Il gruppo che aiuta gli italiani nel Regno Unito a non farsi fregare da Brexit

Fondato da una expat italiana, UKCEN fornisce informazioni utili ai cittadini europei per navigare nel caos post-Brexit.

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09 novembre 2017, 11:02am

Foto via Unsplash.

Essere un cittadino europeo nel Regno Unito post-Brexit è un gran casino. Di fatto, non è ancora successo niente: non ci troviamo in uno scenario alla Cormac McCarthy, attraversato da solitari giustizieri dalle compulsioni antieuropee, con il terreno brullo intervallato soltanto da sedani rapa, barattoli di Marmite e ritratti della Regina.

Per chi si è stabilito nel paese con l'intenzione di rimanerci, tuttavia, le cose iniziano a farsi davvero complicate. Come garantire la propria libertà di movimento una volta che il Regno Unito sarà uscito dall'Unione Europea? Che diritti manterranno i membri degli altri 27 stati? Che iter burocratico comporterà per le famiglie miste?

Le risposte non sono ancora arrivate, e gli europei sentono che il tempo sta per scadere. La posizione ufficiale del governo è " non fate niente"—che è un po' l'equivalente governativo di gridare "Incendio? Che incendio?" mentre ti rotoli a terra per smorzare le fiamme.

Il messaggio ufficiale del governo.

C'è, quindi, chi ha pensato di correre ai ripari; dove per "ripari" si intendono due pezzi di carta: la residenza permanente ( Permanent Residence) e la cittadinanza. Il primo è un documento che dimostra che hai vissuto in UK per 5 anni consecutivi, il secondo un documento dipendente dal primo, che comprova i diritti di un cittadino nella propria patria di adozione. Nel Regno Unito, paese che non segue la logica "tassazione = rappresentanza", la cittadinanza è anche l'unico modo di poter votare alle elezioni politiche, o in un referendum come quello di Brexit. Entrambe le pratiche sono complesse, ed entrambe sono costose ai limiti del proibitivo: al netto dei costi aggiuntivi, le due domande sommate insieme arrivano a costare tra le 1500 e le 2000 sterline.

Ed è qui che entrano in scena i nostri protagonisti. Claudia Borgognoni Holmes—romana di nascita, expat dal 1998, naturalizzata britannica nel 2007—ha fondato il gruppo Facebook UKCEN (UK Citizenship European Nationals), un punto di ritrovo online per europei in cerca di sostegno legale nel preparare le domande per cittadinanza e residenza permanente. Il suo obiettivo? Far ottenere a più europei possibile la cittadinanza, per conquistare l'arma più efficace che abbiano a loro disposizione: il voto.

Su UKCEN, una serie di domande e risposte (le "FAQ", la Bibbia del gruppo) aiuta a inquadrare il proprio caso in senso generale (hai lavorato per cinque anni di seguito? Eri studente? Hai un'assicurazione privata? Eri a casa a tenere i figli mentre la tua/il tuo partner lavorava?). In seguito, le domande dei singoli utenti vengono esaminate— pro bono e individualmente—da un gruppo di avvocati.

"All'inizio cercavo di radunare delle risorse accessibili a tutti, perché vedevo molte persone, online, che avevano difficoltà a gestire le loro application," mi spiega Borgognoni Holmes. "All'epoca non sapevo che esistesse la Permanent Residence, né sapevo fosse un prerequisito per la cittadinanza. Poi mi sono resa conto che il processo per la naturalizzazione era molto più difficoltoso di come l'avevo incontrato io nel 2006."

Il tutto si è fatto più serio quando ha deciso di coinvolgere tre avvocati: "In altri gruppi c'erano avvocati che contribuivano volontariamente ad aiutare gli utenti. Il primo a cui mi sono rivolta è stato Tim McMahon, a cui ho chiesto documenti che lui offriva come risorse online." A lui si sono uniti Victoria Sharkey e Tariq Nawaz, esperto di visti familiari EEA. "Per un certo periodo eravamo noi quattro e sei amministratori. Adesso, tra avvocati (otto) e amministratori, siamo in ventiquattro."

Sentire questi nomi è come sentire nominare delle rockstar. Borgognoni Holmes, McMahon, Sharkey e Nawaz sono un po' i Crosby Stills Nash e Young dell'universo UKCEN, perché sono onnipresenti, e—insieme a tutti gli altri nomi noti del gruppo—sono disponibili online con una costanza stravolgente.

L'organizzazione, che non prevede stipendi per i suoi volontari, ha orari regolarissimi, e risponde a quaranta-cinquanta domande al giorno. La fondatrice mi spiega il funzionamento del gruppo: "Non siamo online tutti e ventiquattro allo stesso momento, perché ovviamente ognuno ha bisogno di creare degli spazi personali offline; abbiamo un calendario in cui possiamo vedere chi è disponibile e chi non è disponibile."

L'aspetto cruciale, che Borgognoni Holmes tiene a specificare, è che non ci siano informazioni scorrette e che siano sempre controllate anche da un legale. Per questo, le domande vengono individualmente vagliate all'interno di un gruppo privato: "C'è una supervisione forse unica nel suo genere, perché non ho visto altri siti che offrano una risposta scaturita da una peer review, una revisione tra professionisti."

Un altro aspetto cruciale è il lavoro fatto per evitare di creare ulteriore panico e attutire gli allarmismi (allarmismi fondati, talvolta, se si considerano i continui errori dell'Home Office, il dipartimento degli Affari Interni). L'amministratrice del gruppo Adda Macchich, nonché organizzatrice ufficiale delle FAQ, mi spiega che "i fatti sono ciò che contano. Con la negatività e gli allarmismi non si ottiene nulla. Brexit è un territorio inesplorato, e proprio per questo mancano informazioni fondate sui fatti che chiariscano vari aspetti di questo processo. Inevitabilmente, il fatto che non si sappia niente porta a riempire i vuoti con speculazioni spesso prive di basi. I social media permettono alla disinformazione di diffondersi a macchia d'olio, ed è difficile e stancante contenerla."


Il nostro documentario sulla vita dei migranti nel Regno Unito post-Brexit.

Continua Borgognoni Holmes: "ci sono casi estremi in cui c'è chi accede ai social media ed espone le proprie preoccupazioni, e invece di essere rassicurato viene spinto a preoccuparsi ancora di più. È una cosa da incoscienti. Ci sono persone colpite da problemi di salute mentale, e noi diciamo chiaramente che non siamo preparati per fornire aiuto in questo campo, e le indirizziamo verso enti come l'Emotional Support Service for Europeans. Il nostro gruppo sta facendo di tutto per rimuovere questi 'miti' e dare alle persone fatti concreti, se ce li abbiamo. Se non ce li abbiamo, occorre essere onesti: non ci sono, non abbiamo la palla di vetro."

Uno dei "miti" negativi più radicati della Brexit è quello delle deportazioni. Tuttavia, è un mito fondato sulla realtà: prima di diventare primo ministro, Theresa May—nella precedente veste di segretario di Stato—ha dato inizio a un regime di deportazioni nei confronti di cittadini non-UE, stabilendo una soglia di reddito per i cittadini con un partner proveniente da altre parti del mondo, e questo ha effettivamente finito per separare svariate famiglie.

Le deportazioni dei cittadini europei non avverranno così facilmente: "è difficile fare commenti che siano fondati sui fatti, perché la situazione è flessibile al momento. Quello che è vero oggi potrebbe non essere vero domani. L'unica cosa che sappiamo è che non ci saranno deportazioni, come dicono in molti, esagerando con questa speculazione che le persone verranno rimosse, rimpatriate. Questa, secondo noi, non è una prospettiva possibile, anche se i negoziati andassero male. Prima di tutto, un approccio simile non è nelle intenzioni del Regno Unito. Inoltre, ci sono leggi che proteggono queste persone."

Ci sono, ovviamente, delle categorie a rischio come i senzatetto, aggiunge Borgognoni Holmes. "La nuova proposta di settled status [ su cui è stato diffuso in queste ore un documento che chiarisce alcuni dettagli] fatta dal governo sembra rimuovere alcune incertezze. Noi, come gruppo, abbiamo chiesto al governo di chiarire quali siano i parametri di idoneità," mi dice Borgognoni Holmes, "per avere la sicurezza che nessuna categoria venga esclusa: dalle persone con disabilità, a chi si occupa esclusivamente della cura dei propri familiari, a chi non lavora a causa di condizioni mediche."

UKCEN punta a espandere le proprie conoscenze, e ha intenzione di farlo con l'appoggio del Joint Council for the Welfare of Immigrants, un'organizzazione non-profit a difesa dei diritti di tutti i migranti. "Stiamo facendo un fundraising con cui i nostri utenti possono fare una donazione direttamente a loro. Noi non riceviamo alcun tipo di introito, ma in cambio il JCWI ci offre supporto nel training: se c'è un corso che avvocati o amministratori vogliono fare, ci offrono uno sconto o l'intero corso gratis."

Borgognoni Holmes parla sia da cittadina europea sia da cittadina britannica: "Quello che sto facendo ha senso sotto entrambi i punti di vista. Da un lato, per aiutare le persone che, come me, hanno fatto la scelta di lasciare un paese per un altro. Dall'altro, da cittadina britannica, vorrei che questo paese non andasse in fumo."

E per farlo, è importante sensibilizzare. "Vorrei che si prendesse una direzione più progressiva e aperta alla solidarietà nelle nostre comunità", conclude. "Nel caso di Brexit, tre milioni di persone non hanno potuto votare e, quindi, il loro destino è stato deciso dal resto della popolazione. Il fatto che più europei prendano la cittadinanza e possano votare è un modo per dare loro una voce. È un modo per vedere un cambiamento."