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Una guida per chi non sta capendo un cazzo sulle prossime elezioni in Italia

Oggi alla Camera si vota la nuova legge elettorale: abbiamo cercato di capire come funziona, e quando FORSE potremo andare a votare.

di Vincenzo Marino
07 giugno 2017, 8:55am

Foto Università Ca' Foscari Venezia/Flickr

Nella giornata di ieri, alla presenza di meno di venti deputati, è cominciata alla Camera la discussione sulla nuova legge elettorale che verrà votata oggi, mercoledì 7 giugno.

La nuova proposta di legge è il frutto di un compromesso tra PD, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega Nord.

Il fatto che per la prima volta si sia trovato un accordo fra le quattro principali formazioni politiche italiane, e che il dibattito si sia già spostato in aula, fa pensare che le elezioni siano più vicine di quanto si pensasse, o comunque che possano essere fissate prima della scadenza naturale della legislatura (2018).

In queste settimane, in sostanza, la politica italiana sta cominciando a muoversi lentamente verso nuove elezioni, con regole nuove e con tutto quello che ne consegue dal punto di vista politico.

Abbiamo cercato di riassumere per punti, e sinteticamente, tutto ciò che è necessario sapere.

Quando si vota, FORSE?

Ad oggi, stando a molti analisti e calendario alla mano, FORSE si vota a fine settembre.

Per farcela occorre che la nuova legge—presentata ieri in Aula e già rivista dalla commissione Affari Costituzionali—venga esaminata dal Senato dal 12 giugno in poi, per essere poi approvata a luglio.

In particolare, se a quel punto saranno ancora tutti d'accordo e nessuno farà ostruzione in Aula, la legge potrà ricevere l'ok del senatori anche prima del 7 luglio. In tempo per creare una crisi politica.

Renzi dice che non gli interessa.

Il passaggio successivo, infatti, dovrebbe essere convincere il presidente della Repubblica Mattarella a sciogliere le Camere, emanare il decreto con il quale si fissa la data delle elezioni, e farlo pubblicare dalla Gazzetta Ufficiale "non oltre il 45esimo giorno antecedente a quello delle votazioni."

Dal momento in cui vengono sciolte le Camere c'è un lasso di tempo che va dai 45 ai 70 giorni per andare alle urne: questo vuol dire che per andare al voto il 24 settembre—la data più accreditata al momento—bisognerebbe convocare le elezioni tra il 16 luglio e il 10 agosto, e quindi sciogliere le Camere tra il 14 luglio e l'8 agosto.

Sostanzialmente: campagna elettorale in piena estate. Ma già domani lo scenario potrebbe cambiare: l'ex presidente Giorgio Napolitano ha parlato di abnormità extracostituzionale, e il suo parere in genere è piuttosto rilevante.

Come si vota, FORSE?

Questa è la parte più complicata, se possibile.

Innanzitutto: FI, PD, M5S e Lega hanno trovato un accordo sul cosiddetto "modello tedesco"—almeno dal punto di vista nominale, perché non c'entra moltissimo con il sistema vigente in Germania.

Si tratta di una legge che si definisce "proporzionale", ma con un meccanismo "maggioritario" per la selezione dei candidati.

Questo vuol dire che ogni partito riceve un numero di seggi proporzionale al numero di voti che prende, a patto che riesca a superare una soglia minima di sbarramento—che per accordo fra i quattro è stata portata al 5 percento: chi prende meno resta fuori.

Gli ultimi dati aggiornati al primo giugno, rilevati da SWG.

I parlamentari eletti verranno scelti su base "uninominale". Quindi: in ogni collegio elettorale (su base nazionale sono 225 per la Camera e 115 per il Senato) ogni partito potrà candidare un solo deputato o senatore, il cui nome verrà indicato nella scheda.

A urne chiuse, una volta stabilito quanti parlamentari spettano a ogni partito, verranno eletti i candidati che hanno vinto nei diversi collegi: alla fine—quindi—ci troveremo almeno 225 deputati su 630 e 115 senatori su 315 scelti nei collegi uninominali, ai quali poi andranno aggiunti quelli dei collegi esteri e quelli di Trentino Alto-Adige e Valle d'Aosta.

Quelli che mancano, infine, verranno scelti fra i nomi inseriti nella lista indicata sulla scheda elettorale di fianco al nome del candidato del collegio.

A questo punto, in base al numero di volti ottenuti dal partito in una circoscrizione (in Italia sono 28) si calcola quanti parlamentari in più spettano al partito pescando dal listino "bloccato" (il primo in lista passa, poi il secondo e così via).

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Per farla breve: il giorno delle elezioni avremo due schede: una per la Camera e una per il Senato (se maggiori di 25 anni).

In ogni rettangolo presente nella scheda, e che dovremo barrare con una croce, ci saranno: il nome del candidato del collegio uninominale, il simbolo, e una lista bloccata che va da due a sei nomi.

Per capire chi vince si guarda prima al candidato uninominale con più voti, e poi si distribuiscono gli altri seggi pescando dai listini in base a quanti voti sono stati presi.

Cosa potrebbe succedere dopo aver votato con questo sistema, FORSE?

Qui si entra nel cuore più propriamente politico della questione.

Al momento i partiti maggiori si tengono quasi tutti con le mani piuttosto libere, senza escludere categoricamente (specie nel caso di PD e FI) una convergenza post-elettorale.

Allo stato attuale, sono tutti sostanzialmente in attesa di capire se i partiti più piccoli (Campo Progressista di Pisapia, Articolo1 degli ex PD, Sinistra Italia, Fratelli d'Italia, Alternativa Popolare di Alfano) riusciranno a superare la soglia del 5 percento o si alleeranno per farcela.

Cosa succede, però, nel caso in cui nessuno—anche con un accordo post-elettorale—riuscisse a superare un numero sufficiente di deputati e senatori per avere la maggioranza parlamentare, o se non ci fosse spazio per alleanze (come già pronosticabile, per esempio, nel caso dei Cinque Stelle)?

La risposta è ¯\_(?)_/¯

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Foto Università Ca' Foscari Venezia via Flickr, pubblicata su licenza Creative Commons

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