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Il trolling può creare dipendenza?

Ormai è chiaro, per molte persone, il trolling non è uno scherzo.

di Virginia Pelley
19 novembre 2018, 9:18am

Dave si è accorto di aver un problema con il trolling online dopo aver perso parecchi amici.

Per anni, Dave ha sentito il bisogno irrefrenabile di dibattere online “di tutto e con tutti,” mi dice, che si trattasse di possesso di armi o dell’accuratezza di una citazione di Top Gun. Trollava la gente online con il suo vero nome, ma anche con diversi pseudonimi su vari siti, forum e bacheche online. Durante l’orario di lavoro, controllava sistematicamente le discussioni in corso online e per questo ha ricevuto un richiamo dal suo responsabile. Una volta, ha dato il via a un dibattito talmente violento nella sezione commenti del sito di un quotidiano, che il giornale alla fine ha chiuso la sezione definitivamente.

In uno degli episodi di cui è maggiormente pentito, Dave ha attaccato una vecchia amica su Facebook per via di un articolo “super Islamofobo” postato da lei e ritenuto da lui offensivo. Da quello che racconta lui stesso, non solo era risentito perché l’amica aveva condiviso quel contenuto, ma aveva trascinato la discussione all’esasperazione, insultandola pesantemente e accusandola di preoccuparsi solo della popolazione bianca e cristiana, e di essere una persona orribile. Quando la sorella di Dave si è intromessa nel dibattito, si è presa anche lei un bel “vaffanculo anche tu!”

Poco dopo, la ragazza avrebbe scritto a Dave un messaggio, “Ti conosco da quando eravamo piccoli, sei una delle persone a cui tengo di più, ma non voglio più averti nella mia vita.” I due non si parlano da allora. E Dave ammette di essere dispiaciuto per la situazione. Ma, mi dice, “Sul momento, pensavo che fosse giusto e ne valesse la pena!”

Il fatto che non si preoccupi delle conseguenze delle sue azioni (anche quando moralmente avrebbe ragione), definisce la sua natura di troll. Dave, digital content producer nella California del sud, ha accettato di parlare con Motherboard solo a condizione di restare anonimo, per evitare l’imbarazzo di essere smascherato come troll da amici, colleghi e familiari.

“C’è un certo piacere nell’avere ragione, e i troll vanno proprio alla ricerca di questo,” dice Dave, oggi 40 anni. “Ma non c’è assolutamente la volontà di istruire ed educare le persone, insegnare loro quello che è giusto.”

I troll che raccontano i media sono spesso rappresentati come malintenzionati simpatici e ironici, che si nascondono dietro la tastiera e si permettono di far piovere insulti su perfetti sconosciuti. Eppure, è sempre più evidente, che per alcune persone il trolling online non significa soltanto scagliarsi contro utenti indifesi. Oltre ad arrecare danni morali alle proprie vittime, il comportamento dei troll rischia di minare lo stato di salute mentale di chi, come Dave, non riesce proprio a trattenersi.

"Se le persone sono danneggiate o frustrate dal trolling, chissenefrega se stavi soltanto giocando?"

Alcuni di loro, infatti, ammettono che una volta cominciato, smettere diventa difficile. “Chi ha un problema con il trolling, ha una dipendenza vera e propria, come tante altre,” scriveva HanAholeSolo, il redditor che riversa quotidianamente messaggi razzisti e antisemiti online, in un mea culpa ora cancellato e indirizzato ai suoi compagni su Reddit, lo scorso luglio. “Non abbiate vergogna e chiedete aiuto.”

Come HanAholeSolo, Dave spiega che secondo lui, ci sono delle similitudini tra il trolling abituale e altre dipendenze, o come le definisce il paper dell’American Psychiatric Association's Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5) “use disorders” [ disturbi da uso]. Il DSM-5 definisce questi disturbi come l’uso ricorrente di una sostanza, che sia alcol o cocaina, che “causa importanti disabilità cliniche o funzionali.”

Allo stesso modo, Dave non ha mai avuto altri problemi di dipendenza da sostanze di qualsiasi tipo. Quindi apparentemente, almeno per quanto riguarda il suo caso, l’associazione tra dipendenze da sostanze e trolling eccessivo non è fondata su fatti reali.

In ogni caso, un termine più accurato di “disturbo da uso” per descrivere il bisogno compulsivo di trollare potrebbe essere “disturbo del controllo degli impulsi” [o ICD]—un insieme di patologie che comprende la cleptomania, la piromania e il gioco d’azzardo—in cui alla presenza di un impulso, l’individuo non riesce a fermarsi, anche nel caso di conseguenze dannose,” dice Dr. Ramani Durvasula, psicologa certificata, professoressa alla California State University, Los Angeles, e autrice di Surviving Narcissists.

Alcuni psicologi e accademici che hanno studiato il comportamento dei troll online osservano alcuni tratti comuni tra le abitudini dei troll e i disturbi da uso, ma solo fino a un certo punto. È una sorta di circolo vizioso: nonostante il trolling sia un problema serio per cui molte persone dovrebbero ricevere supporto psicologico, alcuni troll non lo cercheranno mai.

E allo stesso tempo, è alquanto improbabile che la terapia sortisca alcun effetto, anche nel caso in cui vi si dovessero sottoporre.

Uno degli ostacoli principali alla cura del disturbo è la mancanza di una definizione univoca del trolling stesso

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, il termine “trolling” era usato in generale per definire ogni tipo di scherzo online. È quello che oggi viene chiamato “trolling classico,” secondo la dott.ssa Patricia Wallace, autrice di The Psychology of the Internet.

“L’obiettivo è sempre quello di ingannare le persone e indurle a partecipare a un dibattito, per poi insultarle con frasi tipo ‘Sei pazzo,’” spiega Wallace, ex direttrice del Center for Talented Youth alla Johns Hopkins University e oggi professoressa alla University of Maryland University College Graduate School.

“Nel tempo, però, il fenomeno del trolling è stato associato a cose più gravi—incitamento all’odio, harassment e cyber-bullismo—quindi quello che oggi i media chiamato ‘trolling’ è un mix di tutte queste cose.”

Il termine stesso, “troll” è stato deprivato del suo significato originale a causa dell’uso eccessivo e improprio che ne è stato fatto, spiega Whitney Phillips, ricercatrice e autrice di This Is Why We Can't Have Nice Things: Mapping the Relationship Between Online Trolling and Mainstream Culture. Sebbene abbia scritto diversi libri sul tema, Phillips stessa dice di odiare il termine, che è comunque impreciso. (spoiler: Phillips ha scritto per questo sito.)

“Ma ci sono anche molti problemi politici,” aggiunge. “Per esempio, quando il termine ‘trolling’ viene usato con i nazionalisti bianchi, sminuisce in qualche modo quello che dicono i bigotti. Non è un termine che descrive il comportamento in termini di impatto, ma si riferisce più all’intenzione giocosa alla base di esso. E la cosa non ha nessun senso. Se le azioni feriscono le persone, a nessuno interessa sapere se fossero in realtà solo scherzi.”

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Immagine: Che Saitta-Zelterman

Anche Erin Buckels, dottoranda in psicologia all’Università della British Columbia e autrice di uno studio del 2014 intitolato " Trolls Just Want to Have Fun," sostiene che sia difficile trovare una definizione unica di trolling.

“Persone diverse descrivono lo stesso comportamente in modi diversi,” dice Buckels. “Anche se alcuni sostengono che ci siano diversi ‘tipi di troll,’ ad oggi non ci sono prove scientifiche che lo dimostrino. Tuttavia, esistono molte ricerche di psicologia sui tratti della personalità che sono alla base del comportamento dei troll e sulle differenze tra essi.”

Nel frattempo, l’interesse per il fenomeno sta aumentando, anche grazie alla maggiore visibilità che hanno le dipendenze digitali, oggi riconosciute come un serio problema, secondo Brenda K. Wiederhold, presidente del Virtual Reality Media Center e editor del giornale CyberPsychology, Behavior & Social Networking. Ciononostante, la ricerca sul tema trolling è ancora a uno stadio iniziale; per ora, i dati a disposizione, si basano su aneddoti o informazioni raccolte in maniera autonoma.

Quando i ricercatori si occupano di troll, osserva Phillips, le informazioni demografiche su di loro sono solo ipotesi, sulla base delle loro identità fittizie e dei loro comportamenti online. Per esempio, spiega Phillips, quando qualcuno posta commenti misogini ipotizziamo che si tratti di un uomo, e quando posta insulti razzisti, ipotizziamo che sia bianco. Ma ancora una volta, mette in guardia la ricercatrice, quando un ricercatore si occupa di troll, deve fare attenzione alle informazioni che riceve da loro perché in genere sono false, sono troll, dopo tutto.

Secondo Wiederhold, i ricercatori interessati al tema stanno iniziando a fare la distinzione tra trolling e cyber-persecuzione. Penso che il prossimo anno, i ricercatori approfondiranno questa differenza,” mi dice.

Ma prima di tutto bisognerà risolvere il problema della terminologia, perché ad oggi, dice Wallace, “è tutto molto confuso.”

Una definizione ampia che potrebbe essere utile per la nostra storia in particolare è quella coniata da Vijay Sinh, psicologa di New York. Il trolling online, dice Sinh, “include chi segue le persone online e si rivolge loro in toni aggressivi, ostili e talvolta vendicativi, spesso con il solo scopo di turbare e provocare una risposta o reazione negativa nell’interlocutore.”

Comunque li si voglia definire, i troll sono una presenza fastidiosa online ma possono anche diventare una presenza terribile e minacciosa in grado di causare danni alle proprie vittime. La questione rimane però, chi sono i troll? Persone con veri disturbi psicologici o solo rompiscatole con troppo tempo libero?

Il trolling come dipendenza

Ci sono persone, come Dave o HanAholeSole, che non riescono a resistere al trolling.

“Alcuni si inseriscono in un dibattito, sfogano la rabbia con commenti offensivi e smettono, proprio come altri provano la cocaina una volta e poi basta,” dice Dave. “Altri, invece, provano la prima volta e scoprono che gli piace talmente tanto che vogliono farlo sempre.”

Per alcuni, il trolling è quasi una sorta di smania di potere e dominazione, spiega la Dr. Perpetua Neo, psicologa a Brighton e Hove, Regno Unito.

“Il trolling è la ricompensa perfetta per alcuni tipi di personalità,” spiega Neo. “Dopo essersi sfogati online, osservano gli effetti sul loro corpo e ogni volta rimangono estasiati, la dopamina arriva al cervello e fa scattare il sistema emotivo della soddisfazione. È il giusto incoraggiamento per ripetere il comportamento più e più volte.”

Il trolling può effettivamente dare soddisfazioni nelle fasi iniziali, tanto quanto l’uso di alcol o il gioco d’azzardo, dice Durvasula. Allo stesso modo, però, nel tempo il trolling si può trasformare in un comportamento difficile da controllare. Gli esperti, però, si guardano bene dall’associare il trolling ad altri disturbi come l’alcolismo o l’uso di droghe. I “troll” agiscono per diversi motivi che non indicano necessariamente un disturbo psichiatrico, secondo Durvasula.

"I troll dovrebbero andare in terapia? Assolutamente sì. È una dipendenza? Non ancora."

Per essere considerato “dipendenza,” il comportamento deve portare a modifiche psicologiche del comportamento del cervello, le stesse che in genere vengono associate ai disturbi più noti: siccome l’attività comporta la produzione di dopamina nel cervello, il comportamento porta soddisfazione nel soggetto. Quando inizi, poi, devi farlo sempre più spesso per ottenere lo stesso effetto, spiega Dr. Hillarie Cash, direttrice di reSTART, una struttura di riabilitazione situata nella foresta alle porte di Seattle che si occupa di adulti e adolescenti con dipendenza da gaming online.

“È possibile che un troll agisca talmente spesso che questo comportamento alteri il funzionamento del suo cervello? Forse. Ma non posso dire di aver mai avuto pazienti con dipendenza da trolling,” dice Cash, che aggiunge, “Ho sicuramente avuto clienti che considerano il trolling uno dei problemi collegati alla loro dipendenza da internet.”

Sebbene il trolling non sia attualmente definito come disturbo da uso, molti esperti lo definiscono comunque un comportamento malsano e consigliano la terapia.

“I troll dovrebbero essere curati?” si chiede Widerhold. “Assolutamente sì, ma si tratta di dipendenza? Non credo che siamo giunti a quel punto, non ancora. Vorrei vedere più studi a riguardo.”

La personalità dei troll rende difficile la terapia

Sarebbe forse esagerato dire che tutti i troll hanno problemi psicologici. Nel loro studio del 2014, Buckels e colleghi hanno notato una forte corrispondenza tra le persone che avevano comportamenti da troll online e tratti ostili della loro personalità, in particolare Machiavellismo, narcisismo, psicopatia e soprattutto sadismo, dice. I tratti della personalità che compongono la cosiddetta “Triade Oscura.”

Chi presenta livelli molto alti di questi tratti di personalità “oscura” è in genere molto competitivo, dice Buckels. “Puntano a vincere, qualsiasi cosa significhi per loro.”

Sono persone disoneste quando serve e senza alcuna umiltà o empatia per gli altri, continua. Le persone con questo tipo di personalità “oscura” difficilmente cercheranno supporto psicologico a meno che non siano obbligate a farlo, dice Buckels, che osserva, “Loro vogliono essere così, e ci riescono. Sono gli altri che hanno un problema.”

Gli individui con personalità “oscure” non provano empatia per gli altri, dice Neo, che non era coinvolto con lo studio del 2014 di Buckels. “Quindi se vogliono risolvere il problema e curarsi, è perché sono nei guai o qualcuno ha dato loro un ultimatum,” mi spiega. “Anche in quel caso, qualsiasi terapia dovrebbe prendere per vero tutto quello che dicono. Ma loro sono molto bravi a fingere, a mostrarsi dispiaciuti e aperti al dialogo, anche se non sono realmente motivati a cambiare comportamento.”

"Penso sia un po' come giocare a scacchi, con la differenza che i giocatori sono persone reali."

Oltre a fingere intenzionalmente la reazione alla terapia, un altro ostacolo potrebbe essere la mancanza di auto-consapevolezza di cui soffrono queste persone, dice Sinh. Una delle sue pazienti è un’insegnante del liceo che passa gran parte del suo tempo online a correggere errori grammaticali fatti da sconosciuti e a riportare gli errori sui forum online e i blog. Ma il motivo per cui lei è venuta in terapia, dice Sinh, è il matrimonio in crisi, una relazione pessima con i figli, problemi sul posto di lavoro.

“Quando abbiamo parlato di come passa il suo tempo libero e delle cose che le piace fare, è emerso che passa molto tempo e spreca molte energie combattendo battaglie online, e che non è assolutamente consapevole di quanto questo sia collegato ai suoi problemi con le persone ‘nel mondo reale,’” ricorda Sinh.

Sinh mi ha parlato anche di un’altra cliente, una modella ambiziosa ma insicura che durante le sedute ha detto di aver postato spesso commenti “denigratori e umilianti” con un profilo anonimo su blog e vlog di bellezza.

“Dal suo punto di vista, queste sono cose che lei e molte sue colleghe hanno dovuto affrontare sul lavoro e che hanno dovuto imparare ad affrontare,” dice Sinh. “Scrivere commenti brutali sui blog altrui, commentando il lavoro di altri con disprezzo, è un po’ come vendicarsi di quello che lei ha dovuto subito troppo spesso.”

Oltre alla tradizionale mancanza di rimorso, i troll presentano un alto livello di crudeltà e impulsività nel loro comportamento, e per questo spesso non si accorgono di avere un problema. Per usare le parole di Sinh, “il problema non sono loro, ma le loro vittime che sono in un certo modo, che agiscono così.”

I cosiddetti troll RIP, per esempio, trovano ipocrita e falso il fatto che sconosciuti postino messaggi di cordoglio in occasione della scomparsa di persone che non conoscevano, spiega Jonathan Bishop, “ricercatore” e studioso di troll in Galles che ammette di aver lui stesso trollato spesso online. In uno dei suoi blog, Bishop spiega nel dettaglio di quella volta in cui, su Facebook, ha confrontato i discorsi di Barack Obama e Tony Blair con i discorsi fatti da Adolf Hitler, definendoli “quasi identici.”

Bishop pubblica periodicamente il suo magazine dedicato al trolling e ha una sorta di “museo del trolling” a casa sua. È orgoglioso di avere una lista sempre aggiornata delle persone che l’hanno bloccato sui social, e ha all’attivo diversi siti web che trollano i visitatori in vari modi. In uno dei siti, racconta la sua attività di troll, mentre un altro racconta la vita di una sorta di suo alter ego, intellettualmente inferiore all’originale. Bishop sostiene, inoltre, che ci sono ben tre siti che trollano lui, ed è convinto che i personaggi pubblici si meritino di essere trollati: lui ha trollato diversi politici gallesi, l’autore Richard Dawkins, i comici Russell Brand e Ricky Gervais, e sembra anche che quest’ultimo l’abbia bloccato su Twitter.

Secondo Wallace, autore di The Psychology of the Internet, alcuni sono orgogliosi di essere troll perché si sentono i guardiani. (Cristiani e atei sono tra i bersagli preferiti di Bishop.) Nel parlare delle sue trollate su Skype, Bishop ride spesso ma quando lo metto sotto pressione, non riesce a spiegare perché provi così tanto piacere a smentire la gente online e dimostrare di aver ragione su vari argomenti, anche quando il suo punto non ha nessun fondamento (come nel caso dei discorsi di Obama e Blair confrontati con quelli di Hitler.) Nel suo discorso, manca chiaramente la dimensione dell’autoanalisi e Bishop non riesce a spiegarmi le sue sensazioni a riguardo.

“Direi che sono uno con troppa cultura e anche troppo tempo libero a disposizione,” dice Bishop. “Penso sia un po’ come una partita a scacchi, solo che le pedine sono persone reali.”

Bishop dice di “aiutare gli altri a vedere l’errore con i propri occhi,” e questo perché lui ha una grande abilità nel comprendere le personalità degli altri. Si definisce un “troll educativo.”

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Immagine: Che Saitta-Zelterman

Questa affermazione riflette un’altra problematica che complica la diagnosi: nel DSM-5, i disturbi sono diagnosticati se il paziente presenta “disabilità, sofferenza, o entrambe le cose.” Per questo diventa difficile individuare i troll. Ma ancora una volta, solo perché loro non vogliono aiuto psicologico, non è detto che non ne abbiano bisogno.

“Capita a tutti di non essere d’accordo con quello che posta un altro utente, o di rispondere a un commento esponendo un’opinione contraria, che si tratti di temi politici o sociali,” dice Sinh. “Ma quando iniziamo a trarre piacere o gioia nel demolire l’altro, rendendo la sua vita miserabile, e ripetiamo queste azioni in modo costante e vendicativo, allora il comportamento non è più innocuo e bisogna allertarsi a riguardo.”

Scovare i troll in fase iniziale può aiutare

Con i troll, “È difficile sapere dove finisce la performance, e dove inizia la vera personalità,” dice Phillips. “Non per forza sono soggetti sociopatici, ma non si rendono conto dell’impatto emotivo che il loro comportamento ha sulla vita degli altri, e traggono piacere nel farlo.”

È possibile poi curare i troll che hanno tratti oscura della propria personalità. Il sadismo, spiega Buckels, non può essere curato, ma aggiunge, “I medici possono curare gli aspetti compulsivi legati a questa tendenza, canalizzando le tendenze sadiche verso direzioni socialmente accettabili.”

Inoltre, aiutare i troll in giovane età può aiutare ad arginare il problema, evitando che la situazione degeneri, spiega Durvasula. Alcuni dei suoi studenti di psicologia, spiega, hanno ammesso di aver trollato. Tuttavia, secondo la professoressa, questo tipo di comportamento ricorda le tendenze naturali dei giovani a non valutare le conseguenze delle proprie azioni, e non è dunque del tutto assimilabile a un vero e proprio disturbo psicologico.

“A posteriori, riconoscono di avere sbagliato,” dice. “Ma fin quando rimangono anonimi e tutti gli altri lo fanno, non si preoccupano più di tanto.”

Quando qualcuno fa notare loro la pericolosità delle loro azioni, però, gli studenti sembrano riflettere sinceramente e provare rimorso.

“Insegnare ai giovani a creare empatia, a crescere e maturare, ad apprendere le nozioni base che gli impediranno di essere troll è una probabile soluzione al problema,” dice. Grazie a percorsi di terapia costante che comprendono la socializzazione, mi spiega, un paziente giovane potrebbe imparare a capire quali sono le conseguenze del trolling e quindi a trattenersi.

Anche se è ormai adulto, Dave dice che lui è riuscito a superare, lentamente, il suo problema con il trolling, grazie all’aiuto della terapia e dopo che molte persone care si erano allontanate da lui. Ciononostante, poco tempo fa ha avuto una “ricaduta,” come la chiama lui: è successo quando un caro amico del college ha postato un articolo su Facebook sui presunti legami di Trump con la Russia. Dave non ha resistito e ha iniziato a litigare violentemente con gli amici bigotti di lui.

“Lui era un mio caro amico ma, davvero, non potevo lasciare che una cosa così stupida rimanesse senza risposta,” dice. “Anche se sapevo perfettamente come sarebbe andata a finire.”

Questo articolo è apparso originariamente su Motherboard US.