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Music by VICE

Albertino ha fatto bene o male alla radio italiana?

Dopo 35 anni Albertino ha mollato Radio Deejay per m2o, e quindi è un buon momento per riconoscere il bene e il male che ha fatto alla dance, al pop e all'hip-hop in Italia.

di Demented Burrocacao
05 marzo 2019, 2:32pm

Collage tra foto d'epoca e loghi.

Noi italiani abbiamo un brutto vizio: ci affezioniamo alle cose e non sappiamo accettare il cambiamento. Quanti cantanti continuano a vendere dischi anche se oramai non hanno nulla da dire? Quanti cambiano rotta (in senso negativo, perlopiù) e il pubblico, dopo un iniziale e sacrosanto sgomento, poi decide che vabbè, è sempre lui, andiamo comunque al concerto, collezioniamo i suoi inutili cofanetti di cover, ecc. Insomma, abbiamo il prosciutto sui bulbi oculari.

Questo spiega bene la reazione disperata di molti alla notizia che Albertino ha traslocato da Radio Deejay alla truzzissima m2o. In effetti Albertino è una colonna portante della storica emittente milanese, ma dalle sue stesse parole la decisione di abbandonare è dovuta a una mancanza di stimoli e di obiettivi. Il che ci sta, anzi, era abbastanza prevedibile: quello che però realmente vogliamo capire è se questa specie di “lutto collettivo” rispetto all’operato di Albertino in tutti questi anni da disc jockey abbia un senso o se c’è un equivoco.

Se penso ad Albertino non posso che ritornare con la mente ai primi vagiti di Deejay Television, con la sua classifica dei migliori video su Deejay Parade. Per dei ragazzini di otto anni, in una situazione nella quale VideoMusic era ancora un’utopia (farà capolino solo il primo aprile del 1984, mentre Deejay Television andava in onda già nel 1983) e vedere MTV era praticamente impossibile, Deejay Television ha rappresentato un modo per capire cosa stava succedendo nella musica mondiale.

La cosa interessante era che non c’era coerenza in quello che mandavano in onda: potevi beccare il video fico come la pacchianata, ma di base a noi non fregava nulla, volevamo solo musica e avere più input possibili. Lo spazio video di Albertino era quindi di importanza fondamentale, soprattutto se volevi capire cosa andava forte tra i tuoi coetanei, ma soprattutto nel giro dei fratelli maggiori perché erano loro che andavano alle feste, noi al massimo gli rubavamo i dischi per i compleanni. E poi io un fratello maggiore non ce l'avevo, quindi dovevo arrangiarmi, appunto, con Albertino. Che ti piacesse o meno, non c’era scampo: Deejay Television era una delle poche fonti con le quali costruirsi un gusto, capire e saper discernere cosa andava bene e cosa non faceva per te.

Albertino, forse più di tutta la Deejay’s Gang, ha avuto un impatto importantissimo (nel 1997 l'Accademia della Crusca lo ha premiato per la sua capacità di comunicare ai giovani, chissà quanta polemica farebbero in merito oggi). Ma oltre a questo aspetto positivo, abbiamo anche l’altra faccia della medaglia, cioè che Albertino ha sdoganato roba commerciale assolutamente terrificante, mescolando genericamente musica fica con porcate assurde. A Deejay Television trovavi i Public Enemy confusi insieme ai Bros, e cosa ancora più drammatica venivano spinti senza ritegno i pupilli e i prodotti della radio, rendendo anche un fenomeno imbarazzante come Jovanotti un personaggio di culto.

Posso vantarmi di non aver mai acquistato For President, ma quando uscì fu un evento di proporzioni enormi, cosa che aveva a che fare più con un vero e proprio bombardamento mediatico che con l’effettiva qualità del prodotto. Si potrebbe sostenere che sia stata proprio Radio Deejay a creare il “massacro di senso” per cui i più giovani oggi non riescono ad ascoltare la stessa musica per più di una settimana, e cambiando successi come calzini (atteggiamento deplorato da Albertino stesso in un'intervista con Rockit, nonostante sia stato uno di quelli a dare il via a un modo di consumare la musica come fosse una Goleador).

Altro dilemma: è vero che Albertino è stato un apripista per generi come l’hip hop, la house e la techno da rave, oppure no? Molti storcono il naso: perché sostenere che il rap sia stato portato in Italia da Radio Deejay significa ignorare l'importanza prima di tutto di gente tipo i Raptus, che uscivano per Attack Punk e che nel 1985 incominciarono a sperimentare queste cose nella semi-indifferenza generale, e in secondo luogo di tutto il restante humus di una cultura che veniva senza dubbio dalla strada.

Senza Venerdì Rappa, One Two One Two e il famoso Hip Hop Village, tutte cose fondate da Albertino, forse il rap non sarebbe uscito così presto dalle periferie e dalle case popolari; ma d'altra parte, ci saremmo risparmiati le hit da classifica degli Articolo 31. Albertino dice che tutte queste situazioni correlate erano nate per dare spazio a tutte le realtà rap e da una sincera passione per l’hip hop. La storia però ci insegna che furono le scorribande dei milanesi a Roma (Jovanotti in primis) a importare e accaparrarsi qualcosa che invece sul suolo romano era già ben radicato e aveva un successo innegabile: la differenza era di mezzi economico-mediatici. Roma non aveva rivali a livello di house, techno, rave culture e hip hop, come racconta Lory D nella nostra intervista su Noisey, ma la scena non riusciva a fare breccia al di fuori del Grande Raccordo Anulare con la stessa forza di quella milanese, più agganciata, più volgare, meno originale e più commerciale. Di sicuro, insomma, ci troviamo di fronte ad un modo diverso di intendere la fruizione della musica e il suo scopo. Da un lato la purezza dell'underground, dall'altra un DJ che, pur aiutando alcuni artisti, questa purezza la contamina e la diluisce dentro al terribile calderone "dance", con il suo contorno di locali imbarazzanti e ossessione per i soldi. Dove sta la verità?

Per ripercorrere il ruolo di Albertino nella musica italiana, ho chiesto una mano a un mio caro amico e socio che queste diatribe le conosce bene: Hugo Sanchez, che molti ricorderanno per essere il mattatore di eventi romani come Discolooser, Tropicantesimo, Pescheria e il suo progetto house Front de Cadeaux, del quale potete vedere in rete svariate Boiler Room.

Mi dice Hugo: “Io ho ascoltato Deejay Time dall’87 fino al '91, circa, nel periodo d’oro. Ho ancora tutte le puntate registrate, tutte le Deejay Parade del sabato, sono le cose che mi hanno fatto venire la voglia di mixare. Se pure in classifica c’erano gli A Tribe Called Quest a 80 bpm e Corona o Adamski a 130 bpm, facevano tutti questi passaggi che non so come ottenevano, forse coi campionatori, ma rallentavano piano piano e introducevano le canzoni più lente e io pensavo che fosse divertentissimo. Perché io già sentivo i DJ mixare nelle discoteche, ma i bpm dei dischi erano sempre gli stessi, sovrapposti. Con Deejay Time invece no, era diverso, è lì che ho flippato. Albertino si inventava tutte queste cazzate tipo 'gli amici della cassettina', che era riferito a noi che ci registravamo le puntate, oppure slogan come 'lento ma violento', la sua rubrica che preferivo, con Gigi D’Agostino. Il concetto di lento violento mi accompagna ancora oggi, tanto che al Fuse di Bruxelles, dove abbiamo suonato un mesetto fa, uno è venuto da noi e ci ha chiesto se ci piaceva Gigi D'Agostino, e noi contentissimi. Riconosco quelle cose come un’influenza”.

albertino gigi d'agostino
Uno screenshot dal video di "Super" di Albertino e Gigi D'Agostino, cliccaci sopra per guardarlo su YouTube.

Albertino però a differenza di tanti altri DJ si è cimentato poco con la produzione di brani originali, le dita di una mano sono addirittura troppe per contarli. Ma secondo Hugo c’è un motivo ben preciso: “Albertino ha fatto più cose tipo jingle allungati, a differenza di Gigi Dag che partiva dai modi di dire della radio ma poi ne faceva dei brani veri e propri. Albertino, secondo me, non era niente di ché nemmeno come DJ da discoteca, e l’ho sentito. Però come divulgatore è stato sicuramente pazzesco”.

Il ruolo di divulgatore, quindi, ad Albertino non si può negare: rimane però il problema dell’originalità, tra accuse di plagio da emittenti più piccole e di appropriazione culturale di molte cose “sotterranee”, soprattutto nel periodo di svolta verso la rave culture. Divulgazione, sì, ma fatta commercializzando e togliendo forza a un messaggio che era invece nato per essere tanto dirompente quanto universale.

Tra le invenzioni di Albertino c'è la classifica italo dance (attenzione, non italo disco), che conteneva vari progetti che erano tutti delle stesse quattro o cinque persone che incidevano sotto vari nomi per non farsi sgamare. "Recentemente ho letto un articolo di Impellizzeri sui primi dischi house e si parla molto dell’Italia, del progetto Gino Latino, un parto di Radio Deejay che fece il botto. Era stato venduto come il progetto dance di Jovanotti, ma in realtà erano sempre loro, gli stessi di Ramirez o di 'Ti sei bevuto il cervello', che infatti fu pubblicata da Albertino con il nome Control Unit. Siccome uscivano solo su vinile, un passaggio su Radio Deejay significava tremila copie vendute”. Ecco spiegato lo stratagemma di infilare in alti posti della classifica prodotti della stessa Radio Deejay in modo che, anche se magari non era ancora vero che erano al top, poi diventavano per forza dei bestseller.

Allora stesso tempo, però, c'era un lato positivo a questo mischione: accanto a cose come gli Articolo 31, potevi ascoltare roba davvero di qualità, e di mille generi diversi. E si insegnavano anche ai ragazzi le questioni tecniche, tipo come mettere i dischi, le tecniche per loopare su vinile: “Mi ricordo che quando facevano la Deejay Parade spiegavano tutti i passaggi, tipo Molella che rallentava un pezzo per farlo combaciare con un altro, e lì mi partiva la fantasia, era una figata. I DJ house erano fighi, ma loro in radio mischiavano tutto, non solo un genere", continua Hugo.

Albertino quindi ha influenzato generazioni di ascoltatori e di musicisti. Comunque lo si voglia prendere, è una persona che sa di cosa parla. A leggere le sue interviste, dice di venire dal rock, poi ammette che la sua carriera si è sviluppata "campionando" quello che sentiva in giro. Ammette che di tutto quello che passava su Deejay time la roba veramente buona era un 50/60 percento. E, nonostante sia il re della "commerciale", la promuova e praticamente viva di quella, dice anche che odia i centri commerciali e il modo in cui il commercio rovina la musica, così come la fruizione usa e getta che ne hanno oggi i nativi digitali.

Quindi Albertino è un sincero profeta della musica o paraculo sottilissimo? Un personaggio in evoluzione o un'icona sempre uguale a se stessa? Non lo sapremo forse mai. L'integrità, in musica, è più sfuggente di un'anguilla. Per cui, forse, la vicenda di Albertino può diventare un giro di boa anche per quelli della nostra generazione, quella che dalle sue trasmissioni è stata plagiata inconsapevolmente a canticchiare anche quello che in fondo sa fare schifo, eternamente rinchiusa in un limbo tra qualità e monnezza.

Grazie a Marta Rissa e Valerio Mattioli per i sereni confronti sul tema.

Demented tiene per Noisey la rubrica più bella del mondo: Italian Folgorati.

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