I Cannabis Social Club potrebbero rivoluzionare la reputazione della cannabis in Italia

Il caso dei "Cannabis social club" è una spia perfetta per capire quanto ancora sia grande la confusione sul tema della legalizzazione nel nostro paese.

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19 novembre 2015, 10:45am

Foto di Chmee2/Wikimedia Commons

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Sulle norme che regolano la coltivazione e l'uso di droghe, in Italia, regna ancora il caos. Prove ne sia il fatto che ad oggi a normare la questione è una legge del 1993, tornata in vigore dopo la dichiarata incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi.

Lo scorso 15 luglio, però, un gruppo composto da 218 parlamentari di vari schieramenti politici ha portato alla Camera una legge che prevede la legalizzazione di consumo, vendita e coltivazione di cannabis.

Malgrado la notizia sia stata accolta ottimisticamente, e il varo della legge a un certo punto sia sembrato quasi scontato, le voci di dubbi ed eventuali modifiche – di recente – hanno continuato a farsi sempre più insistenti.

Tuttavia, nel caso la legge dovesse passare, la tanto discussa apertura dei cosiddetti "Cannabis Social Club" sul modello spagnolo potrebbe diventare una realtà anche nel nostro paese.

Il caso dei "Cannabis Social Club" è una spia perfetta per capire quanto ancora si faccia confusione sul tema: a ondate periodiche, infatti, giornali online e cartacei rispolverano al notizia dell'apertura di presunti nuovi "social club" della cannabis in Italia. Spesso confondendo, o parlando di tutt'altro.

I cannabis social club, in tutto il mondo, sono associazioni che raggruppano persone maggiorenni nelle quali si può coltivare e consumare un certo quantitativo di cannabis.

La nuova legge, tra i vari punti, prevede la coltivazione in forma associata della cannabis anche in Italia, costituendo un'associazione senza fini di lucro, con un numero di soci non superiore a cinquanta, e il diritto per ognuno di questi di coltivare fino a cinque piante.

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Se dal punto di vista ricreativo - nonostante le crescenti spinte per una svolta - si rimane in attesa del destino della nuova legge, è sull'altro fronte, quello terapeutico, che in Italia esistono i presupposti legali perché si assista ad un cambiamento reale. Ed è esclusivamente in quest'ottica che si può parlare, e si parla, di Cannabis Social Club.

In attesa di scoprire il destino di tale legge, dal basso la spinta per la legalizzazione e per l'apertura di Cannabis Social Club continua a crescere, come dimostrato, da ultimo, dalla situazione del Pigneto a Roma.

Lo scorso marzo, infatti, un comitato di quartiere ha annunciato la volontà di raccogliere firme per aprire un Cannabis Social Club, con lo scopo di combattere lo spaccio che da anni rappresenta un problema nel quartiere romano.

Mentre la raccolta di firme continua e piccole realtà continuano a muoversi in questa direzione, la realizzazione di Cannabis Social Club su questo modello rimane del tutto utopica in assenza di una legge che ne permetta l'esistenza.

"Siamo riusciti a mettere un bel numero di medici in contatto tra loro," racconta a VICE News Stefano Balbo, cofondatore del Cannabis Social Club di Bolzano e vice presidente dell'Associazione per la cannabis terapeutica, ATC.

"Ogni settimana ci troviamo a Bolzano, nella nostra sede, istruiamo medici che istruiscono pazienti, creando una rete. C'è chi ha cominciato a prescriverla quotidianamente e finora tutte i pazienti che sono venuti da noi sono riusciti ad avere la ricetta."

Quello di Bolzano, nato in questi giorni e prossimo a cominciare i tesseramenti, è il secondo Cannabis Social Club su territorio italiano, e segue l'esempio del "LapianTiamo," il primo nato in Italia, e per la precisione in Puglia, nel gennaio del 2013.

Fornendo una serie di aiuti medici e legali, il CSC di Lecce, è stato tra i primi in Italia a promuovere e procurare ai propri pazienti la canapa terapeutica e a portare avanti la loro battaglia.

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Sulla stessa linea del social Club LampinTiamo, l'obiettivo del Social Club di Bolzano è quello di fornire un aiuto concreto ai malati, oltre che di sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema.

"Il nostro obiettivo principale è quello di istruire medici e farmacisti. Tutti i medici che fanno parte della nostra associazione sono iscritti al CIRCA [la prima società di ricerca scientifica italiana dedicata alla cannabis, nda] e coinvolgono altri medici, tramite incontri informativi."

"Troppo spesso i medici non sono aggiornati sulle riconosciute qualità terapeutiche della canapa; nel nostro paese vigono l'ignoranza e il pregiudizio. Noi vogliamo creare una rete di pazienti e dottori informati che fungano da esempio e spingano le leggi sulla canapa terapeutica a diventare realtà," continua Balbo.

In Italia – dal 2007, e con la conferma di un decreto del 2013 – l'uso del THC e di derivati della cannabis, attraverso il ricorso a farmaci cannabinoidi, è legittimo e legale. Ma a tale norma non è mai seguita un'applicazione nella realtà concreta.

Nonostante siano sempre di più le regioni che hanno legiferato in materia - per adesso 11, ultima delle quali il Piemonte lo scorso giugno - solo tre hanno finora pubblicato i regolamenti attuativi delle leggi regionali sulla cannabis, rendendo di fatto la regolarizzazione una questione che non trova riscontri nella realtà. Con la conseguenza che la cannabis terapeutica rimane una cura riservata a un numero ridotto del totale dei pazienti potenziali.

"Se in Italia eravamo meno di 100 ad avere le ricette, oggi - nel 2014 - siamo in 1500, 1000 solo in Toscana. Se fossimo cinquecentomila, e ci fossero altrettanti pazienti con la ricetta, a quel punto la visione della canapa nell'immaginario collettivo cambierebbe totalmente—leggi o non leggi," spiega Balbo.

In Italia, infatti, per quanto le patologie per la quale è approvata la prescrizione della canapa cambino di regione in regione, e le cifre sui potenziali beneficiari siano tutt'altro che precise - si va dai 3.300 potenziali usufruitori stimati dal ministero della salute, ai 600.000-900.000 pazienti calcolati tramite altre stime -, ciò che è certo è che secondo un dossier dell'associazione a Buon Diritto, nel 2013 meno di 60 persone sono riuscite ad avere accesso alla cannabis terapeutica.

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Queste basse stime si devono al fatto che, complice anche il ritardo nell'attuazione delle legislature nelle varie regioni, ad oggi la cannabis terapeutica viene interamente importata dall'Olanda, con la doppia conseguenza di una selezione poco variegata, e di un costo che - in regioni con non riconoscono la possibilità di accedervi gratuitamente come Toscana, Puglia e Veneto - può arrivare fino ai 70 euro al grammo, nelle poche farmacie che ne dispongono.

Situazioni che concorrono spesso, ovviamente, a portare i pazienti verso il mercato clandestino.

In Italia, in materia di produzione, qualcosa si è mosso quando il 18 settembre dello scorso anno i ministeri della Salute e della Difesa hanno dato il via alla produzione italiana di cannabis terapeutica, affidando ai militari dell'istituto Farmaceutico militare di Firenze la produzione per rendere il farmaco disponibile sul mercato entro metà dell'anno prossimo—per una produzione che, a pieno regime, dovrebbe arrivare a 100 chilogrammi all'anno. 

"Lo stato si sta muovendo lentamente ma non possiamo più stare ad aspettare. Lo stabile di Firenze non basta, non possiamo affidarci a questo," commenta Stefano Balbo.

"Dobbiamo muoverci da soli, passare alla coltivazione per scopo medico, e tutto ciò è possibile soltanto diffondendo informazione tra i medici e i pazienti. È ciò che ci proponiamo di fare con il nostro Cannabis Social Club, partendo da esempi tangibili e aiutando chi ne ha bisogno a ottenere le ricette."

Parallelamente alla politica - che sta cominciando, in ritardo, a fare passi più concreti - si muove in modo determinato anche la società civile, e a ben sperare la cannabis terapeutica potrebbe in un futuro non troppo lontano trovare attuazione nella realtà. 

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Foto di Chmee2, distribuita su licenza Creative Commons

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