Food by VICE

Quanto costa a un italiano ubriacarsi con il vino in Giappone

E qual è lo strano rapporto dei nipponici con il vino.

di Elisa Da Rin Puppel & Sara Waka
07 marzo 2018, 10:12am

Foto per gentile concessione di Marco Ruffoli

Mi chiamo Elisa, sono un’italiana e mi sono trasferita a Tokyo da più di due anni. Nonostante sia passato del tempo - e abbia ormai superato lo shock culturale iniziale - continuo ad osservare le abitudini dei giapponesi con gli occhi da “studiosa del Giappone”, quasi a cercare un confronto con le mie origini, cadendo spesso in luoghi comuni e convenzioni sociali del tipo sushi, sakè, kimono vs pasta e pizza. Ma non è sempre così e oggi, soprattutto quando si parla di vino.

Un bicchiere di vino a Tokyo costa l'equivalente di una bottiglia dello stesso in Italia. Solitamente più di 1200 yen (più di 10 euro)

So che le curiosità di noi italiani su questo tema sono molteplici: che vino si beve in Giappone? Ci si ubriaca o lo si degusta a mo’ di esperti sommelier? Dove si trova un buon vino a Tokyo? Ecco a voi le risposte.

L’associazione mentale Giappone – vino buono non è affatto immediata. Vi posso però assicurare che girando per le vie di Tokyo è facilissimo trovare enoteche, wine bar e ristoranti di livello – gestiti sia da europei che giapponesi – che offrono vino di qualità per una clientela di veri intenditori, stranieri e non.

vino in giappone
Foto per gentile concessione di Marco Ruffoli

Nel corso del tempo ho affinato la mia mappa di locali e baretti dove poter godermi un buon aperitivo. Sapere come riconoscere a naso i migliori locali per un bicchiere di vino buono in Giappone non è poi così difficile (e sono un po' i consigli che darei a qualsiasi italiano all'estero).

STEP NUMERO 1

Non fatevi ingannare dai nomi italiani. I classici locali con “Da Mario”, “Da Peppino”, “Da Toni” insomma. Non fidatevi delle “finte trattorie” dall’atmosfera italianizzata, dove il cibo offerto è discreto ed economico ma non potete pretendere di abbinarvi un vino come si deve (il massimo a cui potete aspirare è un birra alla spina).

STEP NUMERO 2

Una volta entrati in un posto dignitoso date subito un’occhiata alla lista dei vini. Se i vini sono elencati con il nome proprio del vino, seguiti poi dall’indicazione dell’azienda vinicola produttrice e del Paese d’origine, avete fatto bingo. (Questo vale anche in Italia ovviamente).

STEP NUMERO 3 (tasto dolente)

Un buon bicchiere di vino a Tokyo costa come l’equivalente di una bottiglia dello stesso in Italia. L’ok il prezzo è giusto per un buon bicchiere supera solitamente i 1.200 yen (10 euro approssimativi). Il top viene raggiunto quando il vino vi viene servito direttamente dalla bottiglia al tavolo. Siate liberi di storcere il naso se vi viene portato direttamente il bicchiere colmo. Assumete la parte del “cliente ha sempre ragione” e chiedete di farvi vedere la bottiglia (tranquilli, i giapponesi non si dimostrano mai seccati, faranno un inchino colmo di pazienza e sorridendo provvederanno a soddisfare ogni vostra richiesta).

Seguendo questo semplice promemoria - steso dopo lunghe ricerche, sbornie e terribili mal di testa in caso di pessima scelta – mi sono diretta a Shibuya, zona centrale di Tokyo, per andare ad incontrare Oishi-san, gestore da ben 9 anni dell’enoteca con cucina Cujorl e sommelier di alto livello, specializzato soprattutto in vini d’importazione europea.

Foto per gentile concessione di Marco Ruffoli

Oishi-san mi ha accolta con un bicchiere di Champagne - a dimostrazione che qualsivoglia cliente, dal semplice amatore del buon vino e cucina europea al più sofisticato intenditore del settore, apprezza le bollicine francesi per iniziare.

In Giappone e un po’ così per tutto, vi è una sorta di “educazione culinaria” basata sui luoghi comuni.

Il giovane sommelier inizia con lo svelarmi che la legge del mercato dei vini in Giappone vede un monopolio quasi assoluto dei vini di importazione francese - con una una percentuale superiore al 45.5% – seguiti da un 16.5% dell’Italia e un 12.8% del Cile. Oishi-san mi spiega che la passione per il vino francese dei giapponesi deriva da una sorta di educazione al vino che è stata da sempre imposta agli avventori nipponici e che ha generato un’associazione spontanea tra vino di qualità e vino francese. In Giappone e un po’ così per tutto, vi è una sorta di “educazione culinaria” basata sui luoghi comuni. Ne segue che il vino sta alla Francia come pasta e pizza stanno all’Italia.

Ma Prosecco, Barolo, Franciacorta, Gavi? Niente da fare, il binomio vino francese = vino di lusso vince sempre.

Foto per gentile concessione di Marco Ruffoli

Alla domanda “Qual è il vino che va per la maggiore?” il gestore mi risponde senza esitazioni che le richieste del cliente giapponese standard sono “Champagne per le bollicine, Pinot Noir per i vini bianchi, Borgogna per i rossi!". Nostro malgrado tutt’oggi nell’immaginario nipponico il vino italiano tipico è il 'rosso della casa' nel fiasco avvolto nella paglia.


Ad ogni modo Oishi-san, che di vino ne sa e ne ha bevuto molto, non era lì per darmi risposte così semplici e scontate. Infatti, dopo il piccolo aperitivo di benvenuto - accompagnato da una deliziosa coppia di calamari e avocado in tempura – Oishi-san è riapparso con una selezione di cinque “vini del giorno” e me li ha pazientemente spiegati uno ad uno mostrandomi le etichette e specificando Paese di provenienza, metodo e produttore.

Nella selezione di vini bianchi in mescita la Francia è solo uno tra i Paesi di provenienza dei vini prescelti. Oltre ad un Burgone Aligoté e un Santenay, infatti, abbiamo notato anche un ottimo Roero Arneis italiano e l’Ochota Barrels, un vino bianco biologico australiano. A tal proposito il sommelier mi spiega che il boom del momento sono proprio i vini bio. Oishi-san mi confida che la proposta del vino australiano è un po’ azzardata e solitamente piace ai clienti più esperti nel settore o che vogliono sperimentare, mentre i più richiesti sono in assoluto i vini bianchi biologici dei piccoli produttori italiani, in particolare dal Friuli. Per rimanere in tema ‘best seller Italiani’ mi svela che che la controparte dei sopracitati francesi sono Sangiovese e Nebbiolo e aggiunge anche “se una persona se ne intende a livello professionale, solitamente adora questi vini”. Ottimo, volevo sentire esattamente questo.

Di fronte a qualsiasi acquisto, il giapponese medio è solito fidarsi molto dei “consigli dell’esperto”. In Giappone funziona così un po’ per tutto: dal vino al cibo fino all’abbigliamento.

Foto per gentile concessione di Marco Ruffoli

Mercato di massa (francese) vs mercato di nicchia (italiano), quindi?

Al secondo bicchiere di vino bianco – sono passata al Piemonte con un Roero – approfondisco l’argomento e scopro che in realtà è lui stesso a gestire i gusti dei clienti. Infatti, di fronte a qualsiasi acquisto, il giapponese medio è solito fidarsi molto dei “consigli dell’esperto”. In Giappone funziona così un po’ per tutto: dal vino al cibo fino all’abbigliamento i giapponesi si fidano ad occhi chiusi di quanto viene loro suggerito. Si tratta di quel che in giapponese chiamano “O-susume”, ovvero “consiglio /raccomandazione”. I giapponesi si fidano ciecamente di questo ‘o-susume’, tanto che Oishi-san si può sbizzarrire non solo proponendo vini francesi o rinomati italiani, ma azzardando anche vini australiani o addirittura sudafricani.

Le richieste del cliente giapponese standard sono "Champagne per le bollicine, Pinot Noir per i vini Bianchi, Borgogna per i rossi!"

Alla proposta di passare ad un bicchiere di vino rosso mi decido ad azzardare una domanda un po’ privata – rischiando di risultare troppo invadente per lo standard nipponico. Chiedo ad Oisihi quali siano gli importatori di fiducia per rifornire il suo locale. Un po’ imbarazzato Oisihi-san ammette che recentemente, dopo anni di esperienza con svariati importatori sia giapponesi che francesi, lavora solamente con i suoi compatrioti. Giustifica questa sua scelta dicendomi che, al giorno d’oggi, i giapponesi specializzati nell’importare i vini sono davvero degli esperti, e sanno conciliare bene i gusti del Sol Levante con la buona qualità dei Paesi di produzione dei vini.

Foto per gentile concessione di Marco Ruffoli



Torniamo per un attimo ai nostri stereotipi. Se diciamo “giapponese” ci viene in mente il turista armato di macchina fotografica in tour a San Marco o in Piazza Duomo. Ecco, i giapponesi non si smentiscono in questo caso: il turismo enologico è infatti uno dei modi migliori e più sfruttati dai giapponesi per conoscere i paesaggi europei lontani dalle città e il buon vino che vi si produce. Dopo la Borgogna francese Piemonte, Toscana e Franciacorta sono i luoghi più gettonati per delle vacanze eno-gastro-italiane memorabili.

Quando i giapponesi si approcciano al mondo enologico solitamente lo fanno in maniera molto professionale, e si impegnano così tanto nella loro ricerca da fare ore di metro per arrivare al locale adeguato, oppure da investire migliaia di yen solo per degustare qualcosa di autentico. Complimenti davvero e - questo è proprio in caso di dirlo - in alto i calici per un brindisi... Kampai!

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