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E così se sei buono meriti la cittadinanza, ma puoi tornare straniero da un momento all'altro

Dopo le iniziali polemiche, Rami e Adam sono stati presi e trasformati nel simbolo del “bravo straniero” che questo governo propugna.

di Valerio Moggia
28 marzo 2019, 9:38am

Rami e Adam a Che tempo che fa.

Solo una settimana fa, la notizia che la tentata strage sull’autobus di San Donato era stata sventata anche da ragazzini di origine nordafricana era sembrata un grosso smacco per la narrazione di Matteo Salvini.

Oggi, tutto pare diverso: Rami e Adam, due dei protagonisti della vicenda, sono stati portati in tv e sui giornali, intervistati e sovraesposti in ogni forma e modo possibile, fino all’essere invitati all’ultima partita della nazionale di calcio e a scattarsi un selfie con il capitano Chiellini. Nel mentre, Salvini ha cambiato idea e deciso di concedere loro—ma non ai famigliari—la cittadinanza italiana (e pure un gelato, ovviamente in favore di stampa).

Il perché è chiarissimo, nelle motivazioni del ministro dell’interno: meritano di diventare italiani perché hanno dimostrato “di aver capito i valori di questo paese.” È indubbio che Salvini abbia ceduto (solo qualche giorno fa aveva invitato Rami a candidarsi se gli "piaceva lo ius soli"), ma non si può pensare che sia stato sconfitto. Da un lato ha capito che fare il duro contro due adolescenti, che peraltro avevano evitato insieme ai compagni una strage, non gli conveniva politicamente; dall’altro, ha preso questa storia della cittadinanza e l’ha fatta combaciare con la sua retorica. Quella secondo cui, allo straniero che vuole essere al “nostro livello,” deve essere richiesto uno sforzo sociale enorme, superiore a quello che ci aspetteremmo da un qualsiasi italiano, fino anche a rischiare la propria vita per dimostrarsi degno.

Ed ecco che, senza alcuna responsabilità da parte loro, Rami e Adam sono stati presi e trasformati nel simbolo del “bravo straniero” che questo governo propugna.

Nonostante siano nati e cresciuti in Italia, devono ripetere continuamente di sentirsi italiani; noi stessi vogliamo sentirglielo dire, non si sa per quante volte. Lo stesso non tanto tempo fa è successo a Mahmood, che dopo la vittoria al festival si è sentito domandare da una giornalista cosa gli mancasse del suo paese, costringendolo a ribadire ciò che qualunque ricerca su Wikipedia avrebbe potuto chiarire: il suo paese è l’Italia. Pochi giorni fa, il cantante ha poi rivelato che solo dalle reazioni post-Festival si è reso conto di essere “straniero nel mio paese”. Ed è solo l’esempio più noto, ma chiunque abbia storie personali simili a queste si sarà sentito più volte rivolgere domande come “ok, ma di dove sei veramente?”, o “ma un giorno non ti piacerebbe tornare nel tuo paese?”

Il problema della rappresentazione dell’altro passa anche da questo. I non bianchi sono implicitamente esclusi dalla nostra considerazione della società italiana, tanto che è d’obbligo, per i giornalisti, domandare continuamente cosa pensino di Salvini e dell’immigrazione (com’è successo in questi giorni con il padre del calciatore Moise Kean), perché si tratta di un problema che “li” riguarda: quel “loro” è l’implicito che traccia un solco profondo nella nostra società, in cui—anche se sei arrivato legalmente in Italia, se hai sempre lavorato e hai ottenuto regolarmente la cittadinanza—non sei mai veramente uno di “noi,” a prescindere da ciò che dice la legge.

Non si spiega altrimenti la differenza d’impegno profusa dal Pd, durante la scorsa legislatura, nei confronti di due leggi sacrosante come quella sulle unioni civili e quella sullo ius soli. Nel primo caso, si arrivò a porre la fiducia—vale a dire, a mettere in discussione il governo stesso—mentre nel secondo si preferì fermarsi prima, nonostante la legge proposta fosse molto più limitata di uno ius soli vero e proprio; e ora che il centrosinistra si trova all’opposizione, la questione sembra essere tornata una priorità.

La tragedia sfiorata a San Donato Milanese è un evento estremamente significativo proprio per le figure che ha visto coinvolte: da un lato due bambini figli di nordafricani, dall’altra un “senegalese,” che in realtà è cittadino italiano, anche se nei media questa cosa è stata subordinata alla prima. Una vicenda che ha messo bene in chiaro quali sono gli "stranieri" che vanno bene e sono da premiare, e quali quelli che non vanno bene e sono da punire; quelli a cui dare la cittadinanza e quelli a cui toglierla, come proposto dai due vicepremier subito dopo l’arresto di Ousseynou Sy. L’esempio perfetto della visione sociale di Salvini, adottato e rilanciato in maniera quasi del tutto acritica da parte dei mezzi d’informazione.

Discutere se il riconoscimento della cittadinanza debba davvero essere un premio è giusto, ma rischia di semplificare la questione. Oggi è innanzitutto uno strumento di ricatto, con cui tenere in riga qualcuno e obbligarlo a essere come vogliamo noi, applicandogli una severità che non usiamo con gli italiani bianchi. E un ricatto funziona meglio se siamo in grado di proporre degli esempi che dimostrino che il sacrificio viene ripagato e che non viene imposto per razzismo: può trattarsi di un senatore leghista nato in Nigeria, consapevole del proprio ruolo; o di due ragazzini caduti nella morsa della strumentalizzazione mediatica.

Ma dopo il ricatto e l’esempio, giunge l’immancabile beffa: la scoperta che questa cittadinanza è quasi solo una formalità che ti rende “italiano” fino a un certo punto, e non ti protegge fino in fondo dal razzismo e dalla discriminazione. Se dovessi commettere un crimine, fosse anche solo un banale incidente d’auto, torneresti a essere un “egiziano,” un “marocchino,” un “nigeriano” o un “senegalese.”

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