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calcio

Vita da panchinaro, o della condanna di essere scarso a giocare a calcio

Solo chi ha fatto in panchina tutto il periodo dai pulcini in su può capire cosa provo.
Niccolò Carradori
Florence, IT
L'autore (quello col cappellino bianco). Tutte le foto per gentile concessione dell'autore.

Ogni famiglia ha dei tormentoni da pranzo domenicale, quegli aneddoti e argomenti che vengono tirati fuori quando si deve stemperare una conversazione problematica o noiosa. Il tormentone della mia famiglia è la mia totale inettitudine nel giocare a calcio. La congiuntura economica è disastrosa? Parliamo di quanto fosse scarso Niccolò a calcio. La nonna ha appena scoperto che i suoi nipoti sono atei, e sta per avere un mancamento? Per distrarla, parliamo di quanto fosse scarso Niccolò a calcio.

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Ogni maschio del mio ramo paterno, compreso mio fratello, ha beneficiato di quella strana combinazione di geni che ti rende portato per questo sport. Mio padre, mio zio, i miei cugini: tutti bravi, e tutti con qualche esperienza a livelli stimabili. Uno, in particolare, sta per affacciarsi a una potenziale carriera da professionista dopo aver fatto tutta la trafila nella Primavera di una squadra piuttosto famosa—ho deciso di non scendere nei dettagli, perché accostarlo a uno coi miei piedi potrebbe compromettere il suo futuro.

Sono passati anni dalle scuole calcio, e nel frattempo io ho sviluppato numerose velleità di compensazione, come il voler scrivere o essere considerato una persona arguta, eppure quel trauma non è passato. La verità è che io a dieci anni non volevo fare lo scrittore (chi cazzo vuole scrivere nella vita prima di aver passato un'adolescenza di merda?). Io volevo essere David Trezeguet.

E il 90,7 percento dei maschi italiani miei coetanei sa di cosa sto parlando—non solo per il peso che il calcio ha in Italia, no. Ma anche perché il calcio è il primo (e più diffuso) contatto che i maschi italiani hanno con le leggi del capitalismo più bieche.

Non ci sono attenuanti sociali possibili: chi è bravo gioca, e chi è scarso sta fuori a guardare quelli che giocano. Ricordo quelle mattinate invernali, avvolto nel giaccone sociale più grande di tre misure della squadra cittadina in cui militavo da bambino, passate in panchina insieme agli altri rinnegati mentre aspettavo che il mister si girasse, passasse in rassegna i nostri volti e dopo essersi soffermato su di me mi dicesse "Niccolò, scaldati." Poi mi faceva entrare per dieci minuti, mettendomi in attacco. "Stai davanti, cerca di fare gol," diceva. All'epoca mi illudevo che me lo dicesse perché in fondo a tutti quei problemi motori vedeva l'istinto del grande centravanti, e solo anni dopo ho realizzato che mi metteva in attacco perché era la zona del campo in cui potevo fare meno danni.

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Ma al di là delle gerarchie, c'era qualcosa di più. Mettiamo che un bambino capiti in una squadra masochista che fa giocare ai più bravi gli stessi minuti dei più scarsi: la differenza di talento è comunque talmente visibile, talmente lampante, talmente naturale che non lascia margine alle menzogne o alla pietà. Ho ricordi nettissimi della mie prime impressioni sulle leggi meccaniche che governano il corpo e i suoi contatti con la materia e lo spazio, perché li ho testati sul campo a sette anni, mentre giocavo. Vedevo quei ragazzini agili, aggraziati e coordinati che correvano dietro alla palla e sapevano istintivamente come toccarla per farla andare dove doveva andare. Quanto a me, gli unici tre gol che ho segnato in vita mia non li ho visti nemmeno entrare: una volta ho tentato un cross dalla sinistra, e ho colpito talmente piano e male la palla che quella è finita nell'angolo opposto prendendo un giro strano. Pensavo fosse andata fuori, e mi sono accorto di aver fatto gol quando i miei compagni mi hanno abbracciato.

scarso a calcio

L'autore.

Fu poco dopo quel gol che, cautamente, i miei genitori mi convinsero a provare altri sport. La loro prima soluzione è stata quella di iscrivermi a un corso di judo. Ora, diciamocelo: nella maggior parte dei casi il judo e le discipline affini sono il parcheggio velleitario di tutti i bambini che devono essere tenuti lontani da altri sport. Non ho mai capito né a cosa servisse, né come funzionasse di preciso: un'arte marziale tutta basata sul presupposto che qualcuno ti attacchi. Ma come fai ad allenarti, se tutti gli atleti coinvolti conoscono solo le tecniche di difesa? E come puoi non crederla una farsa, se indipendentemente dalla bravura o la voglia tutti i bambini vengono passati di livello e guadagnano un cintura colorata?

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Dopo il judo sono arrivati l'arco e scherma, forse per prepararmi a un possibile ritorno dell'età feudale, e infine il nuoto. Ma era inutile, io volevo giocare a calcio.

Così venni piazzato in un'altra squadra, lasciando i miei con la convinzione che sarebbe stato bene farmi sperimentare davvero la delusione. Gli anni che seguirono furono duri, perché ebbi modo di testare un altro fattore traumatico del mondo del calcio giovanile: la crudeltà degli altri genitori. C'erano quelli, esagitati, che ti insultavano, e che magari lo facevano come se davanti a loro ci fosse stato un adulto. E poi c'erano quelli che ti commiseravano.

Spesso a portarci alle partite della domenica era la madre del nostro portiere—un bambino di nove anni il cui unico talento, oltre a quello di parare, era quello di cagarsi addosso anche se aveva passato l'età dell'incontinenza. Durante i viaggi d'andata la madre era sempre molto affettuosa con me e mi parlava, visto che ero tutto sommato simpatico e sveglio, mentre suo figlio stava in silenzio sul sedile posteriore a defecare. Ma quando la partita finiva, il suo sguardo cambiava sempre. Ero il bambino negato a fare quello che volevano fare tutti, e dovevo essere compatito. Si vergognava per me nonostante a differenza dell'altro sapessi controllare il mio sfintere.

Tutti questi ricordi, come dicevo, sono scolpiti nella memoria perché sono in assoluto i primi della mia vita legati al concetto di "fallimento". Quando ricominciai con il calcio era già stata fatta la prima delle infinite selezioni che avvengono fra coloro che non hanno talento e quelli che ce l'hanno, destinati a squadre affiliate alle società professionistiche e coi pulmini che ti portano al campo. C'erano bambini famosi in tutta la provincia per la loro bravura: Anaclerio del Santa Lucia, un ragazzo di colore che tutti chiamavano "Jimmy" del Maliseti, e una bambina—all'epoca alle femmine sotto i dieci anni era consentito giocare nelle squadre maschili—che si chiamava Serena e che giocava nell'Avanguardia. Era velocissima. Quando giocammo contro di loro, il mister decise di farmi marcare lei: non la vidi praticamente mai.

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Ho tirato fuori questi aneddoti per cercare di comunicare a chi non ci è passato quanta epica sociale graviti attorno al calcio quando sei un maschio medio italiano: fino almeno ai 13-14 anni spesso è la tua priorità, quando non un'ossessione. A nessuno dei tuoi coetanei interessa se sei bravo a scuola o se hai letto Il Conte di Montecristo in versione integrale prima degli 11 anni. Perfino la bellezza è un aspetto trascurabile fino alla pubertà. Il calcio, invece, è un fattore sociale di confronto. L'unico altro motivo di stima che ricordo all'epoca, era la capacità di ottenere l'ultima spada a The Legend Of Zelda: Ocarina of Time.

I miei genitori fecero finta di niente fino ai 13 anni. Poi—sfruttando anche il fatto che stavo andando male a scuola—mio padre mi prese da parte e mi disse "forse è meglio che smetti, dai. Che scopo può avere?" Quindi mollai. Non fu così pesante in realtà. Gli anni di umiliazioni avevano fatto il loro corso, e alle medie avevo scoperto che c'era qualcosa di molto più interessante nel mondo: le mie compagne di classe.

scarso a calcio

L'autore, in basso a destra in foto. Al lato opposto, uno dei giacconi sociali di tre taglie più grandi.

Ma il calcio giocato non è scomparso dalla mia vita: verso i 18 anni, insieme ad altri amici altrettanto scarsi, decisi di cominciare con il calcetto, l'alternativa per chi ha visto stroncati i propri sogni da piccolo. Abbiamo mandato avanti la squadra per diversi anni, iscrivendoci in un circuito in cui gravitavano squadre di ogni tipo: comitive di amici, squadre post-lavoro di operai ultraquarantenni, gruppetti di sgherri di periferia che giocavano con l'unico pretesto di ingaggiare delle risse. E ho così scoperto dove vanno a finireste le aspettative calcistiche disattese di intere generazioni: nelle strutture pressostatiche di provincia, in mezzo a puzzo di piedi e divise orrende comprate in saldo.

Nel calcio amatoriale adulto c'è una componente di aggressività che non ti aspetti. La gente è esaltatissima, ci crede, e si incazza come se no ci fosse un domani. Non riesco veramente a capire cosa spinga gli arbitri delle federazioni dilettanti di calcetto a passare tre sere la settimana in questi campi: prendi due lire, e rischi le botte se fischi un fallo sbagliato per uno scontro fra due cinquantenni con l'angina pectoris. Non è un'esagerazione narrativa: come sa benissimo chi li frequenta, le risse sui campi di calcetto sono normalissime. Tutti hanno dei piedi terribili, e sono fuori forma, ma sfogano un tipo di frustrazione che viene da lontano. Quella voce che ti dice "non eri veramente scarso, è il sistema che non si è accorto del tuo talento."