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Dieci anni fa, Kid Cudi aveva già previsto il rap di oggi

Malinconia? Antidepressivi? Superamento dei generi musicali? Questa roba non se la sono inventata XXXTentacion o Post Malone ma un ragazzo di nome Cudi, con il suo album d'esordio uscito esattamente dieci anni fa.

di Elia Alovisi
16 settembre 2019, 9:22am

Screenshot dal video di "Day N Nite"

Dieci anni fa gli emo li pigliavamo per il culo. Li dipingevamo come macchiette con il mascara e i capelli piastrati, a bighellonare in piazza del Popolo tra semibbrudal e scene queen. Oggi l'emo è uno dei mattoni del grande pop, che è anche il grande rap—perché i generi musicali, se non ve ne foste ancora accorti, non esistono più. Gli esempi stanno nei pezzi di Post Malone, Juice WRLD; Future, Lil Uzi Vert; XXXTentacion, Lil Peep: tutte coppie di artisti che hanno mischiato malinconia, introspezione, eccessi raccontati o reali, e ci hanno fatto una parte della storia della musica.

Dieci anni fa un ragazzo, Scott Mescudi, fece un disco che conteneva il seme di quella che oggi è la pianta del rap contemporaneo. In arte si chiamava Kid Cudi, il suo mentore era Kanye West e quel disco si chiamava Man On The Moon: The End Of Day. All'epoca la stampa, che ancora era la stampa, non lo capì molto, ma dentro c'erano proprio quelle cose lì sopra: malinconia, introspezione, eccessi. E un approccio che rifiutava l'idea di "genere musicale".

I primi stavano in ogni canzone del disco, strutturato come un concept album in cinque atti. "La fine del giorno" è l'inizio, seguita dall'"Ascesa dei terrori", da un "Viaggio", da una "Stasi" e dal "Nuovo inizio" dell'alba. Il percorso, Cudi, lo fa nella sua stessa mente, che si annebbia con alcool e marijuana per dimenticare le parti marce della sua vita—la morte di suo padre che individua come punto di inizio del suo malessere in "Soundtrack 2 My Life". E per creare nuovi ricordi, battere nuovi sentieri, usa sostanze psichedeliche: il "Viaggio" di cui sopra è tradotto con "Trip" e non con "Journey", infatti.

man on the moon the end of day
La copertina di Man On The Moon: The End Of Day di Kid Cudi, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

"E ho provato a fare il puzzle dell'universo, mi sono smezzato dei funghetti per poter vedere l'universo / Provo a considerarmi un sacrificio, solo per far vedere ai ragazzi che non sono solo loro a restare svegli la notte", continua "Soundtrack". Cudi faceva rap cerebrale e lacerato per dire a chi lo ascoltava che era ok perdersi nei propri pensieri, sentirsi dentro qualcosa di rotto. Era un'aura che aleggiava in ogni suo pezzo, anche il più insospettabile—anche la sua prima vera hit "Day 'N' Nite", remixata per i club dai nostri Crookers.

Quando lo scrisse, Cudi lavorava in un negozio della BAPE a New York. Aveva da poco conosciuto Kanye West, dimenticandosi di togliere l'antitaccheggio da un capo che Ye stava comprando. Suo zio lo mandò via di casa e poco dopo morì: lui lo prese come segno del destino e pensando a lui cominciò a scrivere: "Di giorno e di notte, mi giro e mi rigiro e mi sento stressato. Cerco la pace ma, capitemi, non la trovo". Con quelle parole si sarebbe costruito una carriera unica, controversa, brillante. Con la testa pesante, Cudi si avventurava tra le pieghe del suo stesso cervello in cerca di salvezza—e la trovava nel suo "Heart Of A Lion", nelle luci della notte di "Alive", nella fuga gloriosa di "Up Up & Away".

Quel disco è, a oggi, il lavoro più accessibile di Cudi—ed è un concept album di un'ora in cinque atti. Lo è perché era accogliente e concepiva, proprio come si fa oggi, il rap come colla tra pezzi di musica. "Make Her Say" si mangiava affamata "Poker Face" di Lady Gaga e la risputava alle orecchie dell'ascoltatore senza la ciccia della sovra-produzione. "Pursuit Of Happiness" con gli MGMT e "Alive (Nightmare)" con i Ratatat mettevano in chiaro (come già aveva fatto "cudderisback") che per creare cose davvero nuove bisogna esporsi a culture e contesti che non ci appartengono. E fu naturale creare una connessione con la scena indie, all'epoca la più grande incubatrice di talenti negli Stati Uniti continentali—poco dopo Kanye si sarebbe affidato ai Bon Iver, e ancora oggi James Blake e Kevin Parker dei Tame Impala sono tra gli architetti del sound di Travis Scott.

Con quel disco Cudi arrivò quarto in classifica negli Stati Uniti e si affermò come un grande esordiente, ma gli anni successivi non sarebbero stati gentili con lui e il suo profilo pubblico. Man on the Moon II: The Legend of Mr. Rager fu un successo commerciale ma aveva dentro qualcosa che lo appesantiva. C'era l'indie nella figura di St. Vincent, c'erano le chitarre nel rock cafone di "Erase Me", c'erano la ganja e le paranoie: tutte cose interessanti, ma tutti ingredienti già presenti nel suo predecessore. Non era più libero di prima, Cudi. Era ancora intento a vagare nei vicoli tortuosi della sua mente, come quelli di un centro città che non si riconosce—affascinanti, certo, ma insidiosi. Soprattutto se non prende il 3G e la notte scurisce le forme.

Ecco: sulla testa di Cudi, tra il 2013 e il 2018, il cielo sarebbe stato completamente nero. I progetti WZRD e Indicud furono tentativi di rendere le chitarre il nucleo della sua opera: fallirono miseramente. Le canzoni, come pachidermi malati si trascinavano lente e incapaci di scegliere una direzione in cui dirigersi, ed erano inoltre appesantite da featuring altisonanti (Kendrick Lamar, A$AP Rocky, Father John Misty) ma privi di qualsiasi ispirazione.

SATELLITE FLIGHT: The Journey To Mother Moon fu un breve lavoro transitorio, un'operazione nostalgica nei confronti di Man On The Moon—conteneva addirittura una nuova versione di "In My Dreams", che di quell'album era l'apertura fumosa e intrigante, come un sipario polveroso che si apre dopo anni. Ma invece di far trovare nuova ispirazione al suo autore lo fece cadere nel più grande passo falso della sua carriera: Speedin' Bullet 2 Heaven, un disco rock banale e ingenuo ma soprattutto preoccupante. Cudi cantava di depressione e suicidio, ma senza la lucidità mentale di chi sa (o pensa di sapere) come gestire le improvvise accelerate e frenate della propria mente.

kids see ghosts
La copertina di KIDS SEE GHOSTS dei KID SEE GHOSTS, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

E infatti solo l'anno dopo Cudi venne ricoverato. Era depresso e aveva tendenze suicide. Disse ai suoi fan che si sentiva così dall'inizio della sua carriera, e che tutto quello che aveva fatto fino a quel punto era stato come una grossa bugia. Doveva cominciare un percorso e si sarebbe preso un po' di tempo. Così ha fatto, e da quando è uscito ci ha regalato l'album solista Passion, Pain & Demon Slayin' e soprattutto KIDS SEE GHOSTS, sua prima vera collaborazione con Kanye dopo anni di rapporti difficili: il suono di due amici che sono stati nemici, si sono persi per le strade d'America, hanno affrontato i demoni che gli mangiavano i pensieri e hanno trovato pace nella pace—nella semplicità, nell'assenza di filtri, nell'abbandono al divino.

Ancora oggi, dopo tutto questo, è chiaro come in Man On The Moon: The End Of Day stava la cosa che ha permesso a Cudi di essere ancora oggi un giocatore importante della scena statunitense. Anche dopo ciofeche di dischi e tanti problemi di salute mentale: un rap che esce in egual misura da un cervello assopito e da una pancia annodata nel dolore. Canzoni fatte di sfumature, splendide da guardare e semplici da capire nonostante la complessità dei fenomeni che le generano, invisibili all'occhio nudo. Proprio come quelle del crepuscolo alla fine del giorno.

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