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Foto di gangster prima e dopo la rimozione digitale dei loro tatuaggi

Steve Burton spera che le sue foto possano aiutare a mostrare queste persone per quello che sono veramente.

di Mirjana Milovanovic; traduzione di Giulia Fornetti
03 febbraio 2019, 11:15pm

Mario Lundes, prima e dopo il ritocco Photoshop. Tutte le foto di Steven Burton.

Quando ha avuto l'idea di questo progetto, il fotografo inglese Steven Burton viveva a Los Angeles. Stava guardando G-Dog, documentario che narra le vicende di Father Greg e delle Homeboy Industries, organizzazione che si occupa di dare sostegno e istruzione a ex detenuti e membri delle gang. Il documentario racconta l'inizio di questo progetto e il difficile processo di reintegrazione nella società. A un certo punto, si parla dell'importanza per queste persone di farsi rimuovere i tatuaggi, poiché ormai non li rappresentano più.

In quel momento, Steven ha pensato di rimuovere con Photoshop i tatuaggi dei gangster per permettere a tutti di vedere quei volti dal passato invadente per quello che realmente sono: persone. Come avrebbero reagito i membri delle gang vedendo la propria faccia senza più tatuaggi? E come avrebbe reagito il mondo esterno nel vedere il volto umano di 'pericolosi criminali'?

Da queste domande è nata l'idea di questa serie, che è poi diventata il libro Skin Deep. Abbiamo incontrato il fotografo per farci raccontare la sua esperienza con ex detenuti e membri delle gang più pericolose di Los Angeles.

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Marcos

VICE: Ciao Steven, partiamo dall'inizio. Dopo che ti è venuta l'idea del progetto, come hai selezionato le persone da fotografare?
Steven Burton:
Ho passato un sacco di tempo a conoscere le persone che frequentavano Homeboy Industries. Quello è stato il mio principale punto di contatto per trovare i soggetti delle foto.

Qual è stata la reazione degli ex gangster quando hai spiegato il tuo progetto?
All'inizio non hanno capito bene quello che volevo fare. Ma, in generale, erano piuttosto interessati. Molti sono stati contenti di partecipare, ed erano curiosi di vedere le foto. Ovviamente la seconda volta che li ho contattati è stato più semplice, perché avevo le foto da mostrargli. Dicevo, "Ti faccio vedere le foto e poi facciamo un'intervista," e molti mi rispondevano, "Ok, ma intanto fammi vedere le foto." Anche se alcuni non hanno portato a termine il programma di reinserimento e sono tornati nelle gang, volevano comunque vedere com'erano venuti in foto.

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Francisco Rivera

Dove le hai scattate?
Vivevo in centro a Los Angeles, vicino alla sede di Homeboy Industries, quindi è stato facile portare i ragazzi nel mio studio. Ma la cosa interessante è stata vedere come anche le cose più semplici per loro possono diventare problematiche, per esempio uno spostamento o un viaggio. Non vogliono mai spostarsi troppo per non entrare in territori altrui. Anche se alcuni avevano lasciato la gang, i loro tatuaggi erano ancora molto evidenti.

Che rapporto hanno gli ex criminali con i tatuaggi che portano addosso?
La maggior parte vuole rimuoverli, perché sente che non li rappresentano più. Credo che circa il 90 percento di quelli che ho incontrato si fossero già sottoposti a diversi interventi di rimozione.

Quanto tempo ci hai messo a completare il progetto?
Per le foto non tanto, un paio di settimane. Ma quella era la parte semplice, invece per la post-produzione e il ritocco ci sono volute 400 ore.

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Dennis Zandram

Sicuramente hai scoperto molto su queste persone e sui loro mondi. Puoi raccontarci qualcosa?
Tutto è iniziato per cercare di capire come vengono giudicate queste persone dalla società. Ma passando molto tempo all'associazione inizi a conoscerli uno per uno, ed è un'esperienza davvero forte. Io per esempio ho fatto fatica a smettere di fumare, ma pensa quanto dev'essere difficile lasciare una gang, allontanarsi da una famiglia, dalla droga magari, ripulirsi e ricominciare da capo da un'altra parte. Trovo che le loro storie siano meravigliose.

E come hanno reagito quando hai mostrato loro le immagini prima e dopo il fotoritocco?
Il primo a cui le ho mostrate è stato Marcus. È quello che ha più tatuaggi di tutti, e anche il più grosso e il più violento. Quando ha visto le foto per la prima volta, l'ha trovato divertente. Ma dopo qualche istante è ammutolito, e ha pianto. Ha iniziato a raccontarmi il significato dei suoi tatuaggi, quello che rappresentavano allora e come oggi non abbiano più alcun valore per lui. Grazie alle foto, Marcus ha capito perché in molti gli dicono che assomiglia a suo figlio: era passato tantissimo tempo dall'ultima volta che si era visto allo specchio senza tatuaggi.

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Marcus Luna

Sono stati in molti a commuoversi?
La cosa davvero emozionante è che tutti si sono aperti immediatamente. È stato uno shock che li ha portati a lasciarsi andare, era come se finalmente potessero parlarmi da da persone normali. È stato molto bello, e penso che la maggior parte delle interviste siano sincere e autentiche. Molti di loro hanno voluto mostrare le foto alle proprie madri. Spesso i padri sono in prigione da sempre, e loro sono cresciuti solo con le madri. La mamma è la persona più importante della loro vita. E spesso è la mamma che ha cercato di salvarli dalle gang. Il primo commento di Marcus davanti alla foto è stato, "Devo farla vedere a mia mamma," e così mi hanno risposto molti di loro.

Qual è la cosa che ti ha sorpreso di più di questo progetto?
Il fatto che abbia colpito tante persone. Ho ricevuto email dalle persone più disparate. L'altro giorno ne ho ricevuta una da una donna che lavora in carcere. Quando i detenuti escono dall'isolamento, lei mostra loro il libro e lo usa per le sue sedute terapeutiche. Io ne sono molto felice, perché in questo modo si aprono nuove finestre di dialogo. Una madre mi ha scritto per dirmi che ha usato il libro per rassicurare i suoi figli che avevano paura delle persone tatuate. Grazie alle foto è riuscita a spiegare loro che le persone non si possono giudicare solo sulla base del loro aspetto fisico.

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Calvin Spanky

Qual è stata la difficoltà più grande che hai trovato nel portare a termine questo progetto?
A un certo punto sono andato via da Los Angeles, e quando sono tornato è stato difficile ritrovare le persone che avevo fotografato. Sono rimasto in contatto con alcune, ma tante cambiano numero di telefono molto spesso. Ho dovuto passare ore per strada, nel quartiere in cui sapevo che vivevano, aspettando di incontrarli. Ci sono voluti sei mesi per ritrovarli tutti.

C'è qualcuno di loro che ha voluto mantenere i contatti con te?
Ce ne sono tre o quattro con cui sono in contatto, sì. Principalmente con Francisco, lui è anche venuto a New York per il lancio del libro. E poi, è triste, ma ho saputo che tre o quattro dei ragazzi ritratti nel libro sono stati uccisi. Altri sono tornati alle gang, ma altri ancora se la cavano benissimo. Uno di loro si è appena laureato. La prima volta che l'ho fotografato era uscito di prigione da appena una settimana. Aveva passato dentro circa vent'anni, e una volta uscito aveva deciso che voleva cambiare vita.

Qual è stato il più grande insegnamento che hai tratto dal progetto?
Ho riflettuto a lungo sul fatto che se fossi cresciuto anche io nell'ambiente dove sono cresciuti questi ragazzi, probabilmente sarei nella loro stessa situazione. L'unica speranza sarebbe stata trovare un'associazione come Homeboy Industries per reintegrarmi nella società. E poi, il fatto che non puoi mai giudicare una persona per il suo aspetto. E se ti capita di farlo, dovresti fermarti e riflettere sulla tua stessa ignoranza. Devi trascorrere del tempo con le persone, a prescindere dal loro passato. Spero che queste foto possano aiutare a vederli per quello che sono veramente.

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