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Italia

Dentro al ‘Satellite’, il quartiere-ghetto alle porte di Milano da cui tutti vogliono scappare

Concepito negli anni Sessanta come quartiere modello, il "Satellite" di Pioltello è diventato un 'ghetto' in cui si alternano mafia, disoccupazione e criminalità.
26.5.16
Foto di Andrea De Cesco

Zaffate di curry si mescolano con l'odore di carne alla brace. Le radici di manioca sono esposte sui banchi degli ortolani della zona accanto a frutti esotici. Un uomo con il turbante osserva pensieroso la vetrina di un negozio di sari colorati.

Dai balconi dei palazzi spuntano parabole grigiastre per lo sporco. Per alcuni, le reti televisive del proprio paese sono l'unica forma di contatto con il mondo al di fuori del quartiere.

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A Pioltello, paesotto di 37mila abitanti alle porte di Milano, il 25 per cento della popolazione è composto da stranieri. Ma al Satellite, 55 palazzi di nove piani per un totale di quasi 10mila persone, la percentuale è molto più alta: si stima che gli italiani siano due abitanti su dieci, con circa cento diverse nazionalità concentrate in poco più di un chilometro quadrato, e secondo l'Ufficio Anagrafe del Comune di Pioltello, sui 7.335 residenti ufficiali del quartiere, il 60 per cento circa sarebbero extracomunitari (4.454).

Si tratta di dati non verificati: in molti sottolineano la necessità di fare un censimento dei residenti del quartiere, ma il sovraffollamento degli appartamenti, il subaffitto irregolare e la presenza di occupanti abusivi complicano parecchio la cosa. Lo scorso febbraio, i Carabinieri della Compagnia di Cassano d'Adda hanno trovato in un appartamento occupato dieci albanesi irregolari e 5mila euro di refurtiva.

In ogni caso, basta dare un'occhiata in giro per capire che le stime di amministratori condominiali, politici e servizi sociali sono verosimili.

Non a caso, proprio qui il Comune ha istituito il cosiddetto Sportello Stranieri, che offre consulenza per pratiche amministrative quali il permesso di soggiorno. "Si rivolgono a noi tra le 20 e le 40 persone al giorno," dice a VICE News Valentina Pometta, che lavora allo sportello dal 2000. "Spieghiamo loro come muoversi senza farsi fregare."

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Il Satellite è una specie di 'paese nel paese'. Ogni famiglia sembra aver portato con sé gli usi e i costumi della propria terra, senza compiere grandi sforzi di adattamento. E sebbene Alessandra Tripodi, secondo commissario prefettizio del Comune nel giro di un anno e mezzo, parli di diversità come "elemento di ricchezza, di unicità," i pioltellesi si sono presto sentiti invasi, e ricordano quasi come un vanto quando, negli anni Settanta, il criminale Renato Vallanzasca aveva scelto proprio Pioltello per nascondersi.

Alcuni migranti stessi, specie quelli che al Satellite ci vivono da anni, dicono a VICE News che – secondo loro - "ora ci sono troppi stranieri. Un tempo era più tranquillo."

Un gruppo di sudamericani in un giardino pubblico (Andrea De Cesco/VICE News)

Giovanni, 52enne siciliano cresciuto a Seggiano (una frazione di Pioltello), frequenta il quartiere da oltre 30 anni, dove abitano amici e parenti. Parla seduto su una seggiola di plastica fuori dal bar Sport, dove lo scorso dicembre nel corso di una sparatoria è stato ucciso un uomo di nazionalità albanese.

Come ci spiega lui stesso, Giovanni è disoccupato: si mantiene grazie alla pensione della madre e a qualche lavoretto occasionale. Ha gli occhi spenti, i capelli radi, la pelle cadente. "Qui ci sono tutte le razze del mondo, è normale che ci siano scontri," sentenzia sorseggiando un Negroni. "Ma se ti fai i fatti tuoi, nessuno ti dà fastidio. La verità è che il Satellite non è mai cambiato: prima c'erano i terroni, ora ci sono gli stranieri."

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Erano gli anni Sessanta quando la società Immobiliare Milano acquistò alcuni terreni per realizzare un grande complesso residenziale destinato al ceto medio, dotato di scuole, di campi da basket e da tennis e di parchi giochi per i bambini. Il progetto anticipava di un decennio la Milano 2 di Silvio Berlusconi.

I lavori furono accompagnati da un'intensa campagna pubblicitaria per presentare la nuova 'Città Satellite di Milano', dove poter vivere lontano dal caos cittadino ma in una situazione completa di tutti i servizi.

Qualcosa però andò storto. I palazzoni di nove piani attaccati l'uno all'altro davano un senso di oppressione, e i collegamenti per raggiungere la città erano scomodi. Gli appartamenti si deprezzarono e l'Immobiliare Milano entrò in crisi.

Si tentò di vendere alcuni alloggi agli operai delle ditte costruttrici, con scarsi risultati. Alla fine, le banche creditrici presero in mano la situazione.

Nel frattempo il quartiere era sorto, complice la mancanza di un piano regolatore. I bassi prezzi attirarono gli italiani che in quel periodo stavano immigrando dal Meridione verso il Nord industrializzato.

Ma non appena tra gli anni Ottanta e Novanta iniziarono ad arrivare i primi stranieri, chi aveva acquistato casa lì colse la palla al balzo per disfarsene e andare a vivere in una zona che reputavano migliore.

Ogni anno decine di appartamenti vengono venduti per poche migliaia di euro alle aste giudiziarie (Andrea De Cesco/VICE News)

Cosimo, un distinto signore sulla sessantina, al Satellite non ci vive più dagli anni Settanta, anche se è spesso al Leo Bar per fare quattro chiacchiere con i vecchi amici. "Allora qui ci vivevano papponi e prostitute di lusso," racconta a VICE News.

In quegli stessi anni Pioltello stava diventando il rifugio di diversi criminali, tra cui Renato Vallanzasca, che per qualche tempo si nascose in un appartamento blindato a Seggiano. "Lo chiamavano Renatino. Era fidanzato con una ragazza del paese," ci dice Simone, 34 anni, il proprietario del Leo Bar.

Mustafa, 19enne turco-ceceno residente nel quartiere (Andrea De Cesco/VICE News)

Come emerge da alcune operazioni antimafia degli anni Novanta, nel Comune operavano (e in qualche caso operano ancora oggi) diversi mafiosi. Fino a che nel 2008 non venne aperta una locale dell'organizzazione, che vide molti suoi uomini arrestati nel corso dell'indagine 'Dionisio' del 2012.

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La locale Gestisce i videopoker nei locali della zona (al Satellite tutti i bar sono provvisti di slot machine), ma soprattutto si occupa direttamente del traffico di sostanze stupefacenti e, in parte, di armi.

"La droga che circola nel Satellite proviene dai mafiosi," afferma Alberto Taetti, ex assessore ai Servizi Sociali. Basta dare un'occhiata alle notizie riportate dai giornali per rendersi conto di quanto lo spaccio sia diffuso nel quartiere.

"A spacciare nel quartiere sono soprattutto i magrebini," sostiene Lorenzo Mastrangelo, Comandante della Polizia Locale dal 2007. "Gli albanesi invece in genere rappresentano i quadri intermedi." Gli ultimi interventi dei Carabinieri della Compagnia di Cassano d'Adda hanno riguardato due marocchini: uno nascondeva sei chili e mezzo di hashish in garage, l'altro usava un ascensore come punto vendita della cocaina.

Chiesa evangelica (Assemblea di Dio in Italia), a Pioltello dal 1985 (Andrea De Cesco/VICE News)

"Ma il Satellite non è l'aberrazione che ci si può aspettare," prosegue Mastrangelo. "Si tratta per lo più di criminalità di strada. Oltre allo spaccio, contraffazione di documenti, specialità dei pakistani, e furti. È capitato di trovare armi tra la refurtiva."

Anche le liti in famiglia sembrano essere all'ordine del giorno, al pari delle faide tra gang. "Qualche anno fa albanesi ed ecuadoriani si contendevano il controllo di via Leoncavallo," racconta Claudio, un altro degli avventori del Leo Bar.

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Secondo i dati del 2014, a Pioltello la disoccupazione sfiora il 30 per cento, ed è uno dei paesi della provincia di Milano con il più basso reddito per popolazione.

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Nel quartiere avere un lavoro è un lusso di pochi. Nella maggior parte dei casi, si tratta di attività pesanti, umili, pagate una miseria e per di più in nero. Gruppetti di persone trascorrono ore seduti sui muretti e sulle panchine. Sembra che nessuno abbia mai veramente qualcosa da fare.

Leggi anche: Prostituzione, schiavitù, abusi: nella società parallela dei migranti a Castel Volturno

Per questo sempre più persone hanno aperto una propria attività commerciale, ma la liberalizzazione ha annientato qualsiasi forma di strategia. Spopolano le macellerie halal, i negozi di alimentari e i phone center.

Una delle tre macellerie di via Mozart appartiene alla famiglia di Rahmath, 17enne bangladese. Di mattina studia economia aziendale all'istituto tecnico Gramsci, a qualche centinaia di metri dal Satellite. Di pomeriggio si dà da fare in negozio.

"Preferisco lavorare qui che essere sfruttato da qualche italiano," afferma il ragazzo. "Anche se prima si stava meglio, il quartiere mi piace. Non c'è nulla come Pioltello in Italia."

Associazione Özgür Türk, dedicata ai residenti turchi. È stata aperta nel 2011 (Andrea De Cesco/VICE News)

Basta fare pochi passi per imbattersi nella macelleria di Omar, egiziano di 32 anni. Sposato con una donna calabrese, Omar è al Satellite da sette anni. "Prima lavoravo in una macelleria a Brescia", racconta a VICE News, con il grembiule insanguinato teso sul ventre prominente. "Un giorno un tunisino si è messo a fumare una canna davanti a me. Gli ho detto che mi dava fastidio e lui mi ha dato del 'figlio di puttana'. Allora ho preso un coltello e gli ho tagliato un orecchio."

Omar e gli altri musulmani del quartiere stanno cercando di acquistare, per un milione e mezzo di euro, un capannone in zona per farne una moschea. Nel frattempo, si riuniscono a pregare nella sede dell'associazione "El Huda" – uno dei due luoghi di culto del Satellite, insieme alla Chiesa Evangelica.

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L'associazione si trova in un seminterrato. È impossibile individuare l'ingresso, a meno che non te lo indichi qualcuno. Il pavimento è ricoperto da un morbido tappeto in gomma verde acqua, che durante gli orari di preghiera è interamente occupato dai fedeli – tra cui parecchi bambini. Fuori, decine di paia di scarpe sono adagiate su apposite rastrelliere.

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Una piccola zona del seminterrato separata da un muro è dedicata alle donne. Tra di loro c'è Fatima, giovane madre egiziana. La preghiera per lei è l'unico momento di socializzazione della giornata.

In generale, la vita qui è più dura per le donne, come lo è sempre stata. Una delle rare occasioni che hanno per uscire di casa e dedicare tempo a loro stesse è offerta dall'associazione 'relAzioni', fondata quattro anni fa da Francesca Cirillo, 26 anni, con lo scopo di incrementare le capacità sociali delle donne del quartiere. "Si vede chi è stato da noi," dice orgogliosa Francesca a VICE News.

Lunedì mattina ci si trova per il laboratorio di cucina multietnica o per il 'Girotondo della Maternità', il mercoledì per il corso di sartoria condotto da Katia, siciliana trapiantata a Sesto San Giovanni. L'associazione è ospitata in uno scantinato messo a disposizione da don Luigi Consonni, alla guida del Centro di Cultura Popolare di Seggiano.

Leggi anche: Dentro il leggendario palazzetto milanese diventato casa per tossici e senzatetto

Lo spazio è stretto, ma non manca un'area dedicata ai bambini. A ogni incontro partecipa una quindicina di donne. Judith, 40enne della Costa d'Avorio, è qui da 14 anni. Come la maggior parte delle altre donne, è venuta al Satellite per raggiungere il marito.

"Negli ultimi anni c'è stato un peggioramento, c'è meno sicurezza," dice Judith a VICE News. "Nel mio paese ho studiato, vorrei lavorare in un ospedale."

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Fouzya invece ha 48 anni, è marocchina e ha quattro figli. Parla bene l'italiano, ma non sa scrivere. Suo marito fa il muratore, mentre lei aiuta Francesca con l'associazione.

Annuncio per una stanza riservata "solo a latinos" (Andrea De Cesco/VICE News)

Il Satellite è abitato prevalentemente da uomini, e a volte per le donne è difficile farsi rispettare. Linda, 20 anni, padre tunisino e madre domenicana, racconta che la sera ha paura a uscire da sola. "Mia madre è stata molestata più volte," afferma. "Non consiglierei a nessuno di vivere qui. Me ne voglio andare, ma mio papà si trova bene."

Linda vive con la sua famiglia al sesto piano di uno dei palazzoni edificati oltre cinquant'anni fa dalla Immobiliare Milano. "Siamo senza riscaldamento da quattro anni," dice a VICE News. "Mio papà ha comprato una stufa, ma prima eravamo costretti a dormire con la giacca addosso."

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In molti condomini il gas è stato staccato da anni, a causa di morosità da centinaia di migliaia di euro nei confronti dell'azienda Cogeser, oltre che della ditta fornitrice di acqua. E così la gente ha dovuto arrangiarsi con pompe di calore.

La mancanza di dimestichezza di alcune etnie con le utenze domestiche, la disonestà di precedenti amministratori condominiali e una gestione non lineare da parte delle società erogatrici dei servizi hanno portato a questa situazione.

Nella maggior parte dei casi, gli inquilini - costretti a pagare alle banche mutui superiori al prezzo degli appartamenti - non ce la fanno con i soldi. In molti vivono ammassati in bilocali o trilocali.

Il centro El Huda, la 'moschea' del quartiere (Andrea De Cesco/VICE News)

Riuscire a vendere un appartamento è un'impresa impossibile. "Nessuno vorrebbe vivere in un posto in cui non sa se può fidarsi del proprio vicino di casa," afferma Matteo Monga, ex assessore al Bilancio.

In alcuni casi le autorità procedono al pignoramento dell'immobile delle famiglie debitrici. In altri, la gente preferisce semplicemente mollare tutto e andarsene. Gli appartamenti pignorati o di proprietà di banche ormai fallite finiscono alle aste giudiziarie per poche decine di migliaia di euro.

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Nel frattempo, gli alloggi sfitti o sottoposti a sequestro vengono occupati abusivamente, e talvolta utilizzati come covo per nascondere il bottino di furti o la droga.

Un orologio da parete con gli orari delle cinque preghiere quotidiane islamiche, a casa di Fatima, che abita nel quartiere (Andrea De Cesco/VICE News)

Eppure di tentativi di migliorare la condizione del Satellite ce ne sono stati. "Come assessore, nei primi anni Duemila avevo predisposto un progetto di intervento nel quartiere," spiega a VICE News Alberto Taetti.

"Abbiamo rifatto le strade, istituito lo Sportello Stranieri e un servizio di educazione stradale per i ragazzi, organizzato laboratori teatrali e riunioni con gli amministratori condominiali, coinvolto gli inquilini nelle assemblee, avviato l'Osservatorio sulla Sicurezza."

Poi c'è stato il progetto 'A Porte Aperte', volto alla valorizzazione del commercio di vicinato. Infine è arrivato il Comitato di Quartiere Satellite, una sessantina di volenterosi sotto la guida del giovane Federico Zanardo. Ma tutto è caduto nel vuoto.

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I pochi italiani rimasti nel quartiere fanno eco alle lamentele di tutto il paese. "Si vedono facce nuove ogni giorno, è come vivere in un aeroporto," afferma Simone, del Leo Bar. "Le condizioni igieniche sono pessime. Sono arrivati persino i topi."

"Dopo una certa ora qui c'è il coprifuoco, vedi solo stranieri in giro," aggiunge Claudio, il cliente a cui si accennava sopra. "Quando c'erano i mafiosi, c'era molto più rispetto."

Ma i giovani, soprattutto i maschi, sono meno pessimisti. Li vedi giocare a calcio in quello che rimane di un campo da basket all'aperto: i canestri non esistono più, il cemento dissestato è cosparso di rifiuti.

Un bambino pakistano nel centro El Huda mostra il libro che usa per imparare l'arabo, in modo da poter leggere il Corano (Andrea De Cesco/VICE News)

"Ci sono brutte compagnie, alcuni nostri amici hanno preso una strada sbagliata," ci dicono Mustafa, 19 anni, e Nelson, 18. "Ma alla fine un posto vale l'altro, tutto dipende dalla gente che frequenti."

I due ragazzi accennano al Bar Centrale, pare che vi circolino armi e droga. Il locale è frequentato soprattutto da vecchi italiani che giocano a carte e da giovani albanesi. Anche il proprietario, il 36enne Kola, è albanese. "Mi trovo male, non è una zona sicura. Ci sono problemi, la gente va e viene", sussurra, cercando di non farsi sentire dalla clientela. "Appena posso me ne vado."

La verità è che se ne vogliono andare tutti. Omar l'egiziano, Rahmath il bangladese, Linda la domenicana. "Anche se non riesco a vendere la casa, torno in Turchia ad agosto," spiega Arslan, 46 anni, fuori dalla sede dell'associazione Özgür Türk, un punto di ritrovo per la ventina di famiglie turche del quartiere.

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Arslan fa il magazziniere all'Esselunga di Pioltello. Nonostante sia arrivato in Italia nel 2001, in seguito alla promulgazione della legge Turco-Napolitano sull'immigrazione, parla ancora italiano a stento.

Al suo fianco, Ismail, 38enne padre di due bambini, sorride. È curdo, e in Turchia non se la passava molto bene: "Nel '99, quando sono arrivato in Italia, tutto ciò che sognavo era un futuro migliore."


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