Cultura

Joker è un cinecomic, ok, ma parla di salute mentale come pochi altri

Il merito incontestabile di Joker è questo: aver portato il dibattito sulla salute mentale al cosiddetto grande pubblico.
10.10.19
joker
Screenshot dal trailer.

Il Cambridge Dictionary definisce l’“incel” come “un membro di un gruppo online di persone che non riescono a trovare partner sessuali, nonostante lo vogliano, e che esprimono odio verso quanti ritengono responsabili di questa condizione.” Il termine nasce dall'unione di involuntary e celibate, quindi celibi involontari parecchio incazzati col mondo. Questo odio generalizzato verso l’umanità—e nello specifico verso le persone del sesso da cui vengono rifiutati—provoca negli incel una profonda frustrazione, che può spesso sfociare in scatti d’ira improvvisi e gesti esplosivi dalle conseguenze terribili.

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Forse avrete già capito dove vogliamo andare a parare: Joker, il film di Todd Phillips con Joaquin Phoenix, ha attirato su di sé pesantissime critiche in quanto romanzerebbe ed estetizzerebbe la condizione degli incel anziché condannarla. Secondo altre testate, Joker incita alla violenza, fornendo una giustificazione ad atti terribili come le stragi nelle scuole americane.

Se la mettiamo su questo piano, la metà dei film della storia del cinema andrebbero cestinati all’istante, in primis il buon vecchio Lars Von Trier. Il Joker che abbiamo davanti è uno di quei personaggi talmente devastati a livello psicologico da superare a piè pari il confine tra vittima e carnefice, e il modo in cui Phillips costruisce la sua parabola un’escalation di umiliazioni, abusi, mortificazioni e violenze perpetrate nei suoi confronti che sgretolano la sua già delicata salute mentale.

Per capire ciò di cui parliamo, guardatevi la serie Netflix Mindhunter di David Fincher, che per chi non l’avesse ancora vista ricostruisce una serie di colloqui fatti nel 1977 dalla neonata—e inizialmente ridicolizzata—sezione di scienze comportamentali dell’FBI ai pluriomicidi più famosi del tempo, cercando di risalire alle cause che hanno innescato in loro comportamenti deviati. Grazie al materiale raccolto nasceranno i primi studi sui serial killer e sul concetto di profilazione in ambito investigativo. Ma stiamo divagando. Il punto è che la malattia mentale è un argomento delicatissimo e richiede uno sguardo filmico in grado di sensibilizzare e non di stigmatizzare la problematica.

Questo Joker ci riesce, e per questo si merita il titolo di Joker inedito, lontano da quelli che abbiamo conosciuto nei fumetti o nei film precedenti. Un uomo tremendamente solo, invischiato in un rapporto malsano con la propria madre, bullizzato dalla società, frustrato nel lavoro e con un sogno inadatto alla sua attitudine. Tutto ciò suo malgrado, perché lui a sua madre vuole bene davvero, lui che un giorno diventerà un grande comico, avrà una cerchia di amici e una fidanzata. Ma non basta: ogni intenzione gli sfugge tra le mani, mentre la straziante presa di coscienza del proprio fallimento si impossessa di lui, lo acceca e cresce in modo direttamente proporzionale alla sua rabbia. Il trattamento che il mondo riserva a Joker, per quanto sia sempre Gotham, con tutte le esasperazioni fumettistiche del caso, è sintomatico di una società che non è in grado di comprendere il diverso, etichettandolo come mostro, come qualcosa di altro da emarginare ed espellere senza troppe remore.

Non c’è quindi da stupirsi che Joker abbia attirato su di sé pesantissime critiche per essersi sobbarcato l’onere non solo di affrontare un argomento così complesso, ma di averlo fatto all’interno di un panorama cinematografico dichiaratamente mainstream. Il merito incontestabile di Joker è proprio questo: aver portato il dibattito sulla salute mentale al cosiddetto grande pubblico, un termine spocchioso per indicare semplicemente un grande numero di persone e non i dieci nerd del cineforum di quartiere—non fraintendete, tra loro ci sono pure io.

Joker è un film che trova la propria ragion d’essere nel contesto in cui volutamente si inserisce, quello dei cinecomic, film nati dall’adattamento di fumetti incentrati su uno scontro tra un eroe irreprensibile e uno o più antagonisti criminali. Capite che non ci vuole molto per portare un personaggio tradizionalmente così bidimensionale verso un’introspezione inedita per il genere, andando a scavare il cunicolo aperto già dai Batman di Nolan. E va bene così: Joker è un cinecomic che mira a rendere consapevoli dell’esistenza di condizioni psicologiche complesse, non semplicemente il frutto di menti folli a caso, ma il risultato di una serie di attitudini, tendenze, contesti, input e abusi mescolati in un mix (auto)distruttivo che porta i soggetti a compiere gesti al di là della loro volontà—inetto nell’inazione quanto nell’azione. Senza giudizi, né giustificazioni. Da indagare e curare come ogni altra malattia: la stigmatizzazione non porta che alla vergogna, all’ulteriore isolamento e a una frustrazione insostenibile, che può esplodere in modi anche estremamente violenti.

Certo, se estrapoliamo Joker dal suo contesto e lo paragoniamo a film come Taxi Driver, Re per una notte, Fight Club, Elephant o Dark Night è evidente che non può che uscirne sconfitto, e non si tratta di film di nicchia se non l’ultimo, un piccolo capolavoro che indaga proprio la dinamica del massacro di Aurora del 2012 durante la prima del film Il cavaliere oscuro - Il ritorno di Nolan—guarda a caso. Che questo basti a vincere il Leone d’oro e a rappresentare un festival con un’identità storicamente lontana dal panorama mainstream rimane parecchio discutibile. Intanto proviamo a lasciarlo lì dov’è, un cinecomic blockbuster ad alto budget, patinato e introspettivo ma non troppo, che prova a fare ciò in cui nessun altro film del genere riesce da molti anni.