Come Salvini e la Lega sono riusciti a farsi votare da così tanti italiani

Abbiamo provato a capire perché un partito che qualche anno fa era praticamente morto ha fatto il suo miglior risultato di sempre.

di Leonardo Bianchi; illustrazioni di Juta
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mar 7 2018, 9:10am

Nell’agosto di cinque anni fa ero andato nella ridente Alzano Lombardo a coprire la ventiquattresima edizione della Bèrghem Fest, una delle feste più tradizionali della Lega Nord. Il partito stava vivendo un momento a dir poco drammatico: alle elezioni politiche del 2013 si era fermato al 4 percento scarso, la leadership di Bossi era ormai apertamente contestata per le malversazioni della “Family,” gli scandali dei rimborsi e degli investimenti in Tanzania avevano spazzato via anni di bordate alla “partitocrazia,” e le guerre intestine erano sul punto di travolgere tutto e tutti. In altre parole, lo scenario della scomparsa della Lega era abbastanza concreto.

Parlando con i militanti, lo sconforto era palbabile. Uno, ad esempio, mi aveva detto che “la Lega non va bene, 25 anni di lotte e non riusciamo a ottenere niente di quello che vogliamo noi. La storia dei figli di Bossi ha rovinato tutto, ha rovinato tutto...” Anche i discorsi dei dirigenti e dei membri del partito non trasudavano certo ottimismo.

Solo uno, almeno in quella cornice, sembrava credere ancora nel futuro. “Dobbiamo essere pronti al sacrificio per la rivoluzione padana,” arringava dal palco. “Per fare una rivoluzione ci servono matti, gente che non vede dritto, che immagina la riscossa del Nord. Tenetevi pronti a dare calci e scappellotti ai dirigenti, ai burocrati.” Quella persona era l’allora eurodeputato Matteo Salvini.

Ora, facciamo un bel salto al marzo del 2018: una Lega senza più il Nord nel simbolo e il massimo risultato storico alle urne, un incredibile 17,9 percento. Com’è potuto accadere? Cos’è successo in questi anni anni? E come siamo passati da quella Bèrghem Fest a questo post su Facebook di Matteo Salvini?

La spiegazione più intuitiva e immediata—quella a cui, magari in preda allo sconforto, abbiamo pensato la notte del 4 marzo—è che ormai l’Italia è diventato un paese di xenofobi smemorati antropologicamente rivolti verso la destra. Altre analisi hanno invece tirato in ballo la categoria buona per ogni stagione del “la gente ormai è esasperata,” o hanno parlato di “voto anti-establishment” e anti-sistema.

Si tratta però di spiegazioni o troppo facili, o troppo semplici, o completamente fuorvianti (la Lega, per intenderci, è il più vecchio partito italiano esistente e ha governato a più riprese) che non aiutano a capire quello che è successo. Perché, in realtà, il successo di questa Lega è multisfaccettato e parte da lontano, più precisamente da qualche mese dopo la Berghem Fest dell’agosto 2013.

Nel dicembre dello stesso anno, infatti, Matteo Salvini approfitta del vuoto di potere e conquista la segreteria federale con l’82 percento dei voti. Ma è il 2014 l’anno cruciale, quello in cui sono impostati i capisaldi generali della politica salviniana.

Il primo passo è quello di consolidare il potere all’interno del partito—cioè controllarne la struttura “pesante.” Anche se può apparire strano a chi non ne conosce bene la storia, da sempre il modello di funzionamento della Lega è estremamente chiuso e verticista, quasi “leninista”; nel senso che, come diceva parecchi anni fa il dirigente della Cisl Saverio Pagani, “i leghisti usano le istituzioni per raggiungere il proprio fine” e “chi è d’accordo con il capo sta nel movimento, chi non lo è più viene buttato fuori.”


Guarda il nostro video alla Festa della Lega di Genova del 2017:


L’antropologa francese Lynda Dematteo—autrice di uno dei migliori libri mai fatti sulla Lega Nord, L’idiota in politica—mi dice inoltre che “i militanti fedeli hanno molta voce in capitolo, ma è un gruppo molto ridotto, e per essere membro della Lega bisogna essere qualcuno di affidabile.” Roberto Maroni, da tempo in rotta con il nuovo segretario, non a caso qualche mese fa aveva detto che “Matteo Salvini si è comportato come un leader stalinista nei miei riguardi dopo la scelta di non ricandidarmi alla presidenza della Regione Lombardia. Consiglierei a Salvini di ricordare che fine ha fatto Stalin e che Lenin definiva l'estremismo la malattia infantile del comunismo.”

Con il partito saldamente in mano, Salvini può dunque dettare la sua linea. Sin da subito, il tentativo è quello di costruire una sorta di “terza via” al leghismo: archivia definitivamente la stagione delle ampolle, calca ancora di più sui temi classici della Lega (xenofobia, islamofobia ed euroscetticismo su tutti), punta ad allargare i confini del consenso oltre alle regioni del Nord, elegge la sua nuova Padania nella Russia di Vladimir Putin e apre il partito a istanze nazionaliste e sovraniste, contaminandolo con le posizioni del Front National francese. Risale a quell’anno, inoltre, il debutto del progetto “fascioleghista” e l’alleanza con l’estrema destra italiana.

Il primo banco di prova è la campagna elettorale per le Europee, in cui Salvini pianta le tende in televisione e inizia a guadagnare popolarità su Facebook grazie al suo peculiare stile comunicativo—un miscuglio tra il Bossi della prima ora, un conduttore di Radio Padania (cosa che Salvini è stato) e il cugino che posta meme buongiornisti. La strategia paga: la Lega prende il 6,2 percento, in aumento di due punti rispetto al 4 delle politiche del 2013; e alle regionali in Emilia-Romagna prende il 19,4, doppiando Forza Italia.

Un sondaggio del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali) risalente alla fine del 2014 mostra chiaramente alcune tendenze in atto. Anzitutto, si legge nel pezzo, gli elettorati di Lega e Forza Italia risultano sempre più sovrapponibili; nell’autocollocazione degli elettori, Forza Italia risultava addirittura più a destra di quello leghista. Per questo, sostengono gli autori del CISE, l’“apparente radicalizzazione di Forza Italia avvicina gli elettorali dei due partiti dal punto di vista ideologico e in prospettiva può facilitare una sempre maggiore attrazione dell’elettorato forzista verso Salvini.” Teniamolo a mente, perché questo è un punto fondamentale.

Una manifestazione della Lega a Roma nel 2015. Foto di Federico Tribbioli.

Per quanto riguarda i temi, Salvini usa strategicamente l’appello anti-euro per allargare il proprio elettorato, visto che—almeno all’epoca—“oltre un terzo degli italiani” è sensibile all'uscita dalla moneta unica. Nello stesso sondaggio, inoltre, emerge come la Lega sia percepita, come il partito più credibile sui “problemi legati alla sicurezza.”

In un certo senso, la situazione era ben delineata già quattro anni fa: “il bacino dei potenziali elettori della Lega,” afferma il CISE, “va dunque al di là del recinto tradizionale del centrodestra.” Per sfondare a livello nazionale, pertanto, Salvini e la Lega si mettono a martellare in maniera forsennata—giorno per giorno, post su post, rissa televisiva su rissa televisiva—su immigrazione, euroscetticismo, protezionismo economico, identità, tradizione, religione e sicurezza. Se si riavvolge il nastro degli ultimi anni, ci si accorge subito che Salvini e i suoi hanno messo il cappello praticamente ovunque: dalle barricate a Gorino alla legittima difesa, passando per i casi di cronaca in cui sono coinvolti migranti e l’ossessione per l’“ideologia gender.”

In tutto ciò, il leader leghista è aiutato moltissimo—volontariamente o meno—dai media mainstream; e non solo per l’impressionante volume di apparizioni, ma anche per come sono trattati certi argomenti. Prendiamo l’immigrazione: secondo il rapporto Notizie da paura dell’associazione Carta di Roma, dal 2015 al 2017 i telegiornali nazionali hanno raddoppiato il tempo dedicato a “flussi migratori” (o meglio: le “ondate di sbarchi”) e aumentato lo spazio a “criminalità e sicurezza”—un atteggiamento totalmente funzionale alla retorica dell’“invasione” e al discorso Legge&Ordine.

In parallelo a tutto ciò, il vero obiettivo della Lega salviniana è portare a termine l’opa sull’intero centrodestra—in primis contro Silvio Berlusconi, con il quale il rapporto non è mai stato facile. Tra il 2011 e il 2013 Salvini ha preso regolarmente di mira l’ex Cavaliere, scrivendo su Facebook che “la nostra gente non ne vuole sapere di un ritorno in campo di Berlusconi. Basta, basta per sempre: se Berlusconi corre, lo farà senza di noi.”

Chiaramente, non erano parole a caso: si inserivano in quella corrente leghista che dal lontano 1994 ha sempre mal sopportato Berlusconi. Dematteo—la cui prima ricerca sul campo si colloca tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila—mi dice che il passaggio tra secessionismo e il ritorno nel centrodestra “è stato un momento molto particolare e anche drammatico, perché questa alleanza è stata vissuta male all’interno della Lega. Tanti militanti ci credevano davvero, e il fatto di tornare a Roma insieme al ‘mafioso di Arcore’ era problematico.”

Da segretario, tuttavia, Salvini a un certo punto fa un ragionamento diverso. Appurato che la sua Lega ha una forte attrattività per l’elettorato forzista, e che con il “fascioleghismo” (pur tornando utile a livello retorico per recuperare le parole d’ordine più estreme) non sarebbe andato da nessuna parte, dal 2015 a oggi si riavvicina a Berlusconi—un riavvicinamento poi culminato nel patto per queste elezioni.

Il punto fondamentale è che i rapporti di forza erano parecchio sbilanciati rispetto al passato, e il voto del 4 marzo lo ha sancito una volta per tutte. Secondo le prime analisi dei flussi dell’istituto SWG, la Lega ha preso il 29,5 percento degli elettori dall’astensionismo e più di un quarto (il 25,5 percento) da Forza Italia; e mentre quest’ultimo ha perso il 38,1 percento dei consensi rispetto al 2013, il Carroccio li ha triplicati.

Oltre ad aver fatto il pienone in Veneto e Lombardia, la Lega ha sfondato nelle (ormai ex) “regioni rosse” ed è avanzata persino nel sud Italia (in Calabria, ad esempio, è passata dallo 0,25 al 5,61 percento), dove però ha dovuto riempito le liste di personaggi improbabili e/o impresentabili.

Di fronte a questi dati, insomma, si capisce come il “grande ritorno” di Berlusconi fosse prima di tutto una suggestione mediatica. La realtà è che la Lega non solo ha prosciugato Forza Italia, ma l’ha in qualche modo “salvinizzata.” Ed era proprio questa—stando a un retroscena dell’Huffington Post—la grande preoccupazione di Gianni Letta: rimanere schiacciati sulla Lega e farsi cannibalizzare.

L’impressione che gira in Forza Italia, infatti, è che a Salvini non importi davvero #andareagovernare. “Si vuole giocare la carta di un mandato, massimizzando la sua visibilità e il suo ruolo di leader,” si legge sempre sull’Huffington, “ma vuole stare all’opposizione di un accrocco fatto da Di Maio e altri, per poi sfidarlo al prossimo giro da leader incontrastato del centrodestra. Centrodestra che nel frattempo si è sbranato.”

A questo proposito, è evidente—ma lo era anche durante la campagna—che la coalizione sia tenuta insieme con lo sputo e attraversata da forti tensioni. Basta vedere le prime dichiarazioni di Berlusconi dopo il voto: “il centrodestra è il vincitore politico di queste elezioni,” ok, ma il nome “Matteo Salvini” non è mai associato alle parole “incarico” o “presidente del consiglio.” Oggi, invece, ha detto al Corriere della Sera che "sosterremo lealmente il tentativo di Salvini di creare un governo. [...] Io da parte mia come leader di Fi sono in campo per sostenerlo."

Paradossalmente, e qui sta la sublime ironia del tutto, è proprio l’ex Cavaliere ad aver creato le condizioni per questo ribaltamento epocale. “Il vero problema,” mi spiega Lynda Dematteo, “è che Berlusconi ha fatto il vuoto a destra. Ed è quindi normale che uno come Matteo Salvini, onnipresente sui media, riesca ad andare al di là dei voti tradizionalmente leghisti; perché si fa portavoce di valori e sentimenti comuni di questo segmento di elettorato.”

Già nel 2001, del resto, nel libro Destra plurale iI giornalista Guido Caldiron parlava di uno “spazio di senso comune” alle destre italiane—di qualsiasi tipo: vecchie e nuove, conservatrici e post-fasciste, e così via—fondato “su nodi tematici quali l’identità, regionale o nazionale, l’immigrazione, la famiglia, e la cosiddetta ‘questione sicurezza’.”

Nel 2018 la Lega sembra aver conquistato l’egemonia su questi nodi tematici, imprimendo una svolta nettamente più radicale rispetto all’epoca berlusconiana ed estendendo quello “spazio di senso comune” ben oltre il suo recinto elettorale.

Dematteo avverte comunque che “bisogna vedere se questi nuovi elettori hanno votato solo per protesta, o perché sono preoccupati dall’immigrazione, o per altre ragioni.” La storia della Lega, in effetti, è una storia di ondate elettorali—a ogni successo è corrisposto, prima o poi, un tonfo abbastanza rilevante su base nazionale.

Ma ora il contesto è completamente cambiato, e resta da capire dove andrà il nuovo leghismo e quanto sono profonde le sue radici. Mettiamoci comodi (si fa per dire): abbiamo i prossimi anni per scoprirlo.

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