Dovete ringraziare "Trap Muzik" di T.I. per tutto questo
Fotografia promozionale di Zach Wolfe

Dovete ringraziare "Trap Muzik" di T.I. per tutto questo

Abbiamo parlato con la leggenda di Atlanta di come ha cambiato le sorti del rap sbattendo in faccia all'America la vita vera dietro lo spaccio.
22 agosto 2018, 9:38am

Quando T.I. pubblicò Trap Muzik nell'estate del 2003 diede quasi immediatamente un nome a un genere che avrebbe fatto la storia del Southern hip-hop e prima e dell'hip-hop tutto poi. C'è chi sostiene che parte del merito vada anche ai suoi producer, DJ Toomp e Shawty Redd, il cui lavoro è stato fondamentale nella creazione di quello che sarebbe diventato il classico suono trap. Ma era almeno dall'inizio del millennio che quel sound, tutto bassi profondi e hi-hat aggressivi, aveva cominciato a travolgere il sud degli Stati Uniti. Lungo il corso degli ultimi 15 anni, avrebbe sconfinato oltre Atlanta e la Georgia e si sarebbe espanso come un fiume in mille rivoli, filtrando nel resto del mondo. Quel titolo rese la trap un brand riconoscibile, aiutandola ad affermarsi nel mainstream e creando un senso di comunità artistica: quella che avrebbe generato artisti come Jeezy e i Migos, permettendogli di sfondare nelle classifiche pop.

Trap Muzik aveva anche un'arma nascosta: i suoi testi, pieni di spunti interessanti sulla società che raccontavano. Un esempio era "Doin' My Job", in cui T.I. obbligava l'ascoltatore a empatizzare con gli spacciatori con un'efficacia che mancava almeno dai tempi di Biggie. "Vogliamo una vita decente anche noi! Abbiamo mamme, papà, mogli e figli proprio come voi", rappava, supplicando con forza l'America bianca a ripensare il concetto di guerra alle droghe, invitando chi fosse all'ascolto a rendersi conto dell'umanità di chi doveva smerciare cocaina per sbarcare il lunario. Così facendo, proprio come gli UGK dieci anni prima, T.I. diventò un supereroe per chiunque conduceva quella vita.

"In quegli anni in città mi conoscevano come un tipello tutto piccolo ma con dei ferri enormi", mi racconta T.I. al telefono. "La mia famiglia pensava seriamente che mi avrebbero ammazzato". Ma a quindici anni di distanza dall'uscita di quello storico album T.I. è vivo e vegeto. Nel frattempo ha lanciato la carriera di artisti come Iggy Azalea e Travis Scott, ha recitato in diversi film e ha devoluto molti dei suoi ricavi in beneficienza: è diventato, in poche parole, uno dei grandi vecchi dell'hip-hop americano. Gli abbiamo fatto qualche domanda per ripercorrere assieme a lui la strada che lo ha portato fin qua, in un'America trumpiana a cui le sue parole e la sua musica possono ancora dire molto.

Noisey: Il tuo album di debutto I'm Serious non ebbe un grande successo sul momento. Come ti faceva sentire questa cosa mentre lavoravi a _Trap Muzik_**?** T.I.: Volevo scrivere un classico. Sapevo di dovermene uscire con della musica che avrebbe resistito al passare del tempo. Volevo spiegare che anche chi commetteva crimini aveva altro a cui pensare: non sei uno spacciatore e basta, sei anche un figlio, un fidanzato, un padre precoce che la società guarda con disprezzo quando in realtà sei molto di più. Mettici anche qualche amico morto, magari nemmeno perché aveva fatto nulla ma solo perché si era trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato... Trap Muzik voleva cristallizzare questo lato dell'esperienza afroamericana in forma musicale.

L'etichetta con cui feci uscire I'm Serious, la Arista, non mi aveva capito. Il produttore che mi aveva preso sotto la sua ala, LA Reid, gestiva già tanti artisti di successo: Toni Braxton, gli Outkast, le TLC, Usher e i Goodie Mob. Quindi dedicava a loro tutte le sue energie. Il che è comprensibile, ma io ci andai di mezzo.

Poi firmasti con Atlantic, cambiando etichetta, e le cose cambiarono.
Sì, mi venne data l'opportunità di riflettere veramente sulle mie esperienze e sull'ambiente da cui venivo. Prima volevo solo mettere in chiaro che i figli di puttana di Atlanta potevano vedersela alla pari, barra per barra, con i più grandi rapper di New York. Certo, c'erano gli Outkast, ma era come se non venissero riconosciuti come artisti street. La trap non aveva ancora ottenuto nessun riconoscimento su larga scala e io volevo riempire quel buco. Sul mio primo album avevo provato a mettere insieme tanti stili diversi e alla fine era uscito un prodotto confuso che non diceva niente sulle mie origini. Però c'era "Dope Boyz", una canzone che andò davvero bene e mi convinse a scrivere un album intero in cui parlavo delle mie origini. Volevo portare la gente nella trappola.

Chi era T.I. a quei tempi?
Insomma, non mi ero ancora messo la testa a posto. Finivo in carcere un mese sì e un mese no. Ero sempre in giro e sempre con le mani in pasta, così come tutti i miei amici. Eravamo degli hooligan, quasi. Mia nonna mi prendeva sempre in giro... "Ti piace girare coi criminali!" Ricordo che mio zio mi chiamò e mi chiese di andare a casa sua per una cosa importante e quando arrivai provarono a farmi firmare un'assicurazione sulla vita. La mia famiglia credeva davvero che sarei morto e volevano assicurarsi di poter pagare il mio funerale.

Com'è che trasportasti in studio questo senso di frenesia?
Sapevo di dover lanciare quel messaggio. I bianchi non sanno quanto sono vicini a doversi calare nei nostri panni. Se non hai studiato come si deve e non sei quasi mai uscito dal quartiere allora ti accontenti di quello che hai. E se l'unica cosa che hai è il crack allora devi spacciare per fare soldi, non hai altra scelta. E mi sembrava che nessuno si prendesse il tempo per pensarci bene e rendersene conto.

C'erano figli di puttana che sceglievano di spacciare crack come carriera, senza sapere che fu la CIA a portarlo negli Stati Uniti durante la guerra contro i Contra nel Nicaragua. Sono loro che hanno cominciato a spiegare agli americani che il crack si faceva mischiando bicarbonato di sodio, acqua e cocaina. Insomma, io non conosco nessun nero capace di fare il chimico! Nessuno di noi avrebbe mai rischiato di fare cazzate, spacciare roba tagliata male. Mi sembrava che il mio governo stesse diffondendo armi, droghe e morte nella mia comunità, nella comunità nera, per tenerci a bada. Per farci fare vite di merda e rinchiuderci in prigione. Un po' come se fossimo ancora schiavi, così da farci lavorare a basso prezzo per le grandi aziende. Era tutta una strategia per renderci meno umani. Ecco, volevo che Trap Muzik fosse una reazione a tutto questo.

La vita che descrivi nell'album sembra come separata in due. In "Long Live Da Game", per esempio, dicevi di avere "Una casa nella trappola e una casa per rilassarti". Era difficile mantenere l'equilibrio da questi due aspetti della tua quotidianità?
Senti, nessuno vive nella trappola se può evitarlo. La trappola deve essere come un ufficio. Ci vai, fai quello che devi fare e a una certa ti devi sentire di aver rischiato abbastanza. E allora puoi andartene da qualche altra parte dove puoi stare tranquillo e sviluppare una strategia più articolata, creativa, per passare quello che resta della giornata. Qualsiasi ragazzo che è finito in mezzo a giri strani spera almeno di poter staccare, ogni tanto. Nessuno vuole fare una vita a spacciare crack o eroina, no? Devi creare un dualismo, non so se mi spiego.

Su quell'album parlavi molto di te stesso ma dicevi anche "Voglio essere un musicista, non un politico". Oggi, invece, parli spesso di politica e critichi apertamente la presidenza Trump. Che cosa è cambiato in te in tutto questo tempo?
Non è cambiato niente, continuo a non voler essere un politico. Voglio assistere i politici che penso essere i migliori, ma non voglio diventarne uno. L'unica cosa che posso fare è alzare la voce e farmi sentire.

Su Trap Muzik c'erano molte chitarre registrate in studio, c'erano parti di pianoforte - un sacco di strumentazione, insomma. A tratti sembra di sentire il minimalismo degli UGK, ad altri i pezzi di soul rimaneggiato del Kanye West di The College Dropout. Che cosa avevi in testa per il suono di quell'album?
Volevo creare suoni nuovi e diversi ma che potessero comunque essere coerenti con lo stile di vita delle persone che volevo rappresentare. Quando venne Kanye in studio a lavorare su "Doin' My Job" volevo fare una canzone per la trappola che però non avesse il classico suono trap. Doveva avere qualcosa di più classico per poter restare nel tempo. Per "Let Me Tell You Something" chiesi a Kanye di rilavorare "I Want to Be Your Man" degli Zapp di Roger Troutman e lui lo fece tranquillamente, dal nulla. Sapevo fosse un genio ma non avevo idea di quanto potesse ampliare la sua visione da allora a oggi.

Con DJ Toomp invece c'era una vera e propria amicizia. Mio cugino Tremell era cresciuto assieme a lui, andavamo sempre nel suo studio e lui mi faceva sentire roba mentre mi tagliava i capelli. Lavoravamo così, c'era solo amore tra di noi ed è per questo che ci trovavamo così bene assieme.

Perché pensi che Trap Muzik sia rimasto nella storia? Possiamo considerarlo un classico?
Penso rappresenti l'inizio di un'era. È una rappresentazione accurata di una vita che pochi, al di fuori della comunità nera, conoscevano. Nessuno aveva idea che la trappola esistesse, la gente si immaginava scene da film d'azione quando si parlava di spaccio. Se spacciavi eri automaticamente Nino Brown di New Jack City o Tony Montana di Scarface. Trap Muzik fece capire, a chi lo ascoltò, che lo spaccio non era qualcosa di straordinario. Lo umanizzava, parlava di persone reali con mamme e papà, non di personaggi creati per un film. Nei film non vedi mai le mamme degli spacciatori. E allora chissenefrega se li ammazzano! Volevo che la gente ci cominciasse a considerare esseri umani. Per me Trap Muzik sta al rap come Boyz N The Hood sta al cinema: ti colpiscono, ti fanno pensare. E intanto tutti 'sti altri rapper erano lì a fare dischi che volevano essere Scarface.

Non è mai stato ben chiaro chi abbia creato l'idea di trap. C'è chi sostiene sia stato Gucci Mane e chi invece dà a te ogni merito. Sono anni che ne parlate.
Gucci è solo un maschio alfa e prova ad avere il controllo su ogni cosa. Ma qua stiamo parlando solo di parole. Dovresti avermi battuto sul tempo di un soffio per poter dire di aver creato tutto questo. Intendiamoci, non voglio sminuire il suo contributo alla trap, è stato davvero importante. Gucci ha preso la trap e l'ha portata verso nuove direzioni, così come Jeezy. Ma la trap non sarebbe esistita senza di me, e Gucci lo sa.

Questo articolo è comparso originariamente su Noisey UK.

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