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Capire i testi di Calcutta

Perché due tachipirine 500 fanno 1000? Il Frosinone tornerà in Serie A? Dove si prendono le strade che portano alle tue mutande? Abbiamo provato a capirlo.

di Elia Alovisi; illustrazioni di Juta
29 maggio 2018, 10:34am

Venerdì 25 maggio è uscito Evergreen, il nuovo album di Calcutta su Bomba Dischi. Per l'occasione, abbiamo pensato di dedicare una serie di articoli al cantautore di Latina. Qualche giorno fa abbiamo pubblicato "Perché mi piace così tanto Calcutta?". Poi, per bilanciare, l'opinione contraria. Ora analizziamo i suoi testi.

Grazie allo studio e alla costanza, l'essere umano può fare qualsiasi cosa. Può, per esempio, imparare a usare una matita, una penna o un pennello per trasportare sulla carta ciò che i suoi occhi vedono o il suo cervello immagina. Unico problema: imparare a disegnare è difficile. Ma un modo per provare l'entusiasmo creativo del disegno senza neanche l'ombra di uno sbattimento c'è: Prendere un foglio lucido, appoggiarlo al vetro di una finestra e ricalcare i tratti di un disegno che già esiste.

Come il disegno funziona il canto. L'essere umano che non ha la costanza per insegnare alla sua ugola a vibrare nel modo corretto può comunque mettere la sua voce sotto a quella che esce dalle casse di uno stereo e sentirsi comunque un po' cantante. Oppure, meglio ancora, può andare a un concerto, unirsi a un coro che intona parole di fronte all'individuo che le ha prima ideate e poi modellate con la sua, di voce.

Edoardo Calcutta è uno di quegli esseri umani la cui musica induce un senso di fruizione collettiva. La sua è una voce che dice cose che fanno venire voglia a chi le riceve nelle orecchie di ripeterle, canticchiarle, scherzarci sopra. Senti "WEEE DEFICIENTE" e poi vai dai tuoi amici e li apostrofi esattamente così. Qualcuno ti parla della zona promozione della serie B, e tu urli che IL FROSINONE È IN SERIE AAA".

Evergreen, il titolo del suo nuovo album, gioca con questo concetto declinandolo secondo un'idea di permanenza. "Le mie parole sono universali, sempreverdi", sembra dire. "Eccotele qua, sentile tue, cantale con me". "Pesto" venne addirittura annunciata con lo spartito delle sue prime sei battute, già pronto per un canzoniere suggerito.

La domanda che mi pongo con questo articolo è la seguente: perché i testi di Calcutta piacciono così tanto? Che cosa affascina la gente della sua scrittura? Perché ai suoi concerti la sua voce viene regolarmente annullata da quelle delle migliaia di persone che ha di fronte? Un tentativo di risposta sta nei paragrafi che state per leggere.

CALCUTTA USA IL NON DETTO

Giulio Mozzi è uno scrittore vicentino, autore di piccoli capolavori come Sono l'ultimo a scendere e La stanza degli animali. Fa anche il docente, e nel 2009 tiene una lezione sul non detto in letteratura. Ed è così che lo definisce, differenziandolo dall'omissione di informazioni, per cui qualcosa non c'è e basta:

Il non detto è qualcosa che c’è, che può esistere. Il non detto esiste in una relazione, il non detto è sempre dentro una relazione, perché si dice qualcosa a qualcuno che lo sta a sentire.

Il non detto è sempre dentro una relazione. E di relazioni Calcutta parla. Relazioni in cui si dicono tante cose, ma ogni tanto se ne cela qualcuna in modo intenzionale, facendo "sparire delle cose dal testo". O anche preterintenzionale, come spiega Mozzi: "Io mi faccio sfuggire qualche cosa all’interno di ciò che dico". La costante è il fatto che nel rapporto comunicativo tra autore e lettore (o cantante e ascoltatore) ci sia qualcuno che legga un taciuto nel momento in cui questo viene suggerito.

Il rapporto tra Calcutta e il non detto intenzionale comincia in maniera esplicita e consapevole in "Pomezia", pubblicata nel 2012. "Sì, lo so che l'inglese esprime meglio il non detto / Hai letto tanti, troppi libri quasi da non capirci un cazzo", canta, come strizzando l'occhio a un ideale futuro studioso della sua scrittura. E come finisce il testo? "Dammi una carezza / Sull'altopiano di Giza / E poi". E poi cosa? Fino all'ultimo momento, "Pomezia" è la storia di una coppia in cui il narratore prospetta alla sua lei un futuro condiviso. E poi, invece. Oppure e poi, per davvero.

La stessa vaghezza traspare da "Se dici che...", tratta da The Sabaudian Tapes. Chi parla è cauto: "Tu dici cose e le prendo coi guanti". Perché? Perché, abbagliato dall'amore, non riesce a comunicare. "Ho provato a disegnarti / Ma i tuoi occhi sono troppo belli". Il ritornello sentenzia, "Non mi fai ridere se dici che / Ti faccio ridere se dico che". Che cosa? Abbiamo poi "Che cosa mi manchi a fare", il cui finale spinge l'ascoltatore a leggere un senso in ciò che non c'è: "Volevo solo scomparire in un abbraccio / Confondermi con, con, con..." il tuo nuovo ragazzo? Una versione migliore di me stesso? Chissà.

Il non detto preterintenzionale appare invece in "Orgasmo": "Ah, non lo sai che ieri ho incontrato un'amica (tua) / Ah, non lo sai che tu-ru-tu-ru-tu". Il "tua" che esplode in un coro, il "tu-ru-tu" che sostituisce l'infamata che vuole uscire, livorosa, ma si nasconde dietro l'insensatezza di un gioco sonoro. In tutti questi frangenti, Calcutta fa come salire l'ascoltatore al suo fianco sul palco. Canta e, quando non dice, gli lancia un'occhiata ammiccante con cui lo conquista.

CALCUTTA USA LE BANALITÀ

Illustrazione di Juta.

La banalità è un modo del comunicare ambivalente e la sua percezione dipende dalle intenzioni di chi la usa. Magari semplicemente non mi viene in mente niente di meglio, devo consegnare presto e mi accontento. Magari non ho una sensibilità abbastanza usurata e penso sinceramente che "e vissero tutti felici e contenti" sia un ottimo finale. E quindi mi sarà riconosciuta una colpa dal lettore sgamato, che mi considererà uno scrittore pigro o incapace.

Oppure posso essere conscio del peso della banalità, rivoltarla per creare in chi la percepisce un senso di sorpresa e colpevole divertimento. Proprio come fece Enzo Jannacci in forma dialogica nel suo pezzo più celebre: "Vengo anch'io! No, tu no. Ma perché? Perché no!" Un ragionamento tanto lineare quanto spiazzante e spassoso, vicino al senso di amorevole semplicità proprio dell'infanzia - il bambino che chiede al genitore "Mi passi l'acqua?", si sente rispondere "Per...?" e controbatte "Per bere!"

Calcutta usa la banalità proprio in questo modo, così da instillare nell'ascoltatore un misto di trattenuta ilarità e, in alcuni casi, tenerezza. Per esempio "Lo sai che la Tachipirina 500 se ne prendi due diventa 1000" è una frase così banale e inadatta come incipit di canzone da risultare immediatamente attraente, memorabile, perfetta per essere rigiocata come argomento di conversazione e discussione.

Quando l'elemento romantico entra esplicitamente nella banalità, al sorriso si aggiunge il versolino intenerito. "Se io dormissi disteso sul tuo lato del letto, io forse sarei te", diceva "Gaetano", interrompendo dispettosa una frase di romantica quotidianità. "Non è bello ciò che è bello / Ma sei bella te", cantava Edoardo in "Stella", così da stupire e la sua innamorata e il suo ascoltatore, facendo innamorare un po' anche lui o lei.

Infine c'è la nuova "Saliva", che esordisce: "Tu sei una donna per me / Nel senso che / Per me tu sei una donna", mettendoci dentro anche un mezzo riferimento non esplicitato a "Tu sei l'unica donna per me", classicone di Alan Sorrenti. Ma Calcutta toglie quell'aggettivo sdolcinato e riporta la relazione a un confortevole senso di normale sincronia sentimentale: allo stesso tempo dice, risultando ugualmente convincente, "lol" e "hey, io e te siamo giusti l'uno per l'altra".

CALCUTTA HA UNA SCRITTURA ITINERANTE

Semplificando, ci sono tre tipi di scrittori. Ci sono quelli che rendono le loro geografie d'origine, per quanto brutte o anonime, palcoscenico di narrazioni: Aldo Nove e la sua squallida Milano (abbandonata solo per raggiungere l'altrettanto squallida Puerto Plata), William Carlos Williams e la sua piccola cittadina del New Jersey. Dal lato opposto ci sono quelli che si spostano e usano il loro vagare nello spazio come carburante che alimenta la loro scrittura: Stendhal e Goethe e i loro grand tour, Ernest Hemingway e la sua esperienza del Novecento, Vittorio Sereni e i suoi Immediati dintorni.

I terzi sono quelli che, confinati in un singolo luogo magari neanche tanto piacevole, usano le parole per immaginarsi in un esotico e stimolante altrove, un po' come il doganiere Rousseau fece con il pennello e la tela tanto tempo fa. Ecco, la musica italiana è piena di autori la cui scrittura vive della lacerazione tra località provinciale, cantata con un misto di ribrezzo e orgoglio, e irreale slancio itinerante. Max Collini e l'Emilia, Pierpaolo Capovilla e il Veneto, Davide Panizza e il Trentino: tutti hanno messo nelle loro canzoni nomi di luoghi tanto lontani quanto liberatori anche solo nella loro evocazione.

Calcutta, non a caso spesso citato come "il cantautore di Latina", è uno di loro. "Le città sono solo contenitori di significati", disse a Repubblica poco dopo l'uscita di Mainstream controbattendo a un giornalista che gli parlava di Latina come luogo di disagio. In Calcutta ce ne sono di esotiche e sudate come gli amori che canta: la Rio de Janeiro che non c'è, in "Oroscopo". Il poker Venezia-Pomezia-Hawaii-Giza di "Pomezia", tragitto completo dal colpo di fulmine alla luna di miele, guscio di eccezionalità attorno a un nocciolo banale. "L'estate a Sabaudia" di "Amarena". La luna a Quarto, luogo di mare che gli ricorda un "puerto di rua".

Ha una predilezione per i luoghi caldi e umidi, Calcutta, un po' come gli amori che canta per una lei che ha visto "su un cammello / dentro Google Earth" ("Stella"), una "Raffaella Carrà che guarda l'alba distesa fuori al Taj Mahal" ("Nuda nudissima"). "Preferirei una spiaggia di Sardegna", lamenta in "Del Verde"; "Andiamo a Peschiera del Garda per fare un bagno", dice in "Le barche"; "Io sento il Mar Mediterraneo dentro questa radio", sentenzia in "Paracetamolo". Milano, luogo di opportunità, non lo fa sentire del tutto bene: "è una corsia di un'ospedale", le stelle su Corso Sempione che vede dopo essere passato in RAI per un'esibizione gli sembrano "sempre le stesse".

Quando lo scrittore scardina il legame che lo tiene unito ai suoi dintorni e comincia a vagare in forma letteraria allora si crea un senso di fascino nel lettore, anch'esso geograficamente inchiodato a un punto nello spazio. Calcutta tende la mano all'ascoltatore e lo porta con sé verso terre più o meno lontane, con la sicurezza che tutte le strade in fondo lo portano alle mutande di una lei. Perché dalla canzone d'amore, in fondo, non si fugge: localizzarla è un modo per farla sembrare meno scontata.

Elia è su Instagram. Per Noisey ha analizzato anche i testi dei Thegiornalisti, di Pop X, di Coez e de Lo Stato Sociale.

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