già combattuto contro estremisti islamici in Medio Oriente e Afghanistan: non concordi con la decisione di abbandonare l'Iraq e 'lasciare il paese' in mano al terrorismo, avrebbero decido quindi di lanciarsi autonomamente sul campo di battaglia per riempire i vuoti creati dal ritiro delle forze occidentali in quelle regioni.

Non mancano, però, personaggi eccentrici o in cerca di gloria, così come quelli che preferiscono scappare dai 'problemi di casa' imbracciando un fucile in Medio Oriente.

Senza background militare

Secondo i media UK, Lock sarebbe arrivato in Siria senza alcuna preparazione militare, e si sarebbe unito all'YPG dopo aver detto ai propri familiari che sarebbe andato in Turchia per una vacanza. Suo padre John, stando a quanto raccolto dal Guardian, ne parla come di un ragazzo "amorevole, che farebbe di tutto per aiutare il prossimo."

L'YPG ha menzionato i due—usando il loro nome di battaglia in curdo—in un comunicato in cui assicura che "verranno ricordati per sempre." Molti account pro-curdi, inoltre, gli hanno tributato onori e frasi di commiato, celebrandoli come dei martiri.

I turchi, nel nord della Siria, hanno per lungo tempo attaccato sia i curdi che i combattenti dello Stato Islamico, nel timore che istanze e porzioni di territorio controllato dall'YPG si espandessero anche nel sud del paese.

Gifford ci ha riferito di non aver mai incontrato Lock, ma che ha cercato di entrare in contatto con lui dopo un bombardamento turco risalente al 24 novembre scorso, nel quale sono morti 12 combattenti della sua unità—compresi due volontari stranieri: Michael Israel, cittadino americano, e il tedesco Anton Leschek.

Reagire alla violenza dell'ISIS

Come molti volontari, Gifford aveva deciso di unirsi alla lotta dopo aver letto di genocidi e vessazioni contro la minoranza degli yazidi.

Era già stato due volte in Siria, ci racconta: la prima per sei mesi, la seconda per circa otto. Ad oggi, si occupa di raccogliere fondi per finanziare l'acquisto di strumentazioni mediche.

Facendo una stima approssimativa, Gifford ritiene che gli occidentali che combattono volontariamente al fianco dei curdi siano circa duecento, molti dei quali entrati in battaglia senza destare le attenzioni dei loro paesi d'origine.

Il processo di arruolamento non è tra i più complicati: i volontari entrano in contatto con l'YPG attraverso i social media—con canali come la fanpage "Lions of Rojava"; una volta selezionati in base alle loro motivazioni, raggiungono l'esercito nel nord dell'Iraq, sede di un governo regionale semi-autonomo, prima di oltrepassare il confine con la Siria.

Qui vengono addestrati, gli viene insegnato a maneggiare armi da guerra, gli vengono impartiti i primi rudimenti della lingua curda e della storia regionale. Dopodiché, vengono assegnati a un'unità a loro scelta, che non abbia però più di cinque stranieri per gruppo.

I rischi del mestiere

Oltre ai rischi sul campo—gli occidentali sono prede graditissime per l'ISIS—molto spesso i combattenti devono affrontare problemi giudiziari molto seri in patria, in caso abbiano commesso crimini mentre combattevano all'estero.

Gifford ha visto cambiare in poco tempo il prototipo del volontario che abbraccia la causa dell'YPG: si è passati da ex-soldati anglofoni in cerca di giustizia e rivincite, a ragazzi di sinistra motivati politicamente—molti di questi, di recente, provenienti dalla Germania.

Malgrado a molti manchino le basi della vita militare, però, il fronte diventa per tutti l'inevitabile e agognato approdo di questo viaggio: nonostante sia solo una piccola porzione delle forze a favore dei curdi—che conterebbero più di 50mila unità—la presenza occidentale volontaria è altamente simbolica e decisamente apprezzata.

"I curdi adorano i combattenti stranieri: si sentono meno accerchiati dai nemici," spiega Gifford. "Gli occidentali che abbracciano la loro causa sono trattati sostanzialmentecome degli eroi."

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