L'Italia sta ignorando Bugo, il suo Liam Gallagher
Screenshot da YouTube.

L'Italia sta ignorando Bugo, il suo Liam Gallagher

Perso il treno dell'itpop, Bugo ha reagito insultando tutto e tutti ed è diventato un mito, proprio come Liam Gallagher.
24 luglio 2018, 10:38am

Magari ai più giovani, adepti dell'Itpop, il suo nome non dirà nulla. Ma c'è stato un periodo, circa dieci anni fa, in cui Cristian Bugatti da Cerano, Novara, in arte Bugo, era una delle punte di diamante dell'indie italiano. Erano altri tempi per la scena: promozione e vendite praticamente inesistenti, ascolti (su Myspace!) ridicoli, festival minuscoli e numeri ridotti davvero alle briciole. Chi c'era ricorderà sicuramente una situazione opposta a quella attuale, un ambiente in cui luoghi di discussione e diffusione come Diesagiowave erano un miraggio.

Pur dichiarandosi estraneo a quella nicchia, al suo interno Bugo spadroneggiava. Era protagonista perché con la musica sapeva fare bene qualsiasi cosa volesse: un giorno si dedicava al cantautorato lo-fi, il giorno dopo all'elettronica e il sabato sera all'hard rock. E il pubblico, dalla sua, rispondeva agli stimoli. La critica era unanime nello spendere fiumi d'inchiostro su di lui, anche se non tutti erano d'accordo sull'effettiva caratura dei suoi lavori. Lo si definiva "fantautore" e l'associazione più immediata era quella con Beck: come lui, il nostro mescolava generi diversi in anarchia, forte di un piglio stralunato, surreale e provocatorio.

L'album Contatti, uscito nel 2008, rappresenta la vetta più alta della sua discografia. la sintesi perfetta, su un meticoloso tappeto elettronico, delle anime in lui in circolo da almeno un decennio. Con pezzi memorabili come "C'è crisi" e "Nel giro giusto" riuscì addirittura a piazzarsi contemporaneamente fra gli headliner del MI AMI e nel pomeriggio di RaiDue, quando ancora RaiDue faceva programmi musicali al pomeriggio.

Un Bugo d'altri tempi, screenshot da YouTube.

Poi, però, qualcosa si è rotto. Dal successivo Nuovi rimedi per la miopia è stato un passo falso, un po' per un evidente calo d'ispirazione, un po' per un discutibile cambio di rotta verso lidi più morbidi. Così, mentre l'indie italiano iniziava a cambiare / crescere (scegliete voi il verbo che preferite), il pubblico e la critica hanno rivolto altrove la loro attenzione, tagliandolo fuori dal giro giusto.

Ormai anagraficamente lontano dai giovanissimi, Bugo iniziò un processo di metamorfosi che l'ha portato a staccarsi dall'immagine del Beck italiano per assomigliare a un altro nobile decaduto della musica: Liam Gallagher. E noi, nonostante quest'occasione imperdibile, da bravi stronzi abbiamo continuato a ignorarlo. Ma andiamo con ordine.

Perché Liam Gallagher? Come il frontman britannico, anche Bugo si è creato il suo coagulo di riferimenti sacri e intoccabili, appartenenti a un passato dorato a metà fra l'alternative e il nazionalpopolare, messi sull'altare per essere ostentati quando necessario. Poi, se l'ex Oasis ha addirittura chiamato suo figlio Lennon, il Bugatti ha invece deciso di credere nell'Italia rock dei suoi ascolti di gioventù: Grignani, Celentano e il Vasco degli esordi.

Come l'ultimo album di Liam, As You Were, anche le nuove opere del Bugo non sono certo brutte. Ma sono anacronistiche, scritte con uno sguardo vitreo rivolto più al passato che al presente e dunque anche riluttanti per loro stessa natura all'interesse della stampa di settore e degli ascoltatori, oggi più che mai in cerca della spiazzante novità. Ora: non che il resto dell'indie italiano sia particolarmente avanguardistico, ma è proprio quel suo modo un po' morboso di guardarsi indietro a determinare quest'impressione finale. Nessuna scala da salire ad esempio sembra un solo un bel revival di Bollicine, e lì si ferma.

Bugo, foto di Michele Piazza.

Parlare dei nuovi album di Bugo significa parlare di dischi che non si è filato nessuno: né i novizi del genere, né i veterani che non si perdono un'uscita, né la critica. Certo, è rimasto lo zoccolo duro dei suoi fan, ma rispetto a dieci anni fa oggi Bugo vive in una situazione di disinteresse diffuso.

Bugo non l'ha certo presa con filosofia, equi veniamo alla sua componente più gallagheriana. Come Liam, anche per lui lo stare in disparte è una forzatura in risposta alla quale ha continuato sì a fare musica ostinata, ma al contempo non ha risparmiato insulti e considerazioni al vetriolo sul resto della scena. Su chi, in pratica, se la passa meglio. Le sue crociate su Facebook, con post provocatori spesso firmati allo stesso inutile modo dei tweet di LG, hanno avuto finora come credo un po' naif lo scorno fra un passato "vero" e un presente "corrotto", che l'ha fatto fuori senza motivo. Bugo narra, o immagina, una serie di faide che non risparmiano nessuno: dai "social" come entità astratta ai giornalisti di settore, dai discografici ai colleghi più o meno "indie".

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Stilarne un elenco sarebbe controproducente, anche perché molti dei post sono stati poi cancellati dall'autore stesso. Ricordiamone, però, gli highlights: la rottura con la Carosello, con delicati dettagli privati; il tira e molla con Facebook, del tipo "prima lo uso, poi no, poi passo a Instagram, poi forse ci torno"; la polemica con RockIt e, più in generale, con l'informazione musicale tutta, rea di averlo ignorato persino durante la presentazione del suo disco; Cosmotronic/"Cagatronic", che tutto insieme non varrebbe una nota del Contatti di cui sopra.

Le reazioni ovviamente non sono mancate, e il più delle volte l'hanno visto passare per l'invidioso di turno o, peggio ancora, per un ottuso che non sa o non vuole capire la nuova musica. Di contro Bugo, un po' per necessità di uscirne e un po' per animo cazzone, ha mischiato le carte in tavola, sostenendo quanto il suo atteggiamento sarebbe in realtà soltanto sarcastico. Come a dire che, in fondo, quelle provocazioni altro non sono che un gioco per rendere meno monotona la comunicazione fra gli artisti, per rinnovare il proprio personaggio e mettere un po' di pepe sulla scena.

In ogni caso, al momento Bugo ha cancellato tutti i messaggi che poteva cancellare, che restano oggi solo in ricerche di Google che portano a link morti. È partito in tour per supportare il suo nuovo progetto RockBugo: guarda caso, una raccolta dei suoi classici arrangiati in chiave rock. Nella faida fra chi lo reputa un santone (pochi) e chi un rosicone in cerca d'attenzioni (tanti), ci siamo noi, che siamo angioletti super partes e non ci perdiamo mai una polemica. E intanto sorvoliamo sulla lezione che, non sappiamo con quanta consapevolezza, il nostro ci insegna: prendersi meno sul serio, con più leggerezza, una volta tanto. Non c'è mai da credere troppo a ciò che si vede: è solo il grande gioco del rock, direbbe lui. Un valore potenzialmente essenziale, questo dell'ironia, di cui il Bugatti si è nominato alfiere e che l'indie italiano, a tratti troppo permaloso e serioso, ha un po' trascurato.

Patrizio è su Instagram.

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