esperimenti

Ho cercato di sopravvivere da sola su un'isola deserta

Ecco cosa succede quando prendi un po' troppo alla lettera l'idea di "allontanarsi da tutto e da tutti."
2.5.18
Tutte le foto di Dennis Wu.

Le isole deserte sono molto presenti nella cultura pop, con il contorno di naufragi, marinai abbandonati e covi segreti di pirati. Sono altrettanto presenti nella nostra mente dopo l'ennesima settimana lavorativa nello stesso monotono ufficio. E poi esiste il gioco "cosa porteresti su un'isola deserta," esistono i resort di lusso su isole deserte e persino tour operator costosissimi come DoCastaway che prendono dei turisti ricchi, li portano su un'isola deserta e ce li lasciano anche per settimane.

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Ma quello non è l'unico modo per far esperienza di un'isola deserta. È decisamente possibile ottenere lo stesso risultato senza spendere così tanto, basta sapere dove cercare. Ad esempio in Indonesia, dove solo nella regione di Giacarta ci sono oltre 100 isole disabitate. O nel resto dell'Indonesia e nelle Filippine, dove ce ne sono migliaia. Ognuna di queste isole è perfetta per provare a sopravvivere in completo isolamento—proprio quello che ho deciso di fare.

Prima di cominciare avevo un sacco di domande, tipo: cosa fai quando c'è brutto tempo? Come gestisci le scimmie, le meduse, gli squali? Come fai a sapere se una cosa è mangiabile? Come trovi acqua da bere? E soprattutto, cosa devi assolutamente portarti dietro per poter sopravvivere?

"Non ti serve niente per sopravvivere," mi ha spiegato Tom McElroy, un esperto di sopravvivenza in condizioni estreme che ha collaborato con Discovery Channel. "Puoi trovare tutto quello che ti serve nella natura."

No che non posso, ho insistito. Mi serviva un consiglio un po' più preciso.

"Be', ti direi di portarti un coltello," mi ha detto. "E qualche corda potrebbe anche farti comodo. E del materiale idrorepellente con cui costruire un riparo. Magari anche un accendino."

Perfetto. Per essere sicura ho anche visionato il materiale più istruttivo che ho trovato al riguardo—ossia, Castaway e Laguna blu. Mentre li guardavo ho preso appunti tipo: "Dai un nome a un pallone e parlaci. Se non trovi un pallone puoi usare una noce di cocco" e "Puoi stare nuda tutto il giorno, tanto i capelli ti coprono le tette."

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Ho iniziato a sentirmi molto sicura di me. Le noci di cocco mi sembravano la chiave per sopravvivere su un'isola deserta, quindi ho deciso di imparare ad arrampicarmi sugli alberi in modo da poterle tirare giù. Poi ho dovuto imparare ad aprirle. Per farlo mi sono rivolta a un venditore di strada fuori dall'ufficio di VICE Indonesia che mi ha detto di usare un machete. Ho aggiunto "machete" alla mia lista delle cose da portare. Sarebbe tornato utile per aprire le noci di cocco e per difendermi dalle scimmie che me le avrebbero volute rubare.

Il passo successivo era scegliere il posto. Ho optato per un'isola disabitata nella provincia di Palawan, nelle Filippine. Vicino a Palawan c'è la provincia di Basilan, la base del gruppo terrorista Abu Sayyaf, e se è abbastanza lontana da permettere a Palawan di essere un luogo turistico è anche abbastanza vicina da consentire ai terroristi di Abu Sayyaf di fare piani per rapire i turisti dalle sue spiagge. Insomma, il posto perfetto.

Dopo i preparativi sono andata a El Nido, un'isola turistica vicino a Palawan e l'ultimo posto abitato in cui sarei stata prima dell'ignoto. Ero ansiosa, eccitata e spaventata. Mi sono portata dietro: un coltello/acciarino, 40 metri di corda, del tessuto idrorepellente blu, un libro new age sul combattere la noia intitolato The Power of Now e una bottiglia d'acqua.

E basta. Lo staff dell'ostello dove alloggiavo a El Nido mi ha aiutata a trovare un pescatore disposto a portarmi sull'isola disabitata più vicina e il mattino dopo, all'alba, sono partita. Ho messo un costume da bagno, una maglietta a maniche lunghe, dei pantaloni lunghi e un foulard in testa—in parte per non prendere un'insolazione e in parte per persuadere i terroristi a non rapirmi. Non mi stava benissimo ma nessuno mi avrebbe vista, su un'isola deserta. A parte il mio amico Dennis Wu, che è venuto con me per fare le foto e avere un telefono in caso di emergenza.

Dopo un po' il capitano ha indicato un'isoletta all'orizzonte e ha detto: "Eccola, l'isola di Cadlao." Una roccia coperta di vegetazione che ho fissato per un po'. Era più che deserta. Era terrificante. Non assomigliava per niente all'isola tropicale sabbiosa che mi ero immaginata.

"Dov'è la spiaggia?" ho chiesto. "Dove sono le palme?"

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"Lì," mi ha detto il capitano, indicando una piccola striscia di sabbia bianca.

Quando ho visto la spiaggia e le palme ho tirato un sospiro di sollievo. Ho chiesto al capitano se c'erano animali.

"Oh, un sacco di animali," ha risposto lui gettando l'ancora. "Scimmie, lucertole, grossi serpenti…"

"Grossi serpenti?"

"Sì, serpenti grossi come il tronco di un albero," ha detto sorridendo. "A volte gli abitanti della zona vengono qui a raccogliere le noci di cocco per venderle ai turisti, ma di recente hanno detto di aver visto un grosso serpente che avrebbe potuto mangiare un cane in un morso. L'amico del cugino di mio fratello è stato attaccato dal serpente mentre dormiva. Per questo non ci viene più nessuno."

In quel momento avevo mille domande ma sono riuscita a farne solo una, "Perché mi hai portato proprio qui?"

"Mi hai chiesto un'isola deserta. Questa è deserta."

"Rilassati," ha aggiunto. "Tieni il fuoco acceso fino alla mattina e non avrai problemi." E con questa perla di saggezza ha appoggiato i miei pochi averi sulla spiaggia, è tornato alla barca e se n'è andato.

Ok. Calmati. Non impazzire, sei qui da pochi minuti. Mi sono messa a camminare e ho presto capito che ci volevano appena 15 minuti per farsi tutta la spiaggia da un estremo all'altro. Mi sono anche accorta che l'alta marea avrebbe sommerso tutto, quindi avrei dovuto accamparmi un po' all'interno.

Ho trovato un albero bello grosso sul limitare della foresta e ho posizionato la mia amaca. Poi con la corda e il tessuto idrorepellente mi sono costruita una specie di tenda sospesa sopra la testa. Infine, esausta, mi sono addormentata. Erano mesi che non faticavo così tanto.

Il pomeriggio mi sono messa a cercare del cibo, gasata dal fatto di essere riuscita a costruirmi un riparo. E non vedevo l'ora di mettere alla prova le mie capacità di arrampicata-raccolta-apertura di noci di cocco. Ho fatto un giro per la foresta di palme guardando in alto.

E incredibilmente, con mio massimo sconforto, tutti gli alberi di cocco che trovavo erano privi di noci. Com'era possibile? Come avrei fatto? Incredula ne ho scalato uno per vedere da vicino. Niente. Ogni tanto sentivo le fronde delle palme muoversi. Probabilmente erano le scimmie. Le scimmie che avevano mangiato tutte le mie noci di cocco.

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Oppure le avevano prese gli amici del pescatore che mi aveva portato lì per venderle ai turisti di El Nido. Ho pensato con disgusto a loro, ai loro letti confortevoli e ai tetti sopra le loro teste. 24 ora fa ero una di loro. Adesso li odiavo.

Il mio problema successivo è stato accendere il fuoco. Avrei dovuto portarmi un accendino vero e non un semplice coltello/acciarino, perché è incredibilmente difficile accendere un fuoco con quel piccolo pezzo di metallo. Ho cercato di ricavare una scintilla finché non ho dovuto smettere perché mi facevano troppo male le mani. Alla fine però ce l'ho fatta. Mantenere viva la fiamma a partire da quella scintilla è stato tutto un altro problema. Ho provato con la corteccia di palma, ma era troppo umida.

A quel punto stavo svenendo per la fame. Ero lì da neanche un giorno ma l'avevo passato tutto al sole a scalare alberi e accendere fuochi. Ho trovato una vecchia noce di cocco per terra e ho cercato di aprila con il coltello. Ah, alla fine non mi ero portata dietro il machete perché non tanto convinta di poterlo portare in aereo.

Ovviamente il coltello non è servito a niente. Così ho preso la noce di cocco e l'ho sbattuta su delle rocce finché non sono riuscita a creparla. Alla fine della procedura ero di nuovo esausta—abbastanza da chiedermi se le sostanze nutritive del cocco sarebbero bastate a ripagarmi di tutta l'energia spesa per aprirlo.

Dopo un po' ho riprovato col coltello, ho fatto due buchi e ci ho appoggiato le labbra per succhiare il latte di cocco. Era marcio. L'ho buttato per terra e ho visto due insetti uscire dal buco da cui avevo bevuto. Ho vomitato.

Traumatizzata, mi sono sciacquata la bocca e arrampicata sul mio rifugio. Il mio primo giorno sull'isola era stato un completo disastro. Il sole cominciava a tramontare e il fumo del mio fuoco entrava nel rifugio facendomi tossire. Volevo solo dormire e sperare che domani sarebbe andata meglio.

Già, dormire. L'isola di notte era terrificante. Continuavo a sentire suoni strani e mi aspettavo di venir divorata da un momento all'altro. Stavo immobile e mi fingevo morta. La fame arrivava a ondate, torcendomi lo stomaco e costringendomi a respirare profondamente finché non passava. In qualche modo sono riuscita ad addormentarmi prima dell'alba.

La mattina dopo ero sempre esausta e affamata. Ma mi sentivo abbastanza energica per mettermi a cercare di nuovo cibo. In Castaway, Tom Hanks riesce a prendere un pesce con una lancia senza andare troppo lontano dalla riva. Ispirata, mi sono costruita una lancia con un bastone e il coltello e mi sono avventurata anch'io in mare. Tra i coralli c'erano un sacco di pesciolini colorati che si muovevano. Mi sono allontanata un po' ma ho scoperto in fretta che poco oltre la riva le onde diventavano davvero minacciose.

Sono andata avanti finché non mi sono tagliata sui coralli. A quel punto, sanguinante e ancora affamata, mi sono ritirata nella sicurezza del mio rifugio ringraziando Tom Hanks per avermi fatto credere che sarei potuta sopravvivere di pesca. A quel punto mi sono arresa. Non c'era cibo. Mi sono odiata per essermi portata il libro new age quando aver potuto prender qualche barretta proteica di emergenza.

Ma dovevo resistere. Così ho raccolto le forze e ho cercato di ignorare la fame.

Anche perché non c'era altro da fare che aspettare. Avevo detto al pescatore che mi aveva portato lì di tornare il giorno dopo—l'unica buona decisione che ho preso in tutto quest'esperimento. Ho aperto il libro e ho cominciato a leggere per ingannare l'attesa. "Il significato esoterico di 'aspettare' è la chiave dell'illuminazione." Aspettare, secondo il libro, ci consente di dirigere la nostra attenzione sull'Adesso e quindi ci offre illuminazioni sulla nostra realtà. O qualcosa del genere.

Ho chiuso gli occhi e mi sono lasciata trasportare dall'immobilità dell'isola. Il mio rifugio vibrava leggermente per la brezza. Le onde dell'oceano mi rilassavano. Alla fine, al tramonto, è tornata la barca. Mi sono sentita sollevata.