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'Iperurania' racconta l'ansia di vivere su un pianeta intoccabile

La graphic novel di Francesco Guarnaccia parla della vita su una noiosa stazione spaziale e di una strana sindrome dell'impostore.

di Antonella Di Biase
23 ottobre 2018, 6:15am

Tutte le immagini per gentile concessione di Francesco Guarnaccia/BAO Publishing

Essere giovani e vivere su una stazione spaziale che orbita attorno a un pianeta inabitabile è una noia mortale. Un po' come vivere in un paesino sperduto senza nessuna possibilità di spostarsi. Ok, c'è la vodka, ci sono gli amici, c'è una serra a zero G e ogni tanto qualche concerto, ma le band in circolazione sono sempre le stesse e musicalmente non sono nemmeno un granché. Iperurania, la graphic novel di Francesco Guarnaccia edita da BAO Publishing, racconta questo disagio di vivere immersi nella noia spaziale.

Il protagonista, Bun, è un aspirante fotografo che sviluppa un talento incredibile ma non sa utilizzarlo. Ad accompagnarlo nelle sue vicende ci sono due amici increduli del suo continuo lamentarsi, un datore di lavoro un po' invidioso, due genitori molto distratti e una strana sindrome psichica che lo porta a scomparire e ricomparire in luoghi inaspettati. Una storia semplice e profonda, che affronta temi come la salute mentale, l'esigenza di crescere e la complicata gestione del processo creativo.

Ne abbiamo parlato con l'autore, che questo venerdì presenterà Iperurania al Trieste Science+Fiction Festival, l'evento di cinema di fantascienza di cui Motherboard è tra i media partner.

Motherboard: Bun, il protagonista, è il classico anti-eroe a cui capitano cose belle che non riesce a gestire con il dovuto coraggio. Perché hai scelto un anti-eroe?
Francesco Guarnaccia: Bun è un anti-eroe patetico. Non fa effettivamente niente di male ma volevo che fosse percepito come un personaggio negativo, a tratti adorabile e a tratti detestabile. Soffre della sindrome dell'impostore, una condizione psicologica per cui non si riesce a godere dei propri successi perché si teme l'invidia e il giudizio degli altri. Le persone che ne soffrono, di solito, sono persone molto talentuose. Uno dei punti del libro è questo: avere un talento comporta anche delle responsabilità verso chi non ce l'ha.

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Come direbbe il buon vecchio Zio Ben al nipote-ragno: "da grandi poteri derivano grandi responsabilità". Ho deciso di schierarmi dalla parte dell'anti-eroe perché la sindrome dell'impostore è una condizione che ho vissuto in prima persona, se pur in maniera meno debilitante. Per me è stato qualcosa di passeggero, ma ho preso questo spunto, l'ho mescolato con un bel po' di fantascienza ed è nato Iperurania.

Per quanto Bun sia relativamente fortunato ad avere un lavoro che gli piace, degli amici e una famiglia, ci sono due componenti a cui non può sfuggire: la noia e la paranoia, che quasi rasentano la depressione. Quanto è forte nel personaggio la componente per così dire patologica e quanto invece rappresenta un po' la nostra generazione che non ce la fa in generale?
Nel primo atto del libro Bun è totalmente prigioniero di una condizione patologica: riceve un dono soprannaturale e prima di accettarlo e usarlo a suo favore deve accertarsi di non essere impazzito; è un momento molto importante per me nella sua caratterizzazione. In tutte le storie di origini di supereroi non c'è mai nessuno che si soffermi a pensare “Ok mi sono appena sollevato in volo e ho fermato un treno con una mano... è successo davvero o sono diventato schizofrenico?”.

Questa invece è una storia molto più quotidiana, anche se è ambientata in una stazione spaziale che orbita intorno ad un pianeta impossibile. E quindi i personaggi vanno nel panico, non sanno cosa fare, sono sbagliati, imperfetti, cialtroni. Anche quando Bun diventa sicuro di sé, ed è qui che la questione smette di essere patologica e diventa generazionale, deve intraprendere un percorso che lo porterà ad ammettere di doversi prendere delle responsabilità. Perché del talento non se ne può godere e basta, bisogna saperlo usare.

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Il pianeta Iperurania sembra una metafora del discorso che viene fatto a un certo punto sul dover scegliere tra il proprio mondo perfetto e solitario e il mondo vero. È questo il messaggio che vuoi veicolare? La necessità di 'scendere a patti' con il mondo per poter crescere?
Iperurania è metafora di tante cose, una potrebbe essere questa. Non è tanto scendere a patti quanto fare un percorso di accettazione e affermazione. Non la vedo come una lotta contro il mondo ma come una necessità di capirlo per potervi partecipare in modo funzionale. O anche in modo disfunzionale, volendo, ma devi sapere quali sono le regole per poterle rompere nel modo giusto. E così per Bun diventa fondamentale capire una cosa: non sono solo gli eventi negativi che portano delle conseguenze, ma si deve mantenere una lucidità e una consapevolezza anche quando tutto fila liscio.

Oltre a questo ci sono tanti altri temi, uno di quelli che mi stanno più a cuore è l'esplorazione del rapporto che c'è tra un creativo e il suo lavoro, con quale approccio si sceglie di porci al momento della creazione di un'opera. Con che spirito si racconta qualcosa, perché alla fine che sia, fotografia, fumetto, musica, grafica o arte performativa si tratta sempre di narrare.

Io faccio parte di un collettivo di fumettisti che si chiama Mammaiuto. L'anno scorso Sam, che è il presidente, in occasione delle riprese di un documentario su di noi a un certo punto ha detto: "Quando fai una storia è come se producessi un oggetto fisico, puoi prendere tutti i ferri del mestiere e con tutta la maestria che vuoi fare un oggetto bellissimo, tecnicamente perfetto, diciamo un bel comodino. Oppure puoi mettere un po' della tua vita in questo oggetto, un estratto della tua persona che rimane cristallizzato in quell'oggetto."

"Il lettore è un tizio con in mano un defibrillatore, quando si approccia alla tua opera tenta di riportarla in vita dandogli delle scariche elettriche," ha continuato. "Sta lì a scaricare su un coso che può essere bello, brutto, costruito bene o con tutti i pezzi sgangherati ma quando lo colpisci lo stai animando, c'è la vita dentro e per il lettore è gratificante. Ma se provi a scaricare dei defibrillatori su un comodino al massimo sollevi un po' di polvere." Non importa quanto sei bravo ad avvicinarti a Iperurania se poi la composizione della foto non racconta niente.

Il festival Trieste Science+Fiction si terrà dal 31 ottobre al 4 novembre a Trieste. Seguilo su Facebook, Twitter e Instagram. E se vuoi prendere i biglietti vai qui.